Quando la solidarietà diventa maldicenza: lettera aperta di una cagliese calunniata da chi vive nel pregiudizio e nell’ignoranza

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28 novembre 2014

Da Pino Longobardi riceviamo e pubblichiamo la seguente lettera aperta, scritta da Patrizia Tozzoli, una donna che sta vivendo sulla propria pelle quanto la solidarietà possa scontrarsi con l’ignoranza di qualcuno.

LETTERA APERTA A QUEI CITTADINI DI ACQUAVIVA E CAGLI CHE VIVONO IMPRIGIONATI NEL PREGIUDIZIO, NELL’IGNORANZA E NELLA MALDICENZA

PREMESSA

Quando la realtà supera l’immaginazione!
Quando “fare del bene” e “dedicarsi al fratello bisognoso” crea stupore e incredulità in certa popolazione, per cui chi lo fa viene etichettato come “persona immorale e da guardare con sospetto”.

IL FATTO

Immigrati, immigrazione, stranieri, profughi

Foto tratta dal web

La mia famiglia, con poche altre persone di Acquaviva, da qualche tempo sta sulla bocca di molti abitanti del luogo solo perché da luglio sta frequentando i ragazzi del Centro di Accoglienza per Rifugiati Politici, che è stato aperto ad Acquaviva.

Mentre il resto del Paese entrava in grande subbuglio per l’arrivo di queste “scomode e inquietanti presenze”, noi piccolo gruppo di persone sensibili al problema abbiamo iniziato a recarci al Centro, spinte da un senso di coscienza civile e dal bisogno di fare qualcosa di concreto per questo prossimo bisognoso. Quando questi ragazzi hanno cominciato a circolare nella nostra piccola realtà, noi semplicemente non ce la siamo sentita di voltarci dall’altra parte, di ignorarli, di considerarli degli invisibili. Sì, c’era il grosso problema della lingua perché i ragazzi parlavano solo francese, inglese o arabo, ma per fortuna mia figlia Sofia se la cava bene con le lingue straniere ed è diventata un prezioso tramite per poter comunicare con loro. Abbiamo cercato di aiutarli prima di tutto con la nostra vicinanza e la nostra disponibilità cercando di fare quello che potevamo, nel nostro piccolo: accompagnarli a comprare telefonini, schede telefoniche o a ritirare soldi inviati loro dai parenti; cercando di farli sentire parte della nostra società portandoli a varie feste organizzate nel territorio (col solo fine di far loro trascorrere qualche giornata diversa); mettendo a disposizione le nostre case per poter utilizzare la connessione internet, dato che nella loro struttura non esiste; cercando di trovare abiti e scarpe di cui avevano e hanno un gran bisogno (perché i gruppi ospiti del Centro rimangono solo un mese e poi partono per altre destinazioni); offrendo loro dei passaggi in macchina, poiché la loro abitazione è fuori mano e spesso si recano a Cagli a piedi.

Beh, in tutto questo noi, “volontari per caso”, non vediamo niente di strano o di male, anzi ci sembra di far poco rispetto a quelle che sono le esigenze essenziali di questi ragazzi. Sarebbe tutto molto più facile se fosse l’intera comunità ad essere accogliente e pronta all’aiuto. Ma purtroppo non è così: ognuno è libero di fare le proprie scelte! Ed è proprio per questo che non riesco a comprendere perché stiano circolando nel paese delle orribili maldicenze su di noi, che abbiamo la sola colpa di essere vicini a questi immigrati “ultimi degli ultimi”. Mi si dice “Lascia perdere, lasciali parlare, lo sai com’è la gente nei paesi, sempre pronta a criticare…”, ma io purtroppo non l’accetto e mi sento indignata! Non accetto che si infanghi la nostra reputazione in questo modo abbietto! Circola addirittura la voce (e questo è veramente molto molto grave) che la mia casa sia diventata una casa d’appuntamento, dove io e mia figlia ci intratteniamo piacevolmente con questi ragazzi. La semplice realtà è che lo “strano via-vai” che si vede a casa mia nasce unicamente dal fatto che i ragazzi vengono da noi per poter utilizzare la connessione internet, così da riuscire ad avere un canale di comunicazione col loro mondo così lontano, senza spendere soldi. Vi pare così disdicevole tutto ciò? A me non pare! Si dice anche che l’unico scopo per cui stiamo frequentando questi giovani, noi e le altre ragazze del gruppo, sia un interesse puramente sessuale! Tutte queste maldicenze ci offendono profondamente, ma soprattutto ci fa rimanere allibiti ed esterrefatti che ci sia tanta malvagità nei vostri cuori. Tutto ciò è veramente molto molto squallido! Comunque quello che dite, non ci farà cambiare assolutamente idea! Stiamo semplicemente cercando di fare del bene e non ce ne vergogniamo affatto, anzi ne siamo orgogliosi!

Questo è un consiglio per voi che ci criticate: piuttosto che sprecare la vostra vita a spargere veleno sugli altri, fareste bene a darle un senso mettendovi a disposizione del prossimo più sfortunato e bisognoso: scoprirete una gioia infinita, ve lo assicuro! L’unica colpa di questi immigrati è quella di essere nati nella parte più povera del pianeta. Poteva toccare anche a voi, non ci avete mai pensato? Sono soprattutto molto delusa perché queste maldicenze arrivano anche da persone che frequentano abitualmente la Chiesa e allora mi chiedo: che razza di cristiani siete? Forse per voi andare in Chiesa è come andare al bar o al supermercato, dato che delle parole del Signore che ascoltate durante la Messa, a quanto pare non rimane nulla!

Allora è per questo che pubblico una riflessione, presente sul volantino che c’era ieri in Chiesa, che si riferiva alla lettura del brano del Vangelo di Matteo ( 25, 31-46 ). Poi andate a rileggervi questo brano del Vangelo e cercate di interiorizzare il messaggio! Vi saluto con profonda amarezza, delusione e disgusto, poiché sono circondata da alcune persone di così basso livello!

“VENITE, BENEDETTI DEL PADRE MIO, PERCHÉ HO AVUTO FAME…”

IL brano del Vangelo di Matteo offre un’immagine del giudizio universale che suscita entusiasmo: Cristo tornerà nella gloria con tutti i suoi angeli. Dalla scena che si apre ai nostri occhi risalta immediatamente un particolare: Cristo è paragonato non a un giudice simile a quelli umani, ma a un pastore. Egli compirà una divisione tra pecore e capri, tra buoni e cattivi. Il suo giudizio non sarà altro che un riconoscere il comportamento di ogni uomo nei confronti del fratello. È l’uomo, quindi, che si condanna o si salva a seconda della sua attenzione verso i piccoli, gli indifesi, i bisognosi, nei quali riconosce il volto di Cristo. È nelle sue mani la propria salvezza. Nel giudizio, Cristo non fa altro che rendere evidente la scelta di vita dell’uomo: se vissuta all’insegna dell’egoismo e chiusa in se stessa, o se aperta e donata agli altri.

“Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto…”.

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