Il Time elegge persone dell’anno i combattenti dell’Ebola: la pesarese Roberta Petrucci è una di loro

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10 dicembre 2014

Il Time, nella motivazione, ha citato il proverbio “Non le armi scintillanti combattono la guerra, ma il cuore degli eroi”. E i combattenti dell’Ebola, i medici, le infermiere e altri volontari, meritano il titolo di persone dell’anno.  Perché “hanno corso dei rischi e hanno insistito, fatto sacrifici e salvato delle vite” ha scritto il capo redattore della rivista, Nancy Gibb, per spiegare la scelta.

 Roberta Petrucci (a destra) con una collega di Medici Senza Frontiere

Roberta Petrucci (a destra) con una collega di Medici Senza Frontiere

E allora, da pesaresi, noi dobbiamo doverosamente ricordare a tutto il mondo che tra quei combattenti dell’Ebola c’è anche la  pesarese Roberta Petrucci, medico pediatra di Medici Senza Frontiere, rientrata a fine settembre dalla Liberia dove per 5 settimane ha combattuto contro dolore e paura,  morte e miseria, dove il virus dell’Ebola è risorto ferocemente 10 mesi fa. “Lavorare contro l’Ebola è estremamente difficile – aveva raccontato  a Pu24.it – sia sul piano medico, perché la nostra capacità è limitata, sia sul piano umano, perche’ e’ una malattia che provoca grandi sofferenze e molti dei nostri pazienti, donne, uomini, bambini, non sopravvivono. Tra la gente la paura e’ palpabile. Ma ogni guarigione e’ una festa e ci da’ la forza di andare avanti. Con l’aiuto di tutti, potremo continuare la nostra azione per salvare altre vite e fermare questa drammatica epidemia”.

Roberta, 38 anni, dal 2008 con MDF, figlia dell’ex assessore provinciale Simonetta Romagna, vive a Ginevra era partita per la Liberia dopo una toccata e fuga nella sua Pesaro, dove famiglia e amici l’attendevano per una vacanza mai iniziata lo scorso agosto (MSF la chiamò in missione urgente). “C’è una procedura di sicurezza rigidissima prima di partire, quando sei lì e prima di tornare a casa – ha spiegato -. Il materiale che indossiamo rende difficile lavorare ma è indispensabile: viene indossato sempre in coppia proprio per evitare che uno dei due commetta errori. Ma il rischio non può mai essere zero. La paura è fondamentale: sarebbe da incoscienti non averne. Questa è stata sicuramente la missione più difficile a cui ho preso parte, è stato importante vivere in comunità con gli altri medici internazionale in modo da condividere emotivamente questa esperienza”.

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