Matteo Bertini: “Voglio crescere con il Volley Pesaro e riportarlo dove merita di stare”

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2 gennaio 2015

PESARO – Dieci vittorie in altrettanti incontri, al momento la migliore squadra delle 56 che partecipano alla serie B1, apprezzamento per i risultati e per il gioco, ma anche per l’impegno sociale, che si concretizzerà fra pochi giorni nella presentazione di uno splendido calendario.

Grandi soddisfazioni per Matteo Bertini, l’allenatore che ha plasmato il gruppo e almeno per una volta proviamo a conoscere più da vicino, non limitandoci a raccoglierne le anticipazioni sulla partita o i giudizi di fine gara.

La provincia di Pesaro e Urbino, a dispetto dell’amore per il calcio e per il basket, è terra di pallavolo, avendo regalato grandi allenatori a questo sport. Ci riferiamo a Lorenzo Micelli e Davide Mazzanti, che sono stati i mentori di Matteo, e adesso Bertini. A proposito: perché allenatore?

“Una passione nata nel campetto dietro il bar e grazie all’Italia di Julio Velasco”

“Ho iniziato a giocare a pallavolo in un campetto dietro al bar dei miei genitori, a Marotta. Giocavo per stare in compagnia, soprattutto per divertirmi. Poi ho deciso che volevo provare a entrare nelle giovanili della squadra del mio paese. La mia passione cresce in concomitanza con i primi successi della Nazionale maschile allenata da Julio Velasco, con il titolo europeo vinto in Svezia. Era il 1989, avevo 12 anni: ho visto tutte quelle partite. Anno dopo anno, ho fatto la trafila nelle giovanili del Marotta, con cui – partendo dalla terza divisione – abbiamo conquistato la serie C; un bel percorso. Tra l’altro, vista la mia fisicità che non è niente d’eccezionale, e approfittando dell’introduzione del ruolo, nel 1998, decido di giocare libero, arrivando fino alla serie B2 con Lucrezia, dove il dirigente accompagnatore era Paolo Mencarini, oggi direttore sportivo del Volley Pesaro…”.

Poi diventa allenatore…
“Sono entrato nel giro grazie a Davide Mazzanti, oggi sulla panchina della Pomì Casalmaggiore, in A1, in passato anche su quelle di Bergamo e Piacenza e della Nazionale giovanile. Io e Davide abitiamo a 200 metri di distanza, lui è un carissimo amico da sempre. Mazzanti collaborava con Lorenzo Micelli, urbinate, a Corridonia. Oggi Lorenzo allena l’Atom Trefl Sopot, in Polonia. Allora, andavo qualche volta a fare allenamento con il Falconara di serie B1 femminile. In quella squadra giocava Valentina Bellucci, con me nel Volley Pesaro. Facevo lo sparring, dando una mano in allenamento. Mi sono trovato sempre molto bene con Lorenzo e Davide e quando Micelli ha avuto l’opportunità di andare a Santeramo, mi ha chiamato quale assistente allenatore e ho iniziato a fare lo scoutman, l’addetto alle statistiche”.

Matteo Bertini e l’Italia Juniores campione d’Europa 2008

Matteo Bertini e l’Italia Juniores campione d’Europa 2008

Matteo Bertini non nasce “imparato”, non arriva in A1 perché… amico.
“Avevo lavorato già nelle giovanili del Marotta e mi piaceva molto andare in palestra e cercare di aiutare le ragazzine ad allenarsi per partecipare ai campionati di categoria. E’ vero, però, che è partito tutto da Santeramo. Ho avuto fortuna, perché sono entrato a fare parte dello staff della Nazionale Juniores allenata da Mencarelli…”. L’Alfieri Santeramo proponeva, fra le altre, Carmen Turlea, ancora oggi protagonista in A1, Imma Sirressi, poi libero a Urbino, oggi a Casalmaggiore, ma anche Kimberly Glass, avversaria della Scavolini in Champions League giocata con la maglia della Rabitǝ Baku”.

“Lasciai il lavoro in un mobilificio per diventare allenatore di pallavolo”

E’ quell’anno in Puglia che ha deciso che avrebbe fatto l’allenatore?
“Sì! Ero responsabile dell’ufficio acquisti in un mobilificio. Lasciai il lavoro e andai a Santeramo: incominciava una nuova avventura”.

La cosa più bella nella vita è fare quello che si sogna da giovani.
“Soprattutto perché più che un lavoro è una passione. E’ vero che mi aiuta a vivere, ma è la passione che mi porta in palestra tutti i giorni con tanta voglia di fare e trascorro tante ore in un luogo in cui sto molto bene. Sì, il sogno di tutti è fare un lavoro che coincide con la passione”.

Dunque lei è uno dei figli di Julio Velasco, l’uomo, prima ancora che l’allenatore, che ha lanciato la pallavolo italiano in cima al mondo. Presumo sia stata una grande emozione averlo conosciuto.
“Velasco è il “padre” di tutti noi. E’ lui che ha cambiato il modo di allenare, di vedere la pallavolo in Italia. Le vittorie gli hanno dato ragione. Quando entri in contatto con certi personaggi ti viene la pelle d’oca. Ho conosciuto alcuni giocatori di quella Nazionale: Andrea Zorzi, Andrea Lucchetta, Claudio Galli e ovviamente il fanese Paolo Tofoli, con il quale ho diviso camere d’albergo quando eravamo nello staff tecnico della Nazionale. E confesso che la prima volta che ho visto Marco Bracci mi ha fatto un grande effetto. Emozioni forti, perché tutto quello che avevo sognato si è realizzato, almeno un poco. E’ vero, però, che la mia carriera è ancora all’inizio: sono solo quattro anni che faccio il primo allenatore, in B1 tra l’altro. Spero di crescere”.

Che cosa vi ha insegnato Velasco? Penso che cancellare la cultura dell’alibi sia stato un passo determinante, non solo per la pallavolo.
“La lotta agli alibi è un suo cavallo di battaglia. E straordinaria e la metodologia d’allenamento. E così lo studio statistico. In questo senso Velasco è stato un innovatore. Forse era l’unico che studiava la partita, l’avversario, i numeri. Ciò gli ha permesso di vedere il mondo della pallavolo sotto un altro aspetto. E ha dato grandissima importanza alle motivazioni. Prese una squadra che nel 1987 (Europei in Belgio) si era classificata nona e, più o meno con lo stesso gruppo di giocatori, la portò sul tetto d’Europa battendo in finale la Svezia che giocava in casa. Quando parli con quei giocatori, ti raccontano che a livello motivazionale Velasco faceva tanto, ma altrettanto si faceva in palestra, dove restavano fino alle 21,30-22, avendo iniziato gli allenamenti il pomeriggio. Non si andava sotto la doccia fino a quando non raggiungevano l’obiettivo. Da quel lavoro è scaturita la metodologia d’allenamento di adesso. Un esempio? Gli esercizi a punteggio, quelli a obiettivo”.

“Mi piace anche la pallacanestro, seguo la Nba: che orgoglio vedere Ettore Messina guidare i San Antonio Spurs”

Un passo indietro nella sua carriera: una volta, sicuramente quando lei ha iniziato, la provincia di Pesaro e Urbino era divisa in due parti: da Fosso Sejore al Tavollo si preferiva il basket, dal Fosso al Cesano la pallavolo. Lei ha scelto il volley, ma allo stesso tempo è un grande appassionato di basket
“La pallacanestro mi piace, la seguo, soprattutto la Nba, anche se nell’ultimo periodo mi prende molto l’Eurolega. Credo che ognuno abbia le sue passioni e che queste siano segnate anche dal contesto in cui si vive, dalla compagnia che si frequenta, da cosa fanno gli amici. Da ragazzo non avevo amici che giocavano a basket. La mia compagnia giocava a pallavolo. Ho voluto provare, mi sono divertito tantissimo, ma sono convinto che gli altri sport non abbiano niente di più e niente di meno della pallavolo. E’ una cosa di pelle: quando ti prende, segna il tuo futuro”.

Appassionato della Nba, tifoso – ahimé – dei Boston Celtics, segue con interesse coach Gregg Popovich e i San Antonio Spurs, che hanno come assistente Ettore Messina. Da allenatore, anche se di volley, cosa ha provato quando, causa un’indisposizione di coach Pop, Messina ha guidato, vincendo, gli Spurs texani?
“Un grande orgoglio. Ha allenato la squadra più importante al mondo, la franchigia campione Nba. Farlo anche se solo per qualche partita fa venire i brividi. Sono contentissimo, perché ci sono allenatori italiani di tanti sport, dal basket al calcio alla pallavolo, che lavorano all’estero. Probabilmente siamo adatti a questo lavoro, perché uniamo la professionalità alla passione”.

“Femminile o maschile, il volley è uno solo, ma giocato dalle donne è più carino”

Si dice che ci siano due pallavolo: una maschile, l’altra femminile.
“A livello di tecnica individuale cambia poco. Cambia tanto per gestione e modo di giocare. Vi faccio un esempio: le centrali del Volley Pesaro giocano molto gli stacchi a un piede con la fast e la B che nei maschi non si usano. Nel maschile ha più incidenza l’attacco da seconda linea, perché c’è maggiore potenza. Probabilmente la pallavolo femminile è più carina da vedere perché si difende tanto e si gioca di più la palla, proprio perché l’attacco è meno incidente, e nel maschile la battuta è diventata un attacco. Sì, ci sono aspetti del gioco che differenziano la pallavolo maschile da quella femminile…”.

Quale le piace di più? Le confesso che preferisco la femminile, perché quella maschile mi sembra soprattutto un esercizio di forza fisica, con battute devastanti. Qualche sera fa ho visto Macerata – Modena: su 5 battute, 4 errori.
“Essendo stradominante l’attacco, si deve cercare di mettere il più possibile in difficoltà la ricezione avversaria per obbligare il palleggiatore a cambiare le scelte. Si forza tantissimo, agevolati dal fatto che il nastro non è più errore e ciò aiuta i battitori a rischiare. Una volta non era così, si vedevano battute da lontano che passavano 4-5 metri sopra la rete. Però parliamo di 20 e più anni fa. Il gioco è cambiato tantissimo, con un’evoluzione incredibile. Una volta si batteva da zona 1, oggi si può servire da tutta la linea di fondo. Il libero ha spettacolarizzato il gioco, perché avere un giocatore che pensa solo a ricevere e a difendere ha fatto crescere la qualità del gioco. Ma se si vanno a vedere le partite di una volta si notano i centrali tipo Lucchetta e Bas van de Goor che in difesa facevano cose clamorose. Non so dire se è stato un bene o un male, ma ha dato opportunità a giocatori di taglia ridotta di esibirsi ad alto livello. Altrimenti si sarebbero dovuti accontentare di categorie inferiori…”.

Evviva il cambiamento, se ha consentito di vedere in campo Paola Cardullo, Monica De Gennaro e Sara Zannini.
“Ci sono tanti esempi di liberi molto forti che se non ci fosse stato questo ruolo difficilmente avrebbero giocato ad altissimo livello. Magari nelle donne è più facile, basti l’esempio di Lucia Bosetti, che non è altissima, ma ha grandi qualità atletiche, di salto, e riesce a fare la differenza anche a livello internazionale. Nei maschi, sotto i due metri d’altezza, sei fortemente penalizzato”.

La pallavolo è bellissima per l’ambiente, un’oasi felice, con il rugby. Due sport che regalano lezioni di vita, oltre che di sport.
“Quando si va a vedere una partita di pallavolo si sente un clima di sportività, di rispetto. Ogni tanto capita qualcosa, ma quando c’è competitività gli sfottò ci stanno e anche durante la partita può esserci qualche battibecco, ma alla fine ci si stringe la mano con il massimo rispetto. A tutti piace vincere e talvolta si usa qualche mezzo per innervosire l’avversario, sempre con rispetto. E’ accaduto di recente a Capannori, dove c’era un tifo abbastanza caloroso, ma alla fine il capo tifoso toscano è venuto a salutarmi, quasi scusandosi per qualche atteggiamento…”.

“Quando ero a Bergamo e provai a fare vincere Pesaro”

Matteo con Lorenzo Micelli, coach urbinate, alla Foppapedretti

Matteo con Lorenzo Micelli, coach urbinate, alla Foppapedretti

I tifosi di volley sono splendidi, quelli pesaresi ancora di più, però mi viene da pensare che al primo impatto i più maturi le abbiano rinfacciato l’eliminazione patita con la “sua” Bergamo, in Coppa dei Campioni che poi vinceste “voi”.
“Io ho detto loro, ripetendolo in più occasioni, che ho provato a fare… vincere Pesaro. Accadde, mi sembra, nel terzo set della seconda sfida, quando Pesaro vinse 3-2 a Bergamo. Nella gara di ritorno, sul 2-0 per noi di Bergamo, sbagliai a scrivere la formazione e successe un disastro…”.

Con la Coppa dei Campioni vinta da Bergamo

Con la Coppa dei Campioni vinta da Bergamo

Micelli s’arrabbiò?
“Penso di sì, anche se non lo fece vedere. Anzi, nel set successivo mi invitò a riscriverla, chiedendomi di non sbagliare ancora. Ogni tanto ricordiamo quelle sfide. Credo che Bergamo fosse più pronta agli incontri a eliminazione diretta e Pesaro più forte in una serie lunga. Non caso vinse il campionato. Ma anche in Coppa Italia, a Bologna, quando la partita sembrava indirizzata verso la Scavolini, qualche giocata delle nostre campionesse ci permise di ribaltare il punteggio. Loro si sono rifatte successivamente, vincendo una Coppa Italia fantastica, a Eboli, dove esibirono una delle più belle pallavolo che ho visto giocare”.

“Allenare le ragazze è difficile, ma anche stimolante. Devi stare attento, se fai grossi errori non te li perdonano”

Matteo Bertini in Nazionale

Matteo Bertini in Nazionale

Ho conosciuto diversi allenatori che mi hanno detto che è più difficile allenare una squadra di donne che di uomini.
“E’ difficile, ma anche molto stimolante, perché le ragazze ti danno tantissima soddisfazione. Credo che gestire una squadra femminile sia una sfida, però è molto bello, perché un allenatore sente di potere dare un’impronta, anche se alla fine in campo ci vanno le ragazze e quando vincono il merito è loro. E’ soprattutto bello il lavoro in palestra, in allenamento. E’ lì che le ragazze riconoscono il tuo lavoro, il tuo impegno. Una cosa è certa: bisogna mettere il piede sempre al posto giusto al momento giusto. Se fai grossi errori non te li perdonano, quindi bisogna stare molto attenti. Però ti danno grandi soddisfazioni e ti ringraziano sempre. Come ha potuto verificare con Francesca Gentili: a distanza di anni dalla vittoria nell’Europeo Juniores 2008, ha ricordato il nostro bel rapporto, anche se non ci si vede o non ci si sente da tanto tempo”.

Katya, la sua ragazza viene dal mondo della pallavolo…
“Sì, pure se a livello inferiore, ha giocato e conosce bene la disciplina…”.

Mi raccontava una sera a cena che non è gelosa e che erano in arrivo giocatrici brave e belle. Inoltre le dà consigli.
“Parliamo spesso di pallavolo, anzi litighiamo spesso perché mi fa arrabbiare. Lei tiene tanto a me e alle mie squadre. Avendo giocato, qualcosa vede e non manca di farmi pensare. Ed è un aspetto importante per il mio lavoro, visto che chiedo sempre al mio staff di proporre domande, per non lasciare niente al caso. Più teste e più occhi vedono i problemi meglio. Katya è preziosa anche per questo”.

“Meglio una squadra giovane o più esperta? Due mondi diversi, due modi di allenare”

Il Volley Pesaro è passata da una squadra giovane a una più esperta. Vista da fuori, per la B1 meglio l’esperienza, ma lei è un istruttore di giovani…
“Due mondi diversi, e diversi sono i modi di allenare, anche se non mancano le similitudini. La giovane va curata più a livello tecnico individuale, con qualche esercizio diverso. Con l’esperta è un impegno inferiore, ma non deve mancare l’attenzione all’aspetto tecnico. Vero è che si privilegiano più le situazioni di gioco che rispecchiano la partita. Se si osservano due squadre così diverse, è bello vedere la crescita delle giovani, controllarne i progressi fatti dall’inizio alla fine del campionato; ciò vale sia a livello tecnico sia nel comportamento in partita, come risolvono, o non risolvono, le situazioni complicate. Se una squadra esperta gioca bene, è un piacere vederla all’opera, perché ha un sistema di gioco preciso, fatto di pochi errori, di soluzioni prese senza chiudere gli occhi, ma pensando a ciò che si fa”.

“Ho conosciuto tante campionesse, ma spero per il volley italiano che nasca presto un’altra Antonella Del Core”

Antonella Del Core

Antonella Del Core

Poco fa ha parlato di campionesse: ne ha viste tante, allenandone altrettante. Le chiedo un nome, un solo nome. Oppure ne ha tanti da ricordare e farne un solo è difficile?
“Quelle che mi hanno impressionato sono numerose. Una è sicuramente Antonella Del Core. Una vincente. Dove è andata ha vinto: Perugia, Bergamo, Istanbul, Kazan, e ha vinto tutto. Spero per il volley italiano che nasca presto un’altra Del Core. Sa fare tutto: è bravissima in attacco e nei fondamentali di difesa e ricezione; uno dei posti 4 più forti a muro mai visti, soprattutto contro la fast. E ha una cultura del lavoro, del sacrificio, davvero impressionante. Fortissima tecnicamente, lavoratrice instancabile (dovreste vederla quando va in sala pesi!), secondo me è un modello e un esempio per le giovani”.

Nella panchina bergamasca con Valentina Arrighetti

Nella panchina bergamasca con Valentina Arrighetti

L’anno scorso, prima delle Final Four di Champions League, a Baku, Ekaterina Gamova, uno dei nomi più grandi della pallavolo russa e quindi mondiale, si rivolse così alla sua compagna di squadra nella Dinamo Kazan: “Antonella, da avversaria me ne hai fatte perdere, adesso da compagna ti chiedo di farmi vincere questo trofeo”. Andò così. Che riconoscimento per Antonella!
“Ricordo due finali vinte da Bergamo, con Antonella sempre protagonista, contro le squadre di Gamova: a Perugia era alla Dinamo di Mosca, a Cannes nel Fenerbahçe Istanbul. Sì, le parole di Ekaterina sono una delle cose più belle per una giocatrice che non è appariscente, ma in campo ha una valenza incredibile per la squadra”.

Ci ha detto che ha voglia di crescere, di migliorare. C’è una squadra che le piacerebbe allenare in futuro?
“No. Mi piacerebbe riportare Pesaro dove merita di stare. So bene che è un compito arduo, perché partire dalla serie B1 e tornare dove Pesaro era una volta è una sfida molto difficile. Ma sogno di crescere insieme alla società, ai dirigenti, al mio staff, composto da persone incredibili, a partire dagli allenatori per proseguire con i preparatori e i fisioterapisti. Stiamo crescendo anno dopo anno, anche se siamo ancora in B1. Ogni stagione un piccolo passo avanti. Speriamo sia più lungo dopo questa stagione”.

“Non vedo l’ora che arrivi giugno per seguire la World League maschile a Pesaro: sarà un grande evento”

A metà giugno, Pesaro ospiterà una tappa della World League maschile. Forse l’Italia affronterà il Brasile o comunque la Serbia. Le sue sensazioni di uomo di pallavolo?
“Un evento estremamente positivo per Pesaro, per lo sport pesarese. Sicuramente il grande palazzo dello sport della Torraccia si presta a questi eventi, essendo uno dei migliori d’Italia. E’ bello perché la pallavolo piace ed è seguita anche a Pesaro. Avere un appuntamento di così alto livello mondiale non può che fare piacere a tutti, e soprattutto a noi che siamo innamorati di questo sport meraviglioso. Non vedo l’ora che arrivi giugno”.

La stagione a Istanbul

La stagione a Istanbul

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