Profughi a Fano, Giovanelli (Cisl) invita a non avere paura del diverso. I dati sugli immigrati morti

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10 gennaio 2015

Giovanni Giovanelli*

Immigrati, immigrazione, stranieri, profughi

Foto tratta dal web

FANO – Il dibattito e le polemiche di queste ore sull’accoglienza di 41  profughi nella città di Fano e ospitati presso una struttura alberghiera del Lido rischia di far distogliere la vera problematica dei profughi. Ricordiamo che queste persone, per lo più bambini e donne, fuggono da situazioni di conflitto (Siria, Iraq, Kurdistan) e da Paesi continuamente sottosviluppati (Eritrea, Etiopia) e scelgono di giungere in Europa dove sicuramente trovano una situazione sociale, civile, economica e politica non lacerata da conflitti e guerre, e dove in ogni caso ci sono condizioni di vita notevolmente migliori di quelle dei loro Paesi.

Altro aspetto che tutti dimentichiamo è la mancanza di una legislazione nazionale ed europea (sicuramente la Bossi-Fini non rappresenta la migliore legge in tema di emigrazione e d’integrazione) che contrasti l’immigrazione clandestina e i viaggi della speranza. Ricordiamo che dal 1994 ad oggi sono morti nel canale di Sicilia più di 7.000 persone e più di 30.000 sono stati coloro che sono arrivati in Europa approdando in Italia.

Questi richiedenti asilo sembra stiano facendo di tutto per ostacolare il turismo nella nostra città, e i residenti sono allarmati per la pericolosità di queste persone!

Chi li avvicina e ha conosciuto le loro tremende storie si rende conto che non sono loro la causa della crisi del turismo fanese, e che la prossima estate non sarà la loro presenza a Fano che impedirà di raggiungere gli “entusiasmanti” dati della scorsa estate.

Ma qualcuno li ha avvicinati? Qualcuno ci ha parlato? Qualcuno ha conosciuto le loro tremende storie? Si pensa davvero che possa essere a causa loro che a Fano la prossima estate non verrà nessuno?

La Cisl di Fano invita la società civile della nostra città a rifuggire dalla paura del diverso, dalla paura di contaminarsi, e di avviare interventi strutturati, tesi ad accogliere in strutture adeguate ed idonee con progetti di integrazione ed accoglienza realmente operativi ed efficaci.

Molto viene fatto da quelle cooperative associazioni che operano nell’accoglienza dei richiedenti asilo politico, e se oggi coloro che si indignano e polemizzano per questo gruppo di profughi accolti all’Hotel Plaza utilizzassero le loro risorse umane, professionali e civili per creare condizioni di reale integrazione ne guadagnerebbe sicuramente la società civile e i problemi potrebbero essere affrontatati rifuggendo dai luoghi comuni e dalla strumentalizzazione ideologica.

C’è molto da operare in questa direzione. Sicuramente il periodo socio-economico non è il migliore, ma solo la coesione sociale, solo accogliendo e non respingendo a priori costruiremo anche nella nostra città un modello di integrazione anche per questi rifugiati politici: che poi la struttura scelta sia l’hotel Plaza, l’hotel Principe  o il Vittorio colonna non ha importanza.

I NUMERI DELL’IMMIGRAZIONE

Dal 1994, nel Canale di Sicilia sono morte almeno 7.065 persone, lungo le rotte che vanno dalla Libia (da Zuwarah, Tripoli e Misratah), dalla Tunisia (da Kelibia, Sousse, Chebba e Mahdia) e dall’Egitto (in particolare la zona di Alessandria) verso le isole di Lampedusa, Pantelleria, Malta e la costa sud-orientale della Sicilia. Più della metà (5.218) sono disperse. Altri 229 giovani sono annegati navigando dalla città di Annaba, in Algeria, alla Sardegna. Il 2011 è stato l’anno più brutto: tra morti e dispersi, sono scomparse nel Canale di Sicilia almeno 1.822 persone. Ovvero una media di 150 morti al mese, 5 al giorno: un’ecatombe. E senza tenere conto di tutti i naufragi fantasma, di cui non sapremo mai niente. Ben più di quante ne morirono in tutto il 2008, l’anno prima dei respingimenti, quando si contarono 1.274 vittime a fronte di 36.000 arrivi in Sicilia. Non solo. Quei 1.822 morti nel Canale di Sicilia rappresentano il 77% dei 2.352 morti registrati nel 2011 in tutto il Mediterraneo. Non è soltanto il maltempo a causare un così alto numero di decessi. C’è dell’altro e lo si capisce dal fatto che sulla rotta libica si muore otto volte più spesso che non su quella tunisina.

Vittime del Canale di Sicilia dal 2002 al 2011

Anno

2002

2003

2004

2005

2006

2007

2008

2009

2010

2011

Morti

236

413

206

437

302

556

1274

425

20

1822

Nel 2011 infatti, a fronte di circa 25.000 arrivi dalla Tunisia e di altrettanti dalla Libia, le morti documentate sulla rotta tunisina sono state 334, mentre quelle sulla rotta libica sono state addirittura 1.488. Come dire che sulla rotta tunisina muore un passeggero ogni 75, mentre sulla rotta libica ne muore 1 su 17. Quattro volte di più. E il dato potrebbe essere ancora più allarmante. Perché nessuno è in grado di dire quanti siano i naufragi fantasma di cui non si è saputo niente.
Sicuramente a rendere più pericolosi i viaggi dalla Libia nel 2011 sono state le condizioni di sovraccarico a cui sono stati esposti i profughi in fuga dalla guerra. E di questo hanno una responsabilità diretta le forze armate del deposto regime di Gheddafi che hanno gestito l’intera operazione nel 2011. Secondo numerose testimonianze raccolte direttamente tra gli sbarcati infatti, il regime di Gheddafi non soltanto ha incoraggiato le partenze per l’Italia, mettendo a disposizione il porto di Zuwara, il porto commerciale di Tripoli e il porto di Janzur, alla periferia ovest della capitale. Ma ha addirittura ordinato alle milizie filogovernative di effettuare retate nei quartieri neri di Tripoli e delle città ancora sotto il controllo del colonnello, per raggruppare un numero sufficiente di passeggeri e riempire le barche.

A tutto questo si aggiunga che ormai da diversi anni, nella maggior parte dei casi, le organizzazioni del contrabbando non mandano più i loro uomini al timone. La guida delle barche è spesso affidata a caso a uno dei passeggeri, a volte senza che abbia nessuna esperienza di mare. E per quanto riguarda il soccorso, i pescatori prestano sempre più difficilmente soccorso in mare, per non rischiare l’arresto e il sequestro delle navi. E lo stesso fanno le navi da guerra della Nato, ma evidentemente per ben altri motivi.

Dopo la guerra in Libia, gli sbarchi in Sicilia hanno avuto una pausa nel 2012, ma nel 2013 la rotta libica e quella egiziana sono tornate ad essere battute. Nei primi nove mesi dell’anno, sono sbarcate nel sud Italia 30mila persone, di cui più della metà siriani, eritrei e somali. E alla ripresa degli sbarchi è seguita una nuova scia di lutti e tragedie.

*Cisl Fano

Un commento to “Profughi a Fano, Giovanelli (Cisl) invita a non avere paura del diverso. I dati sugli immigrati morti”

  1. giuseppina scrive:

    Nel leggere l’articolo ho avuto l’impressione che la cisl non conosca o finga di non conoscere che gli italiani hanno scienza, conoscenza e coscienza. Tutti ormai, grazie ai media, anche i bambini, conoscono i problemi del sud del mondo: dell’inaridimento dei terreni, della fame , dell’indebitamento e soprattutto il problema delle guerre. E’ una situazione che riguarda oltre il miliardo di persone tra l’Africa e l’Asia. Purtroppo però chi non ha soldi, non riesce a fuggire da quell’ambiente che non permette di vivere o di vivere come desidererebbero. Chi è povero o non ha gli appoggi, è costretto a rimanere a lottare nel proprio paese.
    Perché il pensiero non va anche a queste persone?
    Gli italiani, in tutte le circostanze ed in tutte le epoche, si sono sempre dimostrati generosi nei confronti di aveva bisogno , perché penso che questo sia nel nostro carattere “italiani brava gente”; gli italiani capiscono le sofferenze di tanti di quelli che si sono rifugiati da noi, anche se non hanno avuto modo di dialogare con loro.
    Ma bisogna anche essere realisti. Non possiamo neanche pensare di accogliere nel nostro paese 1 miliardo di persone . Anche queste sono cifre su cui è indispensabile riflettere.
    Dobbiamo cominciare a ragionare di aiutarli a casa loro, soprattutto perché ognuno, nel profondo del cuore, ama la propria patria ed ha nostalgia di essa ed è giusto che viva lì e che non sia costretto ad espatriare.
    Spendiamo 35 euro al giorno in alberghi per i rifugiati politici che arrivano da noi, volendo dimostrare quanto siamo accoglienti e disponibili ( favorendo così anche chi ci mangia a volontà sull’accoglienza e si permette di dire che “ rom e immigrati rendono più della droga”), e non pensiamo a chi è rimasto laggiù e non riflettiamo neanche sul fatto che, di fronte a 1050 euro mensili di spesa a testa per tali rifugiati, ci sono italiani pensionati che devono sopravvivere con 500 euro al mese e che spesso non ricevono aiuti da nessuno.
    Molti anziani sono per lo più orgogliosi, non vogliono rinunciare alla propria dignità e si vergognano di andare a chiedere l’elemosina al comune o meglio, a chiedere il loro diritto all’aiuto dopo aver trascorso una vita nel proprio paese e lavorato e fatto sacrifici per esso. Non avete mai sentiti i discorsi di alcuni anziani, fatti a mezza voce: “vorrei essere anch’io come un rifugiato, per poter essere ospitato in alberghi a 3 o 4 stelle, servito di tutto”?
    Oggi la disoccupazione ha superato il 13% e ci sono molte famiglie in difficoltà e anche ad esse lo stato con i suoi rappresentanti ben pagati chiede ogni giorno di fare sacrifici. La crisi è forte e la gente, anche chi ancora può, non osa spendere, perché ha paura del futuro.
    Qui non conta più il partito politico di appartenenza; le recenti elezioni regionali con il massiccio astensionismo hanno messo in evidenza quanto gli italiani si sentano schifati della politica: la corruzione dilaga fra tutti i partiti e in tutti gli ambienti. L’italiano si sente spremuto, vessato e soprattutto inascoltato. La gente sta sopportando molto, abbastanza in silenzio,ma io penso che il rumore del silenzio sia più pericoloso di tanti discorsi e la storia insegna.
    Bisogna riprendere il senso della misura: non tutto il Terzo ed i Quarto mondo possono venire in Italia, i rifugiati non hanno bisogno e non chiedono hotel sulla spiaggia,con camera privata dotata di bagno e televisione, i rifugiati vogliono il loro cibo,cucinato secondo la loro tradizione, vogliono accoglienza non solo economica, ma soprattutto umana, da parte della gente.
    Questo non è certo il modo migliore per pensare a loro, per favorire l’integrazione, per pensare a chi è rimasto nei paesi in difficoltà e per pensare agli italiani.
    Bisogna smetterla con la scusa che non ci sono leggi adeguate; uomini politici e sindacati , quali rappresentanti dei cittadini, è ora che, se veramente cercano il bene degli immigrati e degli italiani, tengano conto delle attuali reali possibilità dell’Italia, cerchino effettivamente ( e non con slogan) di favorire la ripresa economica e si smuovano per approvare idonee leggi sull’immigrazione che deve essere regolamentata e deve provvedere anche a chi rimane nel paese d’origine .

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