Pippo forse non lo sa… ma Favino la sa lunga. Successone al “Rossini” di Servo per due

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14 febbraio 2015

PESARO – Gli artisti, si sa, sono scaramantici però il lavoro è lavoro, il calendario è sacro e lo spazio scenico va calcato comunque. Ma il venerdì 13 del teatro Rossini di Pesaro è stata tutt’altro che una serata sfortunata. Un successo dall’apertura del sipario alla presentazione finale della compagnia in ribalta, richiamata quattro volte in proscenio dalle ovazioni di un teatro in delirio

Tanto di più della rilettura di un classico del teatro italiano questo “Servo per due” (liberamente tratto da “Il servitore di due padroni” di Carlo Goldoni nell’adattamento di Richard Bean tradotto e riadattato nella versione italiana da Pierfrancesco Favino, Paolo Sassanelli, Marit Nissen Simonetta Soldercon e il Gruppo Danny Rose) che ha fruttato al grande interprete, principe indiscusso della compagnia, il premio Miglior Protagonista “Le Maschere del Teatro Italiano 2014″. Un riconoscimento da aggiungere al prestigioso David di Donatello (2012) a uno del cofondatori dell’Actor Center della Capitale e all’indimenticabile interprete di Romanzo Criminale e Romanzo di una strage.

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Ma veniamo allo spettacolo. Gli elementi ci sono tutti, dalla miseria alla smania doppiolavorista, dalla fame fame all’ingordigia, alla venalità, all’ipocrisia, alla menzogna, all’equivoco e all’amore in un caleidoscopico gioco di moine, doppisensi e intuizioni. Ci sono tutti gli elementi di ieri che sono poi gli stessi (dittatura a parte) di oggi, tanto che ti viene da riflettere su un Goldoni mai così attuale nello scodellare, due secoli e mezzo fa, il trand di una società tutta italiana che ha nel proprio dna l’arte di arrangiarsi. Così “Servo per due” ha trovato terreno fertilissimo in un pubblico che definire entusiasta significa sminuire l’aggettivo. E va detto che non basta la sitcom di un classico a realizzare un successo sempre e comunque. A questo ha pensato il mattatore della serata, un grande Pierfrancesco Favino nei panni di Pippo (il neo Arlecchino) al centro della vicenda che si ambienta nella Rimini degli Anni Trenta, in pieno regime fascista. Una sinossi flash: Pippo (Favino) ha perso il lavoro e, perennemente affamato, accetta di lavorare per due padroni: Rocco, un delinquentello del nord a Rimini per affari con Bartolo (padre della sua fidanzata Clarice che…ama Fulminéo) e Lodovico, anche lui un personaggio sufficientemente losco. Colpo di scena Rocco – ovviamente truccato/a – è la sorella gemella di Rocco, Rachele, il cui fidanzato ha ucciso il vero Rocco mentre Lodovico é il ricercato che vaga nel riminese per riunirsi a Rachele. L’impresa di Pippo, affascinato a sua volta dalla spiccia Zaira, sarà quella di evitare l’incontro fra i due padroni che si conoscono alla perfezione per non scoprire il suo gioco. E il servo si avviterà nelle sue stesse bugie intricate e pasticciate. Ne nasce una farsa dal sapore, per certi versi fantozziano, dove i colpi di scena la fanno “da padroni” appunto. Ma è il tutto e tutto insieme uno spettacolo nello spettacolo, quasi un music hall, dove i nonsense si amalgano a un’improbabile realtà storica sullo sfondo di un Regime che viene sberleffato dagli intermezzi musicali d’epoca e dalle battute a ciclo continuo. E lui, Favino, quasi troneggia su tutti grazie a una faccia facciosa, a quella sorta di maschera di gomma che non ha nulla da invidiare a the mask del migliore Jim Carrey. Chi, poi, s’aspettava una briosa rivisitazione di Goldoni è rimasto scioccato dalle mille trovate geniali e dal pieno coinvolgimento del pubblico, quasi un living theatre (targato 2015) nel quale l’eclettico e inedito Pierfrancesco si è scatenato con frequenti incursioni in platea dove ha pescato un paio di vittime simpaticamente sacrificate sull’altare della più sfrenata comicità. Ne ha fatto le spese il giornalista del Carlino Paolo Angeletti ingaggiato come uomo di fatica e un signor Loris che forse non si perdonerà mai di aver offerto, su richiesta, delle Pipas all’attore “affamato” che ne ha costruito una vera e propria piéce fatta di allusioni divertenti fuor di misura. E’ andata peggio, invece, a un’anestesista che è stata investita dal getto di un estintore. Un fuori programma o un’ennesima trovata per raggelare volutamente il pubblico tra il primo e il secondo atto? Propendiamo per la seconda ipotesi

Lo spettacolo è prodotto dalla Compagnia Gli Ipocriti e Rep (compagnia di repertorio) / Gruppo Danny Rose con la partecipazione di Fondazione Teatro della Pergola

La musica, parte integrante dello spettacolo, é eseguita dal vivo dall’Orchestrina Musica da Ripostiglio (Luca Pirozzi (chitarra, voce, banjo),LucaGiacomelli (chitarra), Raffaele Toninelli (contrabbasso, voce), Emanuele Pellegrini (batteria, percussioni, voce). Un’impeccabile professionalità fatta musica tutt’altro che di sottofondo.

Il cast: Gruppo Danny Rose (23 elementi alcuni dei quali familiari per le apparizioni sul piccolo schermo) tutti estremamente validi, in piena osmosi e inquadrati dalla sapiente regia di Pierfrancesco Favino e Paolo Sassanelli. Uno spettacolo spumeggiante che ti prende e va giù fluido tanto da non accorgerti che le oltre due ore e quarantacinque volino via nell’espace d’un matin o, per dirla alla riminese in tema con lo spettacolo, in un sbrissio. Eppoi le scenografie creative e accattivanti di Luigi Ferrigno, tele pronte a diventare d’emblée da un centro abitato l’interno di un’abitazione, i balletti e le canzoni (sottolineati da vigorosi scrosci d’applausi) che s’intervallano a una recitazione frizzante, dal ritmo comico incalzante e tanto altro ancora difficile da esprimere a parole ma facile da bere in teatro.

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