Il 14 agosto 1988 se ne andava Enzo Ferrari, entrato nel mito. Il ricordo

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14 agosto 2018

14 agosto 1988, una tranquilla e calda domenica che precede il tanto agognato Ferragosto, sinonimo per tutti di vacanze quello per come si dice oggi di “staccare la spina” dalla quotidianità. Quel 14 agosto del 1988 invece rimarrà una data storica e tristemente unica, quella in cui se ne è andato Enzo Ferrari, entrando definitivamente nel “mito”.

Un giorno particolare anche per il sottoscritto, che essendo nato il 14 agosto ha vissuto un compleanno triste, ma fortificando immodestamente il “personale” rapporto con il mito. Su Ferrari come ripeto sempre è stato scritto e sarà scritto ancora di tutto e di più, perché novanta anni di vita del Drake, saranno sempre forieri di storia. Non ricordo chi ha detto che la vita di Enzo Ferrari dovrebbe essere inserita nei libri di testo scolastici, speriamo di ricordare chi trasformerà questa idea in realtà.

Torniamo a quel 14 agosto 1988, anzi al 15, perché per preciso volere testamentario, Ferrari aveva stabilito che la notizia del suo decesso fosse data ad esequie avvenute, così con uno scarno comunicato la famiglia diede la notizia ai media il giorno di ferragosto, notizia che potevano comunicare solo le televisioni, perché i giornali come si sa non escono quel giorno. Lui, Enzo Anselmo Ferrari, un uomo ed un nome conosciuto a livello planetario se ne è andato in punta di piedi silenziosamente provando a difendere anche in questa ultima occasione il privato, come aveva provato a fare, spesso invano da vivo.

Che fosse un predestinato forse lo si poteva prevedere fin dalla nascita, infatti Ferrari fu “speciale” fin dall’uscita dal grembo materno di Adalgisa Bisbini coniugata con Alfredo Ferrari, avvenuta il 18 febbraio 1898, ma registrata all’anagrafe di Modena, due giorni dopo, a causa di una forte nevicata che impedì al padre di recarsi in comune. Una vita come detto unica e irripetibile, di un uomo forte ma al tempo stesso travagliato internamente, una vita che al successo imprenditoriale ed agonistico ha avuto come contraltare un privato difficile segnato forse più da sconfitte che da vittorie, come la morte prematura dell’amato primogenito Alfredo detto Dino, avvenuta a 32 anni per distrofia muscolare. Difficile e complicato anche il lato sentimentale, con il matrimonio subito andato in crisi con Laura Garello, ma ostinatamente tenuto saldo per oltre cinquanta anni agli occhi del mondo fino alla scomparsa della madre di Dino.

Il rapporto segreto, che tutti però conoscevano con la signora Lina Lardi, dal quale è nato nel 1945 Piero, riconosciuto come figlio “ufficialmente” dopo la scomparsa della moglie, avvenuta nel 1978. Il suo rapporto con i piloti, difficile o meglio a seconda dei casi particolare, infatti Ferrari si irritava se la classe di chi guidava le sue auto, faceva sì che il nome dei suoi bolidi passasse in secondo piano, clamorose testimonianze di questo sono stati gli episodi vissuti tra il Drake e Tazio Nuvolari prima, Manuel Fangio dopo e Niki Lauda successivamente.

Come detto nel suo essere contraddittorio Ferrari è stato anche come un padre per Alberto Ascari, figlio di Antonio suo amico e compagno di squadra quando correvano entrambi per l’Alfa Romeo. Ma il suo lato paterno che tutti hanno potuto ammirare è stato il rapporto speciale con Gilles Villeneuve, il funambolo canadese, che Ferrari ha ricordato dopo la sua scomparsa dedicandogli queste struggenti parole: “Con la sua combattività ha aggiunto notorietà a quella che la Ferrari aveva, gli volevo bene”.

Anche come imprenditore le sue idee e la capacità di vedere lontano, spesso si sono scontrate con assurdi e testardi accanimenti due a mio parere gli esempi eclatanti. Il primo positivo e coraggioso, che al tempo stesso dà l’idea della grandezza di quest’uomo è stato l’intuito di costruire macchine di lusso e da corsa, in un momento difficile, quando l’Italia e il mondo stavano provando a risorgere dopo la seconda guerra mondiale, sfruttando quella classe sociale arricchitasi con il conflitto.

Quello ottusamente testardo, sempre a mio parere, è stato ad inizio anni Sessanta, quando arrivarono delle sconfitte sonore da parte di piccoli costruttori inglesi, definiti da Ferrari “garagisti”, che rivoluzionarono il concetto di Formula Uno e delle monoposto in generale, posizionando il motore nella parte posteriore della macchina. Nonostante le gare perse ed anche alcuni titoli mondiali Ferrari si ostinava a dire che “non ho mai visto i buoi spingere gli aratri da dietro”.

Ferrari è stato così senz’altro più amato che odiato, “chiuso” nella sua notorietà, splendido creatore di un mito del quale è stato volutamente e diciamo piacevolmente prigioniero. Dispensatore di frasi celebri ed aforismi nei quali in poche parole spiegava al mondo la sua persona, ne citiamo alcune: “Porto le lenti scure perché non voglio far vedere come sono fatto dentro”. Oppure a chi gli chiedeva perché non uscisse mai dalla sua Maranello, rispondeva che ”i vecchi sono come i mobili antichi, meno li sposti meglio è”. O la risposta a chi attaccava la Ferrari: “Di me dite quello che volete, ma giù le mani dalla Ferrari”.

Ne aveva anche per chi giudicava una vittoria di una sua macchina fortunosa: “La fortuna e la sfortuna non esistono”. La storia ne riportano tante altre da farne un’enciclopedia, frasi che danno ulteriormente forza al personaggio Ferrari, capace di sintetizzare in poche parole una storia lunga novanta anni, mentre il mito dal quel 14 agosto di trent’anni fa continuerà all’…infinito.

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