Lo scudetto del basket va alla Reyer Venezia, ma Pozzecco è il vincitore morale: il COMMENTO dopo le Finals

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23 giugno 2019

Reyer Venezia campione (foto tratta dal web)

Reyer Venezia campione (foto tratta dal web)

VENEZIA – Ha vinto Venezia ed è giusto così, perché nelle 17 partite disputate nei playoff, un altro campionato praticamente, ha saputo sempre tirarsi fuori dalle sabbie mobili, sfruttando abilmente il match point casalingo, che il secondo posto al termine della regular season le aveva garantito, vincendo tre volte su tre la bella al Taliercio. L’unica che avrebbe potuto giocare fuori casa sarebbe stata quella con Milano, ma l’Armani di Pianigiani non è mai stata una vera squadra e ha finito per pagare dazio all’armata esuberante di coach Pozzecco, vincitore morale di questa stagione, l’allenatore col record più vincente, quello che ha fatto parlare di sé, sia per i risultati, che per il suo atteggiamento sempre sopra le righe, ma finalizzato a caricare su di sé tutte le responsabilità, lasciando liberi i suoi giocatori di concentrarsi sulle partite e niente altro.

Venezia è la squadra più continua di questi ultimi anni, con cinque semifinali consecutive raggiunte e due scudetti conquistati, merito di un coach come De Raffaele che magari non sarà simpatico come alcuni suoi colleghi, ma conosce il basket e conosce la psicologia per arrivare alle menti dei suoi giocatori, e non è casuale che Austin Daye sia stato eletto, con merito, Mvp di queste Finals, dopo che a gennaio sembrava con un piede fuori dalla laguna, messo fuori rosa dopo una serie di partite in cui il figlio di Darren “cazzeggiava”, senza mettere sul parquet tutta la classe che possiede, perché a livello di talento offensivo puro, stiamo parlando di uno dei cinque migliori giocatori attualmente nel vecchio continente, ma Austin non aveva mai avuto come obiettivo personale quello di vincere un titolo, ma quello di valorizzare le sue statistiche. De Raffaele gli ha fatto capire che questo era l’anno buono per fregiarsi di un titolo, di diventare protagonista anche partendo dalla panchina, scelta strategica per preservarlo dai falli prematuri e capire quale Austin sarebbe sceso sul parquet, quello litigioso, che fa del trash talking il suo stile di difesa, o quello concentrato sul pezzo, quello che con le sue mani setose è in grado di piazzare triple da sette metri e oltre, o di tagliare le difese in due con i suoi 211 centimetri immarcabili per la maggioranza degli avversari.

Attestati di merito anche per Bramos, uscito fuori alla distanza, giocatore vincente come pochi, che insieme a Stone e Haynes compongono l’ossatura vincente di questa Reyer, dove hanno trovato spazio anche gli italiani, soprattutto De Nicolao, mentre Tonut è stato fermato dagli ennesimi guai fisici, con Cerella, che invece di venire a Pesaro la scorsa estate a giocare titolare, ha preferito giocare poco a Venezia, ma alla fine ha avuto ragione lui. Dispiace vedere Paul Biligha utilizzato come dodicesimo, fermato sicuramente dalla tendinite, ma anche dalla concorrenza interna, perché onestamente Watt e Vidmar sono stati più utili alla causa, e questo deve far riflettere tutto il nostro movimento, considerando che Biligha è di fatto il centro titolare della nostra Nazionale.

Se avesse vinto Sassari, il titolo di Mvp sarebbe andato a un monumentale Jack Cooley, pivot essenziale come pochi, che sarà anche brutto da vedere per il suo fisico non proprio atletico, ma se c’è un rimbalzo da pendere in mischia, nove volte su dieci è lui a uscire col pallone tra le mani, e tutte le vittorie di Sassari in questi playoff portano la sua firma. Come quella di Rashawn Thomas, giocatore totale, pronto a fare il grande salto verso l’Eurolega, ed è questo il rammarico principale per il Banco di Sardegna, sapere che difficilmente riuscirà a trattenere le sue stelle, e che tornare alla finale scudetto non sarà semplice in futuro, dato che la Milano di Ettore Messina proverà a stracciare la concorrenza, almeno in Italia, nel prossimo triennio, anche se Venezia le darà filo da torcere, con un roster che subirà poche modifiche e la possibilità di riprovarci anche nel 2020.

Alcune note a margine su quello che non ha funzionato in questa finale, per primo il Taliercio, vetusto palazzetto che, senza aria condizionata, non ha concesso ai giocatori di esprimersi al meglio, salvati in gara sette dalla perturbazione che ha abbassato la temperatura, e mentre in Spagna, Turchia e Grecia si giocava davanti a diecimila persone e passa, in Italia avevamo 3.500 spettatori stipati come sardine, che passavano il tempo più a sventolarsi che ad applaudire. La seconda cosa rivedibile sono stati gli arbitraggi, “abili” a cambiare metodo durante la stessa partita, passando da fischiare tutto il fischiabile a concedere vere tonnare dentro l’area colorata, consentendo ai giocatori in campo di mandarsi a quel paese a vicenda, senza ricorrere a sanzioni punitive, mandando in crisi i giocatori in campo, e gli spettatori neutrali, perché a quelli di parte il sistema arbitrale importa poco… quello che conta è il risultato finale, ma, intendiamoci, Venezia ha vinto con pieno merito, uno scudetto che Sassari ha probabilmente perso in gara uno, quella dove veniva da 22 vittorie consecutive, e che le avrebbe dato ulteriore fiducia nei propri mezzi, poi la Dinamo è stata brava a vincere in gara due a Venezia, sfruttando la maggior freschezza fisica, ma a parità di stanchezza sono venuti fuori i reali valori in campo e gara sette è stata una cavalcata trionfale per l’Umana Venezia, che si gode il suo secondo scudetto dell’era moderna, e sta già pensando come mettere il bastone tra le ruote all’Armani Milano il prossimo anno.

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