ROF, la bella storia di Diego Savini: faceva l’operaio, ha conquistato il pubblico del Festival

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19 agosto 2019

PESARO – Scriveva sulla pietra”, faceva l’operaio, il litografo (dal greco lithos e gràphein), nella tipografia del padre, a Città di Castello, nella vicina Umbria.

Oggi oggi “scrive con la voce”.

Canta, e come canta!, e vuole lasciare un’impronta sui grandi palcoscenici dove si è presentato tardi per uno del suo talento. Il talento vocale e una spiccata predisposizione alla recitazione hanno conquistato il pubblico che ha seguito Il viaggio a Reims, nel Teatro Rossini praticamente tutto esaurito.

Nello stesso teatro, la sera del 22 luglio, si era esibito davanti a poche decine di spettatori, ottenendo unanimi consensi

Avevamo raccontato di Giuliana Gianfaldoni e Diego Savini come i grandi protagonisti del concerto finale dell’Accademia Rossiniana. Giuliana e Diego si sono confermati oggi.

Come il 22 luglio, Diego Savini, baritono e attore di qualità, ha coniugato una bellissima voce a un’affascinante capacità interpretativa.

Mi fa piacere che la notiate. In verità, l’istinto teatrale non mi è mancato mai. A questo ho aggiunto la tecnica vocale, studiando molto, ma continuando a coltivare il piacere di recitare. È stato decisivo l’incontro con Marco Gandini (docente di Tecnica per l’Espressione presso l’Accademia di Perfezionamento per cantanti lirici del Teatro alla Scala e l’Università di Musica Showa di Tokyo; ndr). Ero andato a fare un’audizione perLe Nozze di Figaro e non gli ero piaciuto. Mi ero presentato come Figaro e mi ha preso come Bartolo, spiegandomi che la mia è una vocalità duttile. Mi ha richiamato perché ha visto che c’era qualcosa che bolliva. Lavorando con lui, ho scoperto che essere legati al testo ed entrare in empatia con il personaggio è una delle cose più importanti. Il testo ti fa capire cosa sta vivendo il personaggio con il quale devi entrare in contatto e “vestirlo”, tramite la tua sensibilità. C’è ancora chi dice che i cantanti sono vincolati dalla voce. Secondo me non è vero. Il canto è l’onomatopea di ciò che diciamo e cantiamo. Non è un lavoro facile, ma esprimere anche in un concerto ciò che sente il personaggio che interpreto mi dà una grande gioia”.

L’abbiamo notata nel concerto conclusivo dell’Accademia Rossiniana, quando cantava l’Aria di Taddeo Ho un gran peso sulla testa da L’Italiana in Algeri.

Dico la verità: l’avevo cantata già, mentre il duetto Fiorilla-Geronio Per piacere alla signora da Il Turco in Italia che ho cantato con Paola Leoci l’ho studiato in Accademia, cinque giorni prima del concerto, su consiglio del maestro Palacio. Ho studiato precedenti esecuzioni di grandi cantanti e l’ho interpretato come pensavo io”.

Spinti da una convinta stima e dalla curiosità, abbiamo chiesto di intervistare Diego Savini, che abbiamo incontrato la tarda mattinata di venerdì negli uffici del ROF. Ovvio che si parlasse di Medaglie incomparabili, una delle pagine più famose della quarantennale storia del Festival, una pagina che porta il marchio del grande Ruggero Raimondi.

Una pagina immortale. Con lui sono incominciate le caratterizzazioni dei personaggi. Una scelta geniale. Don Profondo è un po’ gossipparo. È un letterato, un filosofo, un innamorato dell’arte, come racconta quando incontra Trombonok, ma ogni tanto, anche nei recitativi, si intravvede che è attento ai fatti altrui. Le sue caratterizzazioni sono fatte apposta: prende in giro tutti imitando il loro parlare. Mi sono detto: non si può fare lo stesso Don Profondo, imitare Raimondi sarebbe un grave errore. Devo fare una caratterizzazione a modo mio, cercando di essere originale senza scadere nella parodia di chi mi ha preceduto nel ruolo. È ovvio, però, che si parta dalla base di Raimondi e soprattutto dalla musica di Rossini. L’Aria di Don Profondo è fatta dal sillabato iniziale, poi c’è una parte legata in cui il personaggio esprime il proprio sentimento sulla partenza per Reims”.

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Ci tolga una curiosità: nel suo curriculum è scritto che lei ha conseguito la laurea triennale di canto nel 2017, a 28 anni, nel conservatorio di Perugia, ottenendo il massimo dei voti, la lode e la menzione d’onore. Come è possibile che a uno studente così bravo serva tanto tempo per laurearsi?

Dal 2007 al 2013 facevo l’operaio nell’azienda di mio padre e contemporaneamente portavo avanti la mia passione frequentando la scuola comunale di musica di Città di Castello. Mio padre credeva che avrei preso in mano la tipografia, ma io pensavo ad altro, a coltivare la mia passione per il canto prendendo lezioni private anche da docenti del conservatorio. Maestri che mi dicevano: ‘Guarda che tu sei portato per il canto. Provaci!‘. Io non amavo stare in tipografia, così ho firmato la lettera di licenziamento davanti a mio padre, che invece ci teneva ad avermi in azienda. Ma non potevo andare avanti lavorando da litografo e studiando musica, canto. Una scelta che richiede dedizione e impegno. Così ha frequentato il conservatorio, avendo allo stesso tempo le mie prime esperienze. Ho cantato Leporello a Pinerolo e ho partecipato alle prime Opere Studio. E Bartolo alla LTL, che integra i teatri di Lucca. Livorno, Pisa. Tutto questo mentre frequentavo il conservatorio”.

Infatti, ascoltandola durante il concerto finale dell’Accademia Rossiniana, la domanda era spontanea: come è possibile solo adesso?

Sto vivendo due vite: la mia prima vita da operaio. Adesso da cantante, spero. La realtà è che io ho iniziato tardi: molti iniziano a cantare a 15 anni. Io mi sono lanciato a 25-26 anni, ma sentivo che la passione che avevo dentro sarebbe emersa… Spero si veda”.

Da operaio a cantante lirico: le è cambiato il mondo.

Facevo il litografo, stavo dietro le macchine che stampano. Ed ero alle prese con vernici che non sono il massimo se si canta. Ora mio padre ha lasciato, dopo 45 anni di lavoro, e io sono felice della mia scelta perché vedo che sta andando bene, per ora”. Nessun dubbio. A maggiore ragione dopo il clamoroso successo di questa domenica.

Dopo avere ottenuto il diploma di merito nel corso di perfezionamento tenuto da William Matteuzzi nell’Accademia Chigiana di Siena, lei continua a studiare con un tenore che è nella storia del ROF. È stato Matteuzzi a spingerla a fare domanda di partecipazione all’Accademia?

In realtà il maestro è molto cauto e mi ha sempre sconsigliato le scelte affrettate, le situazioni che possono rovinare la voce. Però, un baritono di trent’anni deve iniziare a cantare. Quindi esporsi anche se non è prontissimo. La decisione di presentare la domanda è stata una mia. Il maestro Matteuzzi l’ha condivisa, invitandomi a provare. Il maestro Palacio mi ha ascoltato e sono qui, a Pesaro”.

Cosa s’aspettava di trovare, cosa ha trovato?

Sicuramente prestigio. Vista da fuori è accademia di alto livello. Non voglio fare confronti con l’Accademia della Scala perché è biennale, mentre a Pesaro è estiva. Però sono entrambe importanti. Se non è passato da Pesaro, a meno che non abbia un grande talento, è difficile che un giovane canti Rossini in Italia. Quando sono arrivato, ho capito che qui si lavora tanto, tutti i giorni. È stato un periodo prolifico, spero anche proficuo. A ogni proposta del maestro Palacio, mi sono detto: bene, mi rimbocco le maniche e cerco di fare ciò che mi ha chiesto perché i suoi consigli sono un vero tesoro. Un’esperienza entusiasmante, bellissima, una continua, totale immersione nel mondo di Rossini. Mi rimarrà dentro lo studio minuzioso sulla parola, sugli accenti, sulla tecnica, sull’interpretazione”.

Come si trova a Pesaro?

In Umbria non abbiamo il mare, così da bambino, andavo a Fano. La prima strada che s’imbocca è l’Apecchiese, da lì si prende la Flaminia e sei al mare di Fano, la spiaggia per eccellenza di noi umbri. Pure se le due città sono vicine, non ero stato mai a Pesaro. La prima impressione è che i fanesi sono fanesi e i pesaresi pesaresi. Hanno peculiarità diverse. Pesaro mi piace: è bella, attiva. Ho vissuto bene il centro, sempre pieno di gente, dove incontri tanti musicisti, stelle dell’opera che lavorano al ROF e ti fanno sentire come a casa”.

Era stato già al ROF?

Sì, una volta a seguire il Guillaume Tell, un’opera di 5 ore con una bellissima musica. Seguirla cantata in francese richiedeva una grande concentrazione. Era la prima volta che vedevo una regia di Vick. Arrivato all’Arena, rimasi sorpreso dal grande lavoro dei tecnici, dalla cura per l’acustica”.

Le opere nel cartellone di quest’anno?

Ho un debole per l’opera buffa, sono stato rapito da L’equivoco stravagante. Sia dagli interpreti sia dall’allestimento”.

Davide Luciano, bravissimo Buralicchio, fu Don Profondo nel Viaggio del 2012.

L’ho incontrato al bar e gli ho confessato di essere un suo ammiratore. Lui e Bordogna hanno fatto vivere il testo, perché L’equivoco è puro testo. Loro hanno fatto capire anche la minima sottigliezza. La regia è stata semplice, perfetta per la commedia”.

Speriamo di rivederla nei prossimi ROF.

Sarebbe un grandissimo piacere”.

Intanto, chi ha il biglietto, potrà apprezzare già martedì mattina, alle ore 11 nel Teatro Rossini, la bravura di un cantante che non ha esitato a inseguire un sogno.

 

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