Caporalato, dopo gli arresti di settembre arrivano sequestri e maxi-multe

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18 dicembre 2019

carabinieriPESARO – Erano stati arrestati a settembre scorso dai Carabinieri, con l’accusa di sfruttamento della manodopera (il  cosiddetto caporalato). Approfittando del loro stato di bisogno, li costringevano a turni massacranti, straordinari non pagati sotto minacce continue insulti e sopraffazioni; il tutto in cambio di stipendi da fame ben lontani dai minimi di legge e di rispetto della dignità umana che i dipendenti, tutti di etnia pakistana, la maggior parte richiedenti asilo erano costretti ad accettare per vivere. Un risparmio sui salari oltre che sugli investimenti in termini di sicurezza delle aziende che gli avrebbe permesso di tenersi in tasca circa 150.000 euro in due anni circa; denaro mai versato ai dipendenti, tutti reclutati da un loro connazionale che aveva il compito di reperire la manodopera sottopagata.

Furono tratti in arresto nella tarda serata del 14 settembre da personale del Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro di Pesaro e Urbino su ordine di custodia cautelare del GIP di Pesaro poiché responsabili del reato di intermediazione illecita e sfruttamento della manodopera; ma nella giornata di sabato tutti gli indagati, ovvero i titolari della azienda esercente attività di ristorazione etnica ed il loro fidato dipendente, si sono visti presentare il conto dallo stesso GIP, il quale accogliendo la richiesta della Procura della Repubblica di Pesaro (indagini coordinate dalla Dottoressa Maria Letizia Fucci), ha disposto il sequestro preventivo sui beni mobili ed immobili per un importo di circa €. 150.000 corrispondente all’equivalente per i profitti illeciti ricavati dallo sfruttamento dei lavoratori oggetto di sfruttamento. I Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Pesaro ed Urbino (operante all’interno del Ispettorato Territoriale del Lavoro di Pesaro), a seguito di minuziosi accertamenti patrimoniali condotti sugli indagati e disamina della documentazione di indagine in loro possesso, dopo l’esecuzione delle misure restrittive della libertà personale avvenuta a Settembre scorso, hanno messo così i sigilli a conti correnti, veicoli e quote societarie intestate agli indagati ed alla società.

I due soggetti arrestati a settembre rispettivamente di etnia cinese e pakistana (tutt’ora detenuti presso la casa Circondariale di Pesaro anche a seguito del parere espresso dal Tribunale del Riesame di Ancona), oltre che gli altri due soggetti indagati di etnia cinese, secondo gli inquirenti avrebbero portato avanti una condotta di reiterato sfruttamento dei lavoratori. Ben 15 i casi di sfruttamento accertati tutti i cittadini di nazionalità pachistana di cui 11 richiedenti protezione internazionale che furono tutti sottoposti a condizioni alloggiative e di lavoro degradanti. Nei confronti degli stessi sarebbe stata reiterata la corresponsione di retribuzioni non conformi rispetto alle ore e turni di lavoro svolti e comunque difforme rispetto alla retribuzione stabilita dai contratti collettivi di lavoro di categoria, in palese violazione della normativa relativa all’orario di lavoro ed in particolare ai periodi di riposo e o pause.

Circa quattrocento mila euro il profitto maturato consistente nel risparmio delle retribuzioni effettivamente dovute ai dipendenti da sommarsi all’evasione contributiva prodotta dalle cospicue ore di lavoro non denunciate. Un caso piuttosto complesso frutto di un anno di indagini che hanno portato complessivamente a controllare numero 28 posizioni lavorative di cui 11 in nero e ben 15 irregolari; l’indagine ispettiva, strettamente connessa con quella giudiziaria ha consentito di contestare alla società sanzioni amministrative per l’impiego di lavoratori in nero ed irregolari, accertando un imponibile contributivo per un importo di oltre seicento mila euro, recuperando contribuzione sociale obbligatoria di circa duecentotrenta mila euro.

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