Il meglio e il peggio della settimana sportiva. Purtroppo c’è tanto peggio: la morte di Kobe e di Robert Archibald

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27 gennaio 2020

Mister Pressing

Kobe mostra orgoglioso la maglia azzurra (dalla pagina Facebook della Federazione Italiana Pallacanestro)

Kobe mostra orgoglioso la maglia azzurra (dalla pagina Facebook della Federazione Italiana Pallacanestro)

Il peggio arriva dagli States: è in due notizie giunte dagli Stati Uniti d’America: venerdì, Robert Archibald, ex Scavolini, è trovato morto nella sua casa a Lincoln Park, Chicago; aveva 39 anni. Ciao Robert, che la terra ti sia lieve. Domenica sera, lo choc: Kobe Bryant ha perso la vita in un incidente aereo. L’elicottero in cui viaggiava con la figlia Gianna Maria, 13 anni, il pilota e altre sei persone tutte legate alla Mamba Academy, si è schiantato su una collina in località Calabasas, nell’area di Los Angeles. Kobe aveva 41 anni. La tragica morte di Kobe ha sconvolto il mondo. Nel nostro piccolo, anche noi. Ciao Kobe, sarai sempre nel mio cuore.

Il meglio? Avere visto all’opera Kobe: lo strazio è grande, ma non cancella la gioia di avere visto all’opera un giocatore favoloso. Che indossasse la maglia numero 8 o la 24 dei Lakers, o quella della Nazionale a stelle e strisce, oppure la felpa delle squadre giovanili della Pallacanestro Reggiana, Kobe era unico. Grazie di averci regalato tanta gioia.

Il meglio è la Federazione Italiana Pallacanestro: Il presidente della Federazione Italiana Pallacanestro Giovanni Petrucci ha disposto un minuto di silenzio su tutti i campi e in ogni categoria nelle gare dell’intera settimana.
Un piccolo ma sentito e doveroso gesto per onorare la vita e la memoria di Kobe Bryant, campione assoluto che ha sempre avuto nel cuore l’Italia.
Bravo Petrucci. Soprattutto ripensando al silenzio per la morte di Pietro Anastasi, autore di uno dei due gol che hanno dato all’Italia l’unico campionato europeo. Sì, la sua morte era passata inosservata, nel silenzio più assordante.

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Il peggio? I biglietti della prossima partita dei Lakers, la prima dopo la morte di Kobe, aumentati di 1.000 euro. Lo sottolinea Bloomberg Television, nelle sue Headlines, i titoli più importanti della giornata. L’ennesima conferma che se gli americani hanno mille motivi per farsi amare, ne hanno molti di più per farsi detestare.

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Il peggio? I giornali “sportivi” italiani: stamattina, leggendo le prime pagine, da giornalista ho provato prima imbarazzo, poi sgomento, infine vergogna. Il confronto con le pagine dei quotidiani sportivi spagnoli e con l’unico francese è avvilente. La prima pagina de L’Equipe è interamente dedicata a L’ETOILE BRYANT. Marca, quotidiano di Madrid, il più venduto di Spagna, ha solo la notizia della tragedia di Los Angeles: DOLOR Y GLORIA, ricordando che La leyenda Kobe Bryant fallece en un accidente de helicóptero. Il titolo di As, altro quotidiano sportivo di Madrid, è emozionante: KOBE ES ETERNO. Fa altrettanto El Mundo Deportivo di Barcelona: ETERNO KOBE. E non ci si venga a dire che in Spagna non amano il calcio. In Italia, invece, La Gazzetta dello Sport, il Corriere dello Sport e Tuttosport si degnano di concedere la tasca alta alla tragedia di Kobe. Per i tre cosiddetti giornali sportivi, in verità dediti soprattutto, o quasi tutto, al calcio, meglio occuparsi di Ringhio riapre tutto, per la rosea, di CR7 non basta per il quotidiano bianconero torinese e di Castigati, per il Corriere capitolino. Ma mi faccia il piacere, avrebbe detto Totò. Non resta che aggiungere il commento via Twitter di Marco Belinelli, che gioca in NBA a San Antonio: “Il problema è che i giornali sportivi in Italia NON SONO giornali sportivi. Vergognatevi”. Cos’altro aggiungere’

Il peggio è l’odio per un giovanissimo calciatore cinese: “Spero che tu prenda il virus come in Cina”, gli ha sbattuto in faccia un coetaneo lumbard. Insomma, crescono bene fin da bambini. Il ragazzino cinese, 13 anni come Gianna, la figlia di Kobe morta nella tragedia, ha lasciato il campo in lacrime. È accaduto in Lombardia, a Cesano Boscone, in quell’Italia che Kobe adorava, tanto da volere che le figlie studiassero l’italiano.

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