Il basket, il calcio e la Guerra di Jugoslavia: attesa per l’incontro con Sergio Tavčar nella libreria Il Catalogo

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12 febbraio 2020

phoca_thumb_l_59341_1476708331721_1654130886_1130472_3104564_nPESARO – Il basket è uno sport logico per gente intelligente: se non ci arrivi, lascia perdere! L’incipit che apre il sito ufficiale del giornalista – www.sergiotavcar.com – non ammette dubbi, non concede alternative. Potete immaginare, quindi, come possa risultare interessante, anzi utile, ascoltare Sergio che parla di basket e Jugoslavia.
Un’opportunità che non si può perdere. A maggiore ragione se Sergio Tavčar ne parlerà a Pesaro, una delle città di basket per eccellenza nel panorama sportivo italiano.
Il merito del suo ritorno a Pesaro è tutto di Alessandra e Giovanni e della Libreria Il Catalogo (Via Castelfidardo), che venerdì 14 febbraio, giorno di San Valentino, quindi una festa per chi si è innamorato della pallacanestro ascoltando le telecronache di Sergio Tavčar sui canali di TvKoper-TeleCapodistria, l’emittente slovena in lingua italiana che per anni ci ha fatto compagnia, ogni sabato pomeriggio, con le dirette del campionato jugoslavo di košarka. Le immagini da oltre Adriatico e i commenti, davvero unici di Sergio, hanno portato nelle nostre case giocatori che poi abbiamo visto all’opera, anche in maglia Scavolini.
A pagina 73 del libro si legge… “I migliori cinque della squadra che ha vinto le Olimpiadi di Mosca erano due croati, Krešimir Ćosić e Željko Jerkov, un serbo, Dragan Kićanović, un bosniaco che per carriera sportiva diventò serbo, Dražen Dalipagić, e un bosniaco tutto tondo, Mirza Delibašić…“.
In quel quintetto c’erano due giocatori che poco tempo dopo vestirono la casacca biancorossa della Scavolini, trascinando la Victoria Libertas alla vittoria in Coppa delle Coppe (Palma di Maiorca 1983), unico successo internazionale della pallacanestro pesarese.
Non solo basket, però. Il libro racconta la storia vista da chi ha vissuto in quello che era “il confine del mondo”. La guerra “fratricida”, la dissoluzione della Jugoslavia, che sembrava impossibile negli anni di una Nazionale che dominava il mondo dei canestri.
A pagina 81, Sergio racconta a Marco… “Vedere Delibašić che, a Manila, nel tempo supplementare della finale del campionato del mondo 1978 palleggia tranquillamente e poi, all’improvviso, con una percentuale elevatissima d’errore per i comuni mortali, scarica con una mano un passaggio sotto canestro a Kićanović che segna il canestro del break decisivo per la vittoria finale, fa presumere che un bosniaco e un serbo si conoscano a memoria, percepiscano persino il respiri del compagno di squadra, non importa se uno sia musulmano e l’altro cristiano ortodosso“.
Non solo basket, però, anche pagine di calcio, visto che nell’allora Jugoslavia nascevano giocatori straordinari: ricordate Safet Sušić, Dragan Stojković e Dejan Savicević? Ed è una partita di calcio, tra la Dinamo di Zagabria e la Crvena Zvezda Belgrado (la Stella Rossa), a essere, secondo Marco e Sergio, il “vero antefatto della Guerra di Jugoslavia”.
Era il 13 maggio 1990. La partita è passata alla storia anche perché Zvonimir Boban colpì con una ginocchiata il volto di un poliziotto che stava aggredendo un tifoso croato.
Per capire meglio cosa è accaduto quando, da questa sponda  dell’Adriatico, riuscivamo quasi a vedere le bombe degli aerei e dei mortai, ad ascoltare il tragico suono dei proiettili, Marco e Sergio scrivono che “Ancora una volta ci viene in soccorso la letteratura e, ovviamente, Il ponte sulla Drina, che riporta quasi come in una favola le ancestrali questioni tra i turchi, ovvero i bosniaci convertiti all’Islam, e la raja serba, i cristiani ortodossi“.
Storie di guerra e di sport e la convinzione, nostra, di lettori, è che alla fine, come sempre, abbiamo perso tutti.
Sarà Sergio a confermare o smentire questa nostra sensazione. Magari regalandoci un sorriso se vorrà raccontare un pranzo, più o meno recente, tra il giornalista, Bogdan “Boscia” Tanjević, l’allenatore, e Dragan Kićanović, console della Serbia a Trieste. Ci credereste che uno che sul parquet non sentiva ragioni  (altrui) sarebbe diventato un diplomatico?

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