LA RECENSIONE: C’è chi ha fame di prestigio e chi ha… fame fame. Succede in ‘Miseria e Nobiltà’ con un grande Lello Arena al Rossini

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14 febbraio 2020

Dario Delle Noci

PESARO – D’accordo, il tema della famiglia appassiona da sempre il nostro che ha portato in teatro anche Parenti Serpenti ma bisogna avere coraggio oppure piena consapevolezza del proprio valore artistico per mettere in scena una piéce che ha visto calcare il palcoscenico a mostri sacri del calibro di Eduardo De Filippo o sul grande schermo, nel ‘54, al mitico Totò. Bene, dopo aver assistito a Miseria e Nobiltà al Teatro Rossini non abbiamo dubbi. Lello Arena ha accettato la sfida e, a giudicare dal consenso del pubblico del Rossini, l’ha ampiamente superata entrando a ragione nel cerchio magico dei grandi artisti con un’interpretazione maiuscola fatta di mimica, linguaggio autenticamente popolare,  tempi scenici sorprendentemente studiati e realizzati al meglio non a caso ma con la brillante regia di Luciano Melchionna che dirige un cast davvero superlativo e ha curato con lo stesso Arena l’adattamento teatrale del lavoro.

LA SINOSSI

Per i pochi che non hanno mai assaporato questa preziosa commedia di Eduardo Scarpetta (1887) sintetizziamone la trama. L’epoca è quella di tardo Ottocento a Napoli. In una sorta di scantinato di un palazzo signorile vivono (si fa per dire) in assoluta povertà Don Felice Sciasciamocca (Lello Arena) scrivano ex docente mal retribuito e don Pasquale (Andrea De Goyzueta) figurante con pretese di attore. Pur lavorando entramb attornoi al Teatro San Carlo i loro redditi non sono abbastanza per vivere dignitosamente. Infatti sono costretti a una convivenza forzosa con le rispettive famiglie, nel sottoscala del quale non riescono neppure a pagare l’affitto. In ogni caso tirano avanti come possono impegnando oggetti di valore o anche indumenti per avere in cambio spiccioli che consentano loro un minimo di cibo. Ma la convivenza non è certo facile in queste condizioni soprattutto quando si manifestano i caratteri spigolosi di ciascuno. Luisella (Maria Bolignano), compagna di don Felice, Concetta (Giorgia Trasselli), moglie di don Pasquale e Pupella (Irene Grasso) figlia dello stesso. I litigi, soprattutto a causa del caratteraccio di Luisella, sono all’ordine del minuto. Destinatari degli attacchi sono spessissimo Concetta e Peppiniello (Angelica Bifano) figlio di don Felice avuto in un precedente matrimonio. In questo guazzabuglio sembra che la Fortuna bussi alla porta. E’ il marchesino Eugenio Favetti (e voce fuori campo Raffaele Ausiello), amico di don Pasquale, che è disposto a versare una generosa ricompensa per allestire una sceneggiata che Concetta chiamerà… sceneggiatura. In poche parole: il suo fidanzamento con la ballerina Gemma (Marika De Chiara) non è accettato dalla sua famiglia perché la ragazza, pur essendo figlia di un cuoco benestante, non è di nobile lignaggio. Compito di don Felice e don Pasquale sarà quello di impersonarsi parenti nobili della ragazzo presentandosi al padre di lei il Marchese Gaetano Semmolone (Luciano Giugliano). Fabio Rossi è impegnato nel doppio ruolo di Giocchino Castiello e dell Marchese Ottavio Favetti. Ma torniamo alla narrazione.Tutto procede per il meglio fino a che Luisella (che non è del gruppo dei figuranti)…beh lasciamo un po’ di suspence per il finale.

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Dodici attori, ineccepibilmente caratterizzanti e caratterizzati, affiancano lui, Lello Arena, non soltanto mattatore indiscusso del lavoro ma superbo interprete di un mondo ingiusto fatto di fame e lusso, appunto di sofferta miseria e di opulenta ricchezza. Inter nos potremmo filosofeggiare che questa è, da sempre, la storia che l’umanità vive senza frontiere. Ma tant’è. Nella pièce va sottolineata la scenografia fantasiosamente impeccabile di Roberto Crea tanto di più che una cornice ideale della commedia, ma quasi le “fondamenta” di un lavoro entusiasmante. Certo, si ride, ma ci si sofferma inevitabilmente su ignoranza, soprattutto quella di Concetta (clamorosamente sciatta tanto da guadagnare risate fragorose), sfruttamento, disillusione e sulle caricature che riflettono una realtà non solamente di fine secolo, ma che ancora oggi ,nel terzo millennio,  contraddistingue purtroppo il quotidiano di alcune zone depresse del nostro Paese. Ma se la Compagnia nel suo insieme merita costantemente gli applausi del pubblico perché, diciamolo, la napoletanità si sprigiona in ogni attimo del lavoro essendo nel DNA campano sempre e da sempre, è quasi d’obbligo una menzione speciale rivolta a Veronica d’Elia incredibilmente brava e simpatica nella sua interpretazione di Peppeniello anche nel suo uscire e rientrare in scena. Insomma sono centocinquanta minuti di puro divertimento. Il filo conduttore decisamente voluto, nel corso della narrazione, è il riferimento schiettamente politico alle problematiche di stringente attualità come la povertà, il  razzismo, il classismo e l’analfabetismo di ritorno. Tutto apprezzabile, certo, ma – come si dice – alla fine una risata ha seppellito tutto e tutti.

 

Un commento to “LA RECENSIONE: C’è chi ha fame di prestigio e chi ha… fame fame. Succede in ‘Miseria e Nobiltà’ con un grande Lello Arena al Rossini”

  1. carmelo scrive:

    Salve, una precisazione, l’attrice che ha interpretato il personaggio di Peppiniello è Angelica Bifano e non Veronica d’Elia.
    Cordialmente Carmelo

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