Un libro al giorno: Ovunque io sia

di 

7 aprile 2020

OvunqueiosiaPESARO – Non è la Lisbona di Tabucchi e del suo Sostiene Pereira, e neppure quella di José Afonso, che provò a renderci migliori con Grandola vila morena, la canzone che diede il segnale di mettersi all’opera ai protagonisti della Revolução dos Cravos, la rivoluzione dei garofani che nel 1974 pose fine alla dittatura fascista iniziata da Salazar e proseguita da Caetano.
Non è neppure la Lisboa Antiga, cantata dall’indimenticabile Amália Rodrigues: Lisboa, velha cidade Lisbona vecchia città/ Cheia de encanto e beleza piena d’incanto e bellezza/ Sempre a sorrir tão formosa sempre tanto bella nel sorridere/ E no vestir sempre airosa E leggiadra nel vestire/ O branco véu da saudade il bianco velo della nostalgia/Cobre o teu rosto linda princesa copre il tuo viso bella principessa.
È la Lisbona di Romana Petri e delle sue donne: Ofelia, Margarida e Maria do Ceu. La storia incomincia negli anni Quaranta e accompagna, pagina dopo pagina, le loro vite. Più di 600 pagine incorniciate da un libro, che Petri, Romana di nome e di nascita, ha incorniciato in un contesto che lei conosce benissimo. La sua vita si divide tra le le due capitali, quella italiana e quella portoghese. La delicatezza con cui descrive le tre donne, e quelle dei tre uomini che ne segnano l’esistenza, è una poesia sublime, che proseguirà con Pranzi di famiglia, il secondo libro della saga che ha come protagonista soprattutto la famiglia di Maria do Ceu, di Maria del Cielo.
Quando andò in stampa, Ovunque io sia fu giudicato il “migliore romanzo italiano dell’anno”.
Credo che lo penserete anche voi leggendo Il fatto è che Manuel Ramalhete sapeva parlare e ne era consapevole. Non aveva studiato e non si era fatto una cultura personale, ma aveva approfondito l’unico argomento che gli stava a cuore: le donne. Fin da adolescente, in famiglia, era stato un attento osservatore delle abitudini femminili. Di cugine ne aveva avute abbastanza per rendersi conto che ogni donna ha il suo mondo. E questo andava messo a fuoco.
E ancora: Corre voce che quegli spari davanti alla PIDE abbiano causato quattro morti e qualche decina di feriti. La rabbia del popolo cresce, ci sono persone che si mettono a correre, le bottiglie di birra rotolano per terra. Un gruppo di ragazzi grida il nome di Mario Soares, dicono che presto ritornerà insieme a tanti altri, che i migliori se ne erano dovuti andare  tutti, ma che adesso ritorneranno e il Portogallo diventerà un altro paese. Sono parole che  rendono Maria do Ceu felice e leggera, pensa agli anni della sua giovinezza, a quella notte in cui presero Gil, alla sua morte
Sta arrivando la rivoluzione, la liberazione di un paese bellissimo. Se non siete stati in Portogallo, alla prima occasione, quando questo maledetto virus che accompagna i nostri giorni, sarà sparito, programmate un viaggio dal fiume Minho, che segna il confine del nord con la Spagna, a Faro, nell’Algarve, lungo la meravigliosa costa atlantica, e non dimenticate Coimbra e, se siete credenti, molto credenti, Fatima. Intanto, memorizzate i nomi che pensa Maria do Ceu
Adesso vorrebbe stare su un elicottero e vedere tutto dall’alto, non solo il poco che la circonda. Vorrebbe vedere l’intero Portogallo, non solo Lisbona, perché le ore passano e tutti dicono che sono state occupate anche le sedi della PIDE di Porto, Faro, Leiria, Beja, Coimbra. Perfino quella di  Angra do Heroismo, nell’isola di Terceira, e quella di Funchal, a Madeira.
La PIDE era la Policia Internacional de la Defesa do Estado, la polizia politica che, durante la dittatura, perseguiva e incarcerava i dissidenti.

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