Un libro al giorno: Patria

di 

10 aprile 2020

AramburuPESARO – Nei giorni in cui sembriamo riscoprire sentimenti nazionali, sperando si fermino lì, anzi li, evitando di aggiungere un pericoloso sti; nel tempo in cui dalle nostre finestre e dai balconi, ma anche dai cancelli i refoli di vento danno aria ai tricolori, mi chiedo se potessero, questi refoli, aiutare i nostri parenti, amici,  conoscenti, ma anche gli anonimi distesi su un letto d’ospedale a caccia d’ossigeno.
Ho pensato a questo provando a immaginare quale titolo fosse giusto per Un libro al giorno di venerdì 10 aprile 2020. E ho deciso di proporre Patria di Fernando Aramburu.
Per lo scrittore basco che insegna spagnolo in Germania, Patria non ha il significato che le danno i nazionalisti. La Patria è ognuno di noi.
La tragica storia che Fernando Aramburu ha descritto nel suo libro pubblicato dalla Tusquest Editores di Barcelona nel 2016, in Italia nel 2017 da Guanda (625 pagine), è ambientata nel Paese Basco, in quell’Euskadi che ho avuto la fortuna di visitare più volte. L’ultima lo scorso settembre, partendo a piedi da Irun, alla frontiera francese, fino alla Cantabria, poco prima di arrivare a Castro Urdiales. Una settimana tra due grandi città – San Sebastián, che è Donostia per i baschi, dove è nato Aramburu, e Bilbao – e tanti piccoli centri. Alcune località turistiche, altre rurali, nel cuore del separatismo basco, dove regnava l’ETA – Euskadi Ta Askatasuna, Paese Basco e Libertà – e gli attentati erano all’ordine del giorno fino al gennaio 2011, quando i capi dichiararono la fine degli attentati.
Come nei miei viaggi precedenti, nella settimana in Euskadi ho provato a immergermi in una lingua che mi affascina, in una cultura che costituisce da sempre un forte richiamo.
Giorno dopo giorno, passo dopo passo, ho bevuto, più di un assetato, i vocaboli che coglievo al volo nei fiumi di parole delle persone incontrate. E mi sono ritrovato a vivere come nelle pagine di Patria, nel racconto di Aramburu.
Un bambino che chiama il padre aita e la madre ama, i nonni aitona e amona. E la loro risposta:  maitia, amore. E i cartelli all’entrata di paesi e città: Ongi etorri, benvenuti, bidea, cammino, ma anche gora Euskadi askatuta, viva il Paese Basco libero. 
L’euskera, il basco, è una lingua difficilissima, impossibile da capire se non la parli. Una lingua avvolta da un alone di mistero. Non ci sono certezze sulle origini, dunque una lingua isolata. È parlata anche in Navarra, che però non fa parte di Euskadi  e di Euskadi non ha vissuto la tragedia. Anzi le tragedie che invece hanno conosciuto in Iparralde, il Pays Basque francese.
Fernando Aramburu racconta le vicende  di due famiglie, le cui guide sono Joxian e Txato, cresciuti in un paesino alle porte di Donostia/San Sebastián. I due sono amici, vanno insieme in bicicletta – in Euskadi il ciclismo  è una religione – e le famiglie sono legate. Si vogliono bene anche le mogli, Miren e Bittori. E i figli. Fino a quando l’impresa di autotrasporti di Txato è presa di mira dall’ETA, che gli chiede la “tassa per la rivoluzione”. Txato dice no e viene ucciso da Joxe Mari, il figlio dei suoi amici, il ragazzo che salutava con affetto, al quale non mancava mai di fare un regalo.
L’assassinio di Txato è la scintilla che accende il fuoco della tragedia che distrugge due famiglie. Un padre assassinato, un figlio in carcere. Una storia che coinvolge tutti, le due famiglie di ex amici, un prete vigliacco, paesi dove l’omertà regna e la legge è quella dell’ETA.

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La cosa curiosa è che se giri a Bilbao o a Donostia senti parlare più in spagnolo che in euskera, che ritrovi nei paesi, dove sotto i ponti e talvolta sulle darsene dei porti (nelle due foto Pasaia, provincia di Guipúzcoa e Mutriku: libertà per i prigionieri politici dell’ETA e a chi è in esilio: no alla tortura) trovi scritte – che non sembrano datate ma recenti – inneggianti all’ETA, alla libertà dei prigionieri politici, in una Spagna che – vista da fuori – cerca ancora una soluzione alle vicende del separatismo, prima quello basco, poi quello catalano, alimentati dalla miopia dei dirigenti del PP, il partito popolare.
L’11 marzo 2004, un attentato terroristico alla stazione madrilena di Atocha fece 192 morti. L’allora premier spagnolo, José María Aznar, accusò i terroristi baschi. Erano di matrice jihādista, terrorismo islamico. Anni dopo, un altro premier popolare, Mariano Rajoy, smantellò un accordo tra la Generalitat de Catalunya e il suo predecessore, il socialista Zapatero, sull’autonomia catalana, dando fuoco alle polveri e alimentando una voglia di secessionismo che a fine anni Novanta sembrava scemare.
Nei paesi attorno a Bilbao, dalla martire Gernika, la città presa di mira dalle aviazioni franchiste, fasciste e naziste, una tragedia raccontata dal quadro di Pablo Picasso (Madrid, Museo Nacional Centro de arte reina Sofia), agli altri centri rurali, è un fiorire di scritte che esaltano l’amicizia tra baschi e catalani, che accusano il Regno di Spagna.  Ai balconi, in quasi tutti i balconi fioriti, un’ikurrina, la bandiera basca.
Opinioni forti, che Fernando Aramburu smonta – senza mai parteggiare – con un racconto che dovrebbe essere un inno ai rapporti civili, alla democrazia, al rispetto delle opinioni. Ma la Spagna sembra essere nata per vivere o da una parte o dall’altra. 

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