Un libro al giorno: Non gioco più, me ne vado

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12 aprile 2020

Da qualche giorno, pu24.it propone una nuova rubrica: Un libro al giorno. Cosa c’è di meglio della lettura a farci compagnia in giorni che non passano mai, in lunghe serate alle prese con i consigli, spesso stupidi, di personaggi dello sport, della musica e della tv che traggono visibilità anche da una tragedia? Credeteci: meglio un libro!
Ecco le precedenti puntate: clicca quiquiqui, qui, qui, quiquiqui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, quiqui e qui.
”Non gioco più, me ne vado” di Gianni Mura

”Non gioco più, me ne vado” di Gianni Mura

Con colpevole ritardo, sono trascorse tre settimane dalla sua scomparsa, propongo alla vostra attenzione uno dei libri scritti da Gianni Mura, scomparso troppo presto, a Senigallia. Da una vita non vedevo l’ora fosse domenica per leggere i suoi Sette giorni di cattivi pensieri. La sua rubrica domenicale era ed è la mia numero 1 nella hit parade del giornalismo sportivo.  Ho amato, da qualche tempo assai meno, La Repubblica, per merito, qualche volta dico per colpa, di due giornalisti: Emanuela Audisio e Gianni Mura. 

Ho provato a immaginare cosa provassero nelle redazioni quando, analizzando il lavoro degli altri giornali, leggere gli articoli di Emanuela e Gianni. “Cavolo – dice uno -, basta e avanza quello di Audisio. Invece hanno anche l’articolo di Mura”. Replica, sconfortato, l’altro: “Ma leggi che articolo ha scritto oggi Gianni Mura sulla tappa di ieri del Tour de France”. Più abbacchiato che mai, un altro commenta: “Aspetta a dare il giudizio finale, nella pagina successiva c’è l’intervista di Emanuela Audisio a Husain Bolt. Ma si può?”.
Si può, si può, ma è come fare a Tressette con dieci carte dello stesso colore ed essere il primo a giocare.
Purtroppo, da qualche settimana, si poteva, perché Gianni non c’è più.
Godiamocelo, allora, nei nostri e nei vostri ricordi, e nel ricordo di chi l’ha conosciuto e gli ha voluto bene. E leggiamo, dalla pagina 13 della nota editoriale alla 498 che chiude, con Alex Zülle, l’indice dei 1.029 nomi, se non ho sbagliato  a fare i conti.
Il primo è quello di Djamolidine Abdpujaparov, ciclista uzbeko, seguono, pagina per pagina, Adriano Baffi, ciclisti, Serafino Biagioni, ciclista,   José Camacho, spagnolo, calciatore prima e allenatore poi, Alessandro Costacurta, calciatore, Armin Eck,  calciatore tedesco, Carletto Gambarotta, calciatore, Elliot Hubbard, ciclista delle Bermude, Francisco Lojacono, calciatore (e viveur) argentino, Mazinho, calciatore brasiliano, William Negri, portiere, Gösta Pettersson, ciclista svedese, Bruno Roghi, Sara Simeoni, atleta, Julio César Uribe, calciatore, Giorgio Zancanaro, ciclista.
Che poi se entri in Internet e cerchi Zancanaro, prima di trovare il ciclista hai due pagine e mezza dedicate all’omonimo, baritono.
Un motivo in più per leggere Non gioco più, me ne vado, un’enciclopedia della vita, prima ancora dello sport. Storie di gregari e campioni, coppe e bidoni, raccontate dalla macchina da scrivere di Gianni Mura, da un linguaggio che prima di essere nella storia del giornalismo sportivo – più corretto della letteratura  – è nel cuore di tutti noi.
Lo scrivo senza alcune intenzione di offendere Gabriele Romagnoli, ma proprio non riesco a leggere la sua rubrica È sempre domenica che, nella pagina domenicale de La Repubblica, ha preso il posto di Sette giorni di cattivi pensieri. Ci ho provato anche stamattina, ma mi sono arreso alla sesta riga, a Del Piero e all’uccellino e all’acqua minerale. Non so per gli altri lettori, ma per me se ne poteva fare a meno e nessuno  si sarebbe lamentato.
Così, mi sono tuffato nei nomi che rappresentano altrettante storie, anzi di più, perché alcuni di essi hanno l’onore di più citazioni. Zoff, per esempio, ne ha 18, Rivera 20, Eddy Mercks 36, Pantani 17, Maradona 21, Fausto Coppi 31, Jacques Anquetil 16. Per chi tifa Vis, c’è anche una citazione di Galderisi, a pagina 352.
Amava il calcio, Gianni, ma più ancora il ciclismo. I suoi racconti dal Tour de France sono pura poesia. Come i titoli: Il gol non è tutto, ma quasi. Ciclismo, un quadro d’epoca. Paesaggi, passaggi. A bordo campo.
Mi sono innamorato, più di altre, di alcune storie, colpito dal titolo: Il facchino Gimondi.
Con una ventina di minuti di ritardo arriva il volo da Bruxelles. Sbarca la truppa Salvarani, e Gimondi ha un’ottima cera, è di eccellente umore, ha la battuta facile. Avanza portando la valigia, e dice: “Faccio il facchino. Giusto quel che posso fare, no?.
“È un’idea” diciamo, senza troppo comprometterci. Ride di gusto.
Pagina dopo pagina, scopriamo che Fidel Castro tifava Napoli. Nota la sua amicizia con Maradona. Mentre Gramsci era juventino.
Mi dispiace che la Gazzetta, sempre più sensibile a certe tematiche, non abbia preso posizione sullo scoop della settimana. Venerdì l’Unità, titolo a quattro colonne in prima pagina, annuncia che Gramsci tifava per la Juve, rischiando di mandare in tilt tutti gli italiani che non siano contemporaneamente comunisti e juventini.
Non gioco più, me ne vado (ilSaggiatore)

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