Un libro al giorno: Michael Jordan, la vita

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13 aprile 2020

JordanPESARO – Siamo in crisi d’astinenza di tante cose. Una fra queste, me lo raccontava ieri Lorenzo da Miami, è lo sport in tv.
Eravamo abituati, tra Sky, DAZN, Eurosport Player, Rai Sport, a non avere un momento libero. Calcio, basket, volley, baseball, football americano, ciclismo, atletica leggera, ogni occasione era buona per sdraiarsi sul divano e fare i “guardoni”. Non amo motociclismo e automobilismo, altrimenti il telecomando sarebbe stata la prosecuzione della mia mano. Per fortuna ogni giorno riesco, riuscivo, a ricavarmi alcune ore per fare sport attivo, altrimenti sarebbe stato un dramma per la salute fisica e mentale. La dipendenza da schermo televisivo sintonizzato su una diretta o una differita – a patto di non conoscere il risultato – di un evento sportivo è praticamente incurabile.
Dunque, noi dipendenti da sport in Tv siamo in profonda crisi d’astinenza, ma incominciamo a pensare che, tutto sommato, non si vive così male. Intanto, facendo i conti, sarà un bel risparmio non pagare Sky, DAZN ed Eurosport. E la sera si potrà vedere un film, ascoltare un concerto o, meglio ancora, leggere un libro.
Meglio ancora se è un libro sullo sport. Magari di basket, visto che siamo a Pesaro.
Perché non leggere il libro dedicato a quello che, a mio modesto parere, è stato il più grande giocatore di basket, Michael Jordan?
Lo ha scritto, ormai da 6 anni, Roland Lazenby che nell’edizione italiana ha potuto contare sulla traduzione di Giulio Di Martino. Sono 739 pagine, un volume colossale, come le dimensioni della storia di Air Jordan, incominciata poco più di 38 anni fa, esattamente il 29 marzo 1982, a New Orleans, nel Louisiana Superdome, casa dei Saints, squadra di football americano.
A pensarci bene, Michael Jordan, che ha giocato a basket e a baseball, avrebbe potuto essere protagonista anche nella NFL, la lega di football.
Dunque, quella sera, s’affrontarono i Tar Heels di North Carolina allenati da Dean Smith e gli Hoyas di Georgetown che in panchina avevano un altro santone, John Thompson. Vinse (63-62) North Carolina grazie al canestro da 2 punti realizzato da un giocatore dei 19 anni, Michael Jordan. Fu il primo passo, anzi il primo balzo verso il cielo. Jordan volò così tanto che fu chiamato Air. E diventò l’icona del basketball mondiale.
La sua avventura con i Chicago Bulls è una delle storie più esaltanti della NBA. Tante vittorie e quasi sempre il canestro decisivo era di Mike. Con lui, il triangolo di Phil Jackson e soprattutto dell’assistente Tex Winter, i compagini squadra, dall’amico fedele Scottie Pippen al devastante, in tutti  i sensi, Dennis Rodman, la cui sorella giocò ad Ancona, e Toni Kukoč, il dalmata avversario della Scavolini in tante partite emozionanti, dalla Coppa dei Campioni alle finali di Coppa Italia e scudetto.
Allora si diceva “be like Mike”, essere come Michael. Lo si dice ancora, in verità.
Eppure la sua vita non è stata perfetta, soprattutto perché – secondo i detrattori, che non mancano mai – condizionata dalla grande, grandissima, smisurata passione per il gioco d’azzardo. Quando era in trasferta a New York o nel New Jersey, correva ad Atlantic City, città dei casinò. Immaginate quando era nei paraggi di Las Vegas.
Il libro di Roland Lazenby analizza la storia anzi la vita, di Michael Jordan, che a un certo punto lasciò il basket per giocare a baseball con i Birmingham Barons, una squadra dell’Alabama che disputai Doppio A, una Minor League. Una sorta di serie C del nostro calcio, perché dopo la Major League Baseball, quella del grande campionato professionistico, c’è la lega di Triplo A e, appunto, di doppio A. I risultati non furono esaltanti, anche se Mike ebbe modo di lavorare con Terry Francona, allenatore italoamericano poi bicampione di MLB con i Boston Red Sox.
Deluso dal baseball, forse da se stesso – si era messo troppe aspettative anche in un altro sport – tornò al basket e fu ancora Air Jordan.
Vederlo giocare era esaltante. Immaginate cosa provò chi scrive vedendolo in campo a Trieste, in un’amichevole estiva organizzata dalla Nike, il suo storico marchio, tra la Stefanel allenata da Santi Puglisi, e la Juve Caserta di Bogdan Tanjevič. Non avevo preso ancora posto nella tribuna stampa, dietro un canestro del palasport di Chiarbola che una schiacciata di Michael Jordan aveva mandato in frantumi il tabellone, spedendo all’ospedale lo sfortunato Horacio Tato López, uruguaiano di Caserta, centrato dai mille pezzi di cristallo.
Anni dopo, in trasferta con la Scavolini a Manresa, che non è il migliore posto del mondo per il dopo cena, Lloyd Swee’Pea Daniels, indimenticabile giocatore biancorosso, tentò di convincermi ad andare con lui a Barcelona, allora poco di un’ora di taxi. “Pago tutto io”.
La Scavolini aveva appena perso, potete immaginare l’umore di coach Valerio Bianchini. Ma Lloyd voleva andare a tutti i costi a Barcelona: “Luciano, ti prego, fammi compagnia. Mike mi ha detto che è pieno di belle donne”.
“Caro Lloyd, tu sei matto. E poi, scusa, chi è questo Mike?”, provai a replicare.
Mi guardò tra il sorpreso e il deluso, come a dire: ma come, segui il basket e non sai chi è Mike?
“Mike è Michael Jordan”. Che nel 1992 aveva vinto le Olimpiadi di Barcelona con il primo, vero Dream Team.
Michael Jordan, la vita di Roland Lazenby, 66THA2ND

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