“Il Senso della Misura”, Paolo Teobaldi racconta la ‘sua’ osteria

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5 maggio 2020

PESARO – pu24.it è lieto di offrire ai proprio lettori la possibilità di leggere un racconto di Paolo Teobaldi. Un racconto che fa parte di un libro – Confesso che ho bevuto, racconti sul vino e sul piacere del bere (il titolo è di Gianni Mura), a cura di Silvio Ananìa e Silverio Novelli, casa editrice DeriveApprodi.
A giudizio del nostro collaboratore Luciano Murgia, ma non solo a suo giudizio, Paolo Teobaldi è uno fra i più grandi scrittori italiani. I suoi libri sono affreschi della storia del popolo, che è nel cuore dello scrittore. Racconti che rimandano alla Pesaro che fu, proiettandola, allo stesso tempo, nella città che viviamo oggi. Paolo Teobaldi è un grande pesarese.

IL SENSO DELLA MISURA

di Paolo Teobaldi

Paolo Teobaldi

Paolo Teobaldi

Io sono nato in casa, cioè in osteria, che da noi è tutt’uno.

Mi ha fatto nascere la Itala, la levatrice di condotta: che poi racconta sempre d’avermi lavato subito dopo con l’acqua ghiaccia nello sciacquatore, tra le inutili proteste di mia madre. Non so se è vero: di fatto però io non ho mai freddo, anzi più è freddo, meglio sto.
Noi abitiamo in centro, in uno slargo dietro la piazza. La nostra è una delle osterie più antiche della città e si chiama Da Nanni, che poi era il mio bisnonno, oppure El rastèll, che in italiano sarebbe il rastrello, ossia la cancellata di stagge acuminate che viene chiusa ogni sera. Il bisnonno, raccontano, aveva anche lo stallatico a piano terra, dove adesso c’è la bottega del falegname; e al piano di sopra, dove adesso dormo io, teneva una camera locanda per i forestieri. Mio nonno è morto nella prima guerra mondiale; mio padre nella seconda: io prego sempre che non venga mai la terza perché ho la sensazione che la prossima volta toccherà a me. Mia madre per rincuorarmi dice che non c’è d’aver paura perché, se scoppia la terza guerra mondiale, con la bomba atomica il mondo finisce in un soffio, così: e butta nel fuoco del camino un ritaglio di stoffa o un avanzo di filo da imbastire. Mia madre cuce di bianco e lavora con la Singer a pedale: fa le camicie da uomo su misura, gira i polsini e i colletti, rinforza i bottoni, ripassa le asole, ricama la cifre dei signori.
Io aiuto un po’ ma l’osteria la mandano avanti mia nonna e mia madre.
Di regola non dovrebbero andare d’accordo, ma loro due invece ci riescono, forse perché sono vedove di guerra tutte e due, forse perché hanno tutte e due la reversibile, forse perché sono due donne di chiesa, forse perché mi vogliono bene. Sta di fatto che non fanno mai questione, non alzano mai la voce e non si maledicono come spesso sento che accade nelle altre famiglie del palazzo: e di questo non finirò mai di ringraziarle. Magari parlano poco e seguono ritmi di vita diversi (la nonna per esempio alla domenica va alla prima messa, quella delle 5,30, mia madre a quella delle 7,30) ma sono pienamente d’accordo sui principi fondamentali della vita:
  1. I Talevi sono nati disgraziati (controprova: Se i Talevi si mettono a fare i cappelli, la gente nasce senza testa);
  2. Nella vita tocca accontentarsi (variante: Non si può aver tutto nella vita);
  3. Nella vita siamo come gli storni (vuol dire che siamo di passaggio);
  4. Se fai l’obbligo del tuo dovere, Dio te ne renderà merito.
Sommando questi 4 postulati ai 10 comandamenti, e dividendo il totale per 14, si ottiene la media matematica, che sarebbe anche il massimo della felicità consentita a noi Talevi in questa valle di lacrime.
La nostra non è l’unica osteria della città ma di sicuro è una delle migliori del centro, se non la migliore in assoluto. Qualche mese fa ho provato a fare un censimento delle osterie cittadine, percorrendo la città con la mia bicicletta (una 24 usata, da fornaio, che mia madre mi ha regalato per l’esame di terza) ma ho visto subito che è un’impresa impossibile, almeno per un ragazzo di nove anni come me: le osterie sono troppe, ce ne sono in ogni quartiere, dentro e fuori le mura, al di qua e al di là della Nazionale e della ferrovia; al porto; due-tre perfino vicino al camposanto, dove molti, ho notato, si rifugiano dopo l’accompagno. E soprattutto non so con precisione dove finisca la città. In teoria il confine tra la città e la campagna è segnato dalle mura pentagonali, oggi purtroppo abbattute, che tutti i cittadini sentono comunque come ancora esistenti: dentro è città e vi abitano i cittadini; fuori è campagna e vi abitano i contadini. Non voglio dire con questo che i cittadini siano meglio dei contadini (per offendere qualcuno da noi si dice ancora contadino), certo però che dentro la città non c’è il fango, se non negli orti, e fuori sì. Non solo: in città tutte le case hanno, accanto al portone d’ingresso, un attrezzo supplementare, una staffa incastonata nel muro, per ripulire le suole dal fango. Le strade non ancora lastricate, come quelle della zona-mare, che poi sarebbe la proiezione ortogonale del pentagono, le hanno asfaltate tutte nel corso dell’ultima estate. Io ho passato giorni e giorni a vedere come facevano, a pochi metri dal camion-caldaia che nebulizzava il catrame, e ogni sera mia madre doveva sfregarmi la faccia con un batuffolo di cotone imbevuto d’olio, per ripulirla di tutti i puntolini neri: peggio della varicella. 
Con quello che costa l’olio!, mi sgridava, Io ti darei con l’acquaragia, così impari! 
Mi piace mia madre, quando fa finta d’essere arrabbiata.
L’odore della nostra osteria è buono ed è costituito dai seguenti componenti, nelle dosi indicate: 
vino 70%; fumo 15% (di cui 5% nazionali senza filtro, 3% sigaro toscano, 2% trinciato forte, 5% camino, dove noi bruciamo la legna di Bocca Trabaria); varechina 5%; lupini e bruscolini 3%. 
Il rimanente 7% varia ogni giorno e dipende dal cibo che cucina mia nonna (o mia madre) sul fornello a gas o sui cerchi concentrici in ghisa della cucina economica.
Sulla cappa del camino è appesa la foto incorniciata della nave dov’era imbarcato mio padre quando l’hanno richiamato per la guerra: Incrociatore R. M. (che vuol dire Regia Marina) Montecuccoli; in alto a destra c’è un tondo con la faccia di mio padre vestito da marinaio: Motorista Talevi Terenzio. Dicono tutti che gli somiglio, soprattutto nella foto della prima comunione. Peccato che, dopo il Montecuccoli, mio padre sia stato imbarcato sul sommergibile Scirè, affondato dagli inglesi al largo di Haifa nel ’42. Non l’ho mai detto a nessuno ma io spero che mio padre sia ancora vivo, come Geppetto nel ventre della balena. Di sicuro, se rimaneva nel Montecuccoli non gli succedeva niente (lo so perché l’anno scorso ho visto con i miei occhi ilMontecuccoli ormeggiato al porto: grande come una montagna, occupava da solo quasi tutto il canale) ma chissà, ragiono dentro di me, forse nello Scirè è rimasta una bolla d’aria; forse nella cambusa hanno ancora delle scatolette da mangiare ed io, se potessi, vorrei salvarlo. E’ per questo che studio, che faccio sempre i compiti, che vado alla Biblioteca Civica: da grande voglio fare l’ingegnere navale e recuperare lo Scirè.
Per farlo ho già una mezz’idea, che mi è venuta al mio primo funerale, tre anni fa. Ricordo tutto benissimo: c’era una gran buca, fonda, scavata di fresco, due murali di traverso e sopra la cassa da morto (dentro c’era la povera moglie del maestro Crivelli). Piangevano tutti, io mi ero intrufolato tra le gambe della gente per arrivare in prima fila. A un certo punto ho sentito una mano sulla spalla. Era mia madre, che mi ha detto nella nostra lingua:
Sta’ drìa, prò!, ed io ho capito al volo quello che voleva dirmi, cioè: Va bene tutto, gli storni di passaggio, siamo nati per soffrire, i Talevi nati disgraziati, lo Scirè affondato davanti a Haifa, il Montecuccoli ancora in servizio, la bomba atomica…, però, almeno tu, stammi lontano da quella buca. Poi i fossini, in quattro, avevano fatto passare due corde sotto la cassa; tolto i murali; calata la cassa sul fondo, riempito la fossa di terra con le pale e amen. 
Ebbene, secondo me con lo Scirè si potrebbe procedere all’incontrario: per prima cosa bisognerebbe passare due cime, rispettivamente sotto la prua e sotto la poppa del sommergibile, con l’aiuto di alcuni palombari; dopodiché basterà portarle in superficie, dove attendono alla fonda due grosse unità della Marina Militare Italiana, per dire, l’incrociatore Montecuccoli di qua e la corazzata Duilio di là, con gli equipaggi al completo schierati sul ponte di coperta, 500 marinai di qua e 500 di là: secondo me dovrebbero bastare, oh issa!…oh-issa!, finché lo Scirè non sarà tornato in superficie. A quel punto si fissano allo scafo decine, anzi centinaia, di camere d’aria di camion gonfiate, come quelle che usa Gildo per pescare i pidocchi, e si procede al salvataggio dei sopravvissuti: tra cui mio padre.
Il vino che serviamo noi del Rastèll è buono, non è allungato con l’acqua né è fatto col bastone, cioè con la polverina o il bisolfito, come fanno i furbi. E’ il vino della nostra zona, dello stesso contadino di Ginestreto dove andava il bisnonno. Inutile quindi, come fa d’estate qualche forestiero venuto per i bagni, chiedere se abbiamo il barbera o il chianti. Il vino è il vino e basta. 
L’unica distinzione possibile, da noi come nelle altre osterie, è quella tra bianco e nero, cioè tra vino bianco e vino rosso, a ciascuno dei quali corrisponde grosso modo un semestre: il bianco è indicato per la primavera e l’estate, il nero per l’autunno e l’inverno. Dopo le pulizie di Pasqua, quando ci si alleggerisce coi panni, si parte col bianco; alla fine dell’estate, quando ricomincia la scuola, quando poi arriva la burrasca dei morti e magari anche l’estate di San Martino, si ritorna al nero.
Il maestro Crivelli, vedovo e senza figli, mi ha spiegato che nella nostra zona il vitigno del rosso si chiama sangiovese ealbanella quello del bianco; dalle altre parti, immagino, sarà la stessa cosa, sia pure con altri nomi. Quand’ero piccolo, la nonna per prendermi in giro mi aveva fatto credere che il vino non l’aveva scoperto Noè, come dice la Bibbia, bensì San… Giovese, un santo gioviale e cortese, una specie di San Francesco nostrano sempre allegro, che poi è quello attaccato a San Terenzio nell’affresco della chiesa del camposanto. Adesso che faccio la quarta ho aperto gli occhi ma prima, nelle orazioni prima di dormire, mettevo sempre anche San… Giovese.
Comunque la nostra è un’osteria come si deve: a misura d’uomo, dice il maestro Crivelli, che al pomeriggio viene sempre da noi a correggere i compiti dei suoi scolari. Da noi certe cose semplicemente non si fanno e non si dicono. 
In questa casa non si bestemmia!, ammonisce il cartello appeso a sinistra del camino, intendendo sia la casa sia il locale; l’altro, a destra, elenca i giochi proibiti: Morra, Passatella e Zecchinetta, più numerosi altri che non conosco. Una volta è capitato un tale che bestemmiava, e non era neanche ubriaco, ma la nonna gli ha detto a muso duro in dialetto antico: 
Sòr cl’òm, an savé léggia?, cioè Signor quell’uomo, non sapete leggere?, dandogli educatamente del voi ma anche dell’analfabeta.
Questo vale anche per le canzonacce. Una volta, l’anno scorso, sono entrati dei signorini con dei cappelli a punta: deigoliardi dicevano loro. 
Osteria numero uno!, ha attaccato il primo. 
E tutti dietro in coro, sghignazzando: 
Paraponziponzipó! 
Ma il maestro Crivelli li ha bloccati subito, come stoppandoli sotto canestro:
Giovani! Perché non la cantate a casa vostra questa roba? 
Così ha detto, mica canzone. 
Lo stesso vale per gli sputi: da noi non si sputa e basta. 
E dato che al Rastèll non si sputa, la sputacchiera d’ottone che c’era nell’angolo fino a qualche anno fa adesso non c’è più: mia madre l’ha venduta a uno stracciaio. I nostri avventori lo sanno benissimo quindi, se proprio ne hanno la necessità, scaracchiano fuori, davanti alla porta a vetri. Praticamente è lì, con l’esercizio quotidiano, che ho imparato a pattinare, a fare il passo incrociato: coi pattini a ganasce che mi ha regalato la nonna.
L’arredo della nostra osteria è semplice e razionale: cartesiano, secondo il maestro Crivelli, che ormai è diventato una persona di casa. 
I tavoli sono quadrati, ciascuno dotato di quattro sedie impagliate dai matti del manicomio (saranno anche matti ma come lavorano!). I piani hanno il lato di cm 80, misura ideale per quattro giocatori di carte. Due tavoli però sono rettangolari, pur seguendo la stessa logica (la stessa ratio, direbbe il maestro Crivelli): lato maggiore cm 160, lato minore cm 80. Questi ultimi, invece delle sedie, hanno delle panche lungo i lati maggiori. Quando capita di unire dei tavoli, per comitive o famiglie, le mosse sono semplici: si accostano 4 tavoli quadrati, oppure 2 tavoli rettangolari, oppure 1 tavolo rettangolare e 2 tavoli quadrati: il risultato non cambia: un quadrato avente di lato cm 160. 
Se uno traccia le diagonali sul tavolo, non col lapis copiativo perché dopo non va più via, si ottengono quattro triangoli isosceli, la cui altezza è di cm 40. Sarà per tutti questi motivi che io a scuola non ho mai avuto problemi e che le mie materie preferite sono la geometria e la matematica, oltre alla musica. La logica di questi tavoli è pitagorica e il maestro Crivelli, che mi segue nei compiti più difficili, mi ha spiegato che è la stessa logica dei mattoni pieni. Ne ho avuto la prova qualche mese fa, quando si sono mossi i mattoni a coltello della soglia. Liséo, il muratore, ne ha sollevati una decina, li ha ripuliti ben bene ai bordi con la sua cucchiara, cioè con la cazzuola, poi li ha rimessi a posto (in opera, ha detto lui) con un po’ di cemento. Aveva ragione il maestro Crivelli: la logica dei mattoni è la stessa. Il mattone pieno infatti non è altro che un parallelepipedo rettangolo. La superficie maggiore, o piatto, è un rettangolo di cm 24 x 12; lo spessore è di cm 6. Le pianelle invece, cioè i mattoni del piancito, hanno uno spessore di cm 3. Io amo la geometria, perché mi piacciono le cose che si possono misurare.
Ma la misura che più mi piace in assoluto è quella del vino, cioè le bottiglie che sono sistemate nella credenza, su tre piani distinti come sul podio del campo sportivo, dopo essere state lavate e asciugate; e dopo che sono state lasciate un po’ a scolare capovolte sul piano zigrinato dello sciacquatore. Lo so anch’io, il maestro Crivelli mi riprende ogni volta: in italiano si diceacquaio, non sciacquadór o sciacquatore; ma con tutto il rispetto per il maestro Crivelli, che ormai è una specie di zio, credo che lui abbia torto: alcuni oggetti, non tutti, sono nati in dialetto e a dirli in italiano si storcono, diventano ghiacci e senza odore.Acquaio dà effettivamente l’idea dell’acqua, è vero, ma sciacquatore te la fa vedere l’acqua, che scorre dalla cannella, che si raccoglie nella graniglia e poi confluisce nel buco di scarico girando in senso antiorario.
Solo un genio può aver ideato e disegnato la misura del vino, forse Pitagora o Archimede. Si tratta di una bottiglia di vetro spesso che, invece di avere il collo stretto, come le normali bottiglie, ha la bocca larga come se avesse il pitriòlo, cioè l’imbuto, incorporato; anche se poi è rastremata al centro per favorire la presa. E’ perfetta per la sua funzione, che non è quella di conservare ma di servire ai tavoli modeste quantità di vino. Il maestro Crivelli, che quando c’è mia madre fa un po’ il capiscione, mi ha spiegato che potrebbe anche definirsi come un solido ottenuto da due tronchi di cono capovolti ma insomma la misura del vino, secondo me, è un oggetto bellissimo, utile e concreto. Per questo non mi dispiace quando mi tocca lavare le misure e non ho mai pensato che sia un lavoro da femmina, perché la geometria non è né maschio né femmina. Io procedo come ho sempre visto fare: prendo un foglio di giornale vecchio, sminuzzo la carta in tanti coriandoli, li infilo nella misura, aggiungo un po’ d’acqua, e agito la misura tenendola tappata con la mano: facile con il quarto, difficile con il litro. Insisto finché il vetro non è tornato trasparente; nei casi più difficili uso un po’ d’aceto o di sale grosso, poco perché costano; nei casi impossibili lascio a mollo un dito di varechina. 
Di queste bottiglie, identiche nella forma ma in scala, ce ne sono di tre tipi, che ovviamente equivalgono a tre diverse misure: 
quella grande contiene un litro (1 litro); 
quella media mezzo litro (1/2 litro); 
quella piccola un quarto di litro (1/4 di litro). 
Il quarto riempie due bicchieri (sempre di vetro ma col culo spesso): da cui si può dedurre che il bicchiere da osteria contiene un ottavo di litro (1/8 di litro). 
Altre misure disponibili sono il boccione, con chiusura metallica e guarnizione di gomma, che contiene 2 litri; e il fiasco impagliato, che contiene (da noi) 1,750 di litro.
L’unico difetto riscontrabile della misura del vino è la mancanza di beccuccio ma, come dice il II postulato dei Talevi, nella vita non si può avere tutto: e quindi, versando il vino nei bicchieri, a volte ne sgocciola un po’. E, se si tratta di vino nero, questo lascia dei cerchi sul piano del tavolo, cerchi perfetti che si sovrappongono a canone formando strani disegni che sembrano fatti col compasso: lunette, mezzelune, corone circolari all’infinito, come il disegno delle fasi lunari.
Il dazio, all’ufficio pesi & misure, verifica periodicamente che non ci siano i furbi, che un litro contenga veramente un litro, che un metro sia un metro eccetera, insomma che i commercianti disonesti non freghino sul peso e sulla misura: il segno della Legge è la riga orizzontale incisa col diamante a due dita dal bordo, e ancora di più il piombo che sigilla ogni bollo, che per me è meglio degli stemmi in arenaria nei palazzi dei nobili.
Da noi, i clienti bevono senza urlare e senza ubriacarsi: giocano alle carte i giochi consentiti dalla legge e dalla buona educazione. Mi ha detto recentemente il mio compagno di banco, Carlo Alberto Guidi-Caccialupi (ha due nomi e due cognomi ma è uno solo), che le nostre carte non sono le uniche. A casa sua e al Circolo Cittadino, mi ha spiegato, usano carte con altri semi: invece di coppe, spade, danari e bastoni, loro hanno fiori, picche, cuori e quadri, come si vede anche al cinema. Ma i signori, come dice mia madre che li conosce bene perché gli prende le misure, non sono cattivi: sono fatti diversi.
Da noi, come in tutte le altre osterie, oltre a bere si può anche mangiare.
Anche qui le cose sono semplici e seguono la logica migliore. Ciascun avventore, se vuole, mangia quello che si porta da fuori. Ci sono alcuni contadini (li riconosco dall’abbigliamento, da come parlano, dalla circospezione con cui entrano, dalle scarpe che indossano, dalla gran fatica che rivelano dopo essere stati all’anagrafe per cavare le carte, alle poste per la pensione, al distretto o al dispensario antitubercolare), che hanno due fette di pane con la frittata o la mortadella, un cartoccio di sardoni comprati dalla Tita. Qualcuno, che in città c’è già stato, è passato al forno e ha comprato un panino all’olio, che per loro è meglio del dolce, e lo inzuppa lentamente nel vino, assaporandolo e magari dividendolo con i famigliari come Gesù Cristo coi dodici Apostoli. Altri hanno un culo di filone riempito di trippa; altri ancora un tocchettino di porchetta comprata al mercato delle erbe. Non ci sono problemi. Se hanno il loro da mangiare, per noi va benissimo: vendiamo loro solo il vino o le nostre altre bevande, la gazzosa, il chinotto, la birra e ultimamente anche la spuma. La guerra è finita da cinque anni e i tempi stanno cambiando.
Altrimenti, se si accontentano, da noi troveranno sempre qualcosa da mangiare: un po’ di salame nostrano, un po’ di pecorino nostrano; un uovo tosto o sodo (di gallina nostrana); oppure, a seconda della stagione, quello che ha cucinato la nonna o la mamma: i garagoli nei mesi con la r (febbraio, marzo aprile ecc… ) o i bovoletti, con tanto di stecchino per tirare su il cìgolo; i fagioli con le cotiche; una fetta di ciambellone; i bracciatelli per Santa Lucia; i lupini tutto l’anno.
Da noi, grazie al cibo e alla misura del vino, oltre a bere, a mangiare e a giocare alle carte, si raccontano storie.
Quelle nuove sono belle perché riferiscono di cose che da noi non si sono mai viste né sentite: come quando Mister Sullivan, che in guerra era un pilota della RAF, dice che a Londra c’è un treno che corre sottoterra. Non tutti ci credono però, perché Sullivan è un tipo strano, anche perché è stato buttato giù dalla contraerea e si è salvato col paracadute: basti dire che è l’unico, in tutta l’osteria, che continua a chiamare Sìngher la macchina da cucire, che noi invece pronunciamo con la g di gelo.
Ma le storie più belle per me sono quelle vecchie raccontate più di una volta, cioè riraccontate fino a raggiungere la loro perfezione. Non è detto che siano storie vere, ma sono raccontate in maniera tale che non è possibile che non siano vere. Alcune sono dei capolavori, ed io anzi sono convinto che il nostro vino e le nostre misure facciano parte integrante di tali storie: che siano ad esse consustanziali, come dice il parroco.
E poi i nostri clienti non sono disoccupati o sfaccendati, ubriaconi o perdigiorno, hanno tutti un mestiere nelle mani, come si può vedere facilmente dalla cassetta dei ferri che si portano dietro, o dalla borsa che hanno a tracolla: in cui io sbircio appena ne ho l’occasione. Sono capomastri, tipografi, postini, barbieri, saldatori, maniscalchi, meccanici (di bicicletta; di motocicletta; d’automobile), elettricisti, ceramisti, tappezzieri, pittori: artigiani rifiniti, che hanno una bottega in proprio oppure lavorano in fabbrica, in filanda, alla fornace, in fonderia, al cantiere navale: tutta gente che, prima di essere assunta, ha dovuto realizzare il proprio capolavoro o capodopera.
Ugolini, per esempio, ha lavorato per vent’anni alla FIAT, su a Torino, e prima di essere assunto ha dovuto fare il capolavoro davanti a tutti gli ingegneri. L’ingegnere-capo gli ha ordinato di fare un pistone di tot centimetri lì per lì. Ugolini allora si è messo al tornio e ha cominciato a lavorare a testa bassa, senza accorgersi che nel frattempo era arrivato Agnelli, con un codazzo di pezzi-duri in camicia nera. Dopo dieci minuti, l’ha fatto smettere Agnelli in persona. 
Da domani tu lavori alla FIAT!, ha sentenziato; che sembra Gesù Cristo quando dice al ladrone di destra: Stasera sarai con me in paradiso!
Finita la guerra, Ugolini è tornato in città e ha aperto la sua officina sulla Nazionale. Lo sanno tutti come lavora ma ogni tanto io vado lo stesso a controllare con la mia bici da fornaio.
Arriva l’autista del Prefetto con la Lancia, il conte Guidi-Caccialupi con la Mercedes, un viaggiatore con la Giardinetta. La loro macchina ha qualche problema, fa un rumore strano, ha qualcosa che non va. Lui allora fa spegnere il motore e lo fa raffreddare; poi dice di riaccendere e mette l’orecchio sul cofano, come il dottore della mutua. Con l’indice roteante dice all’altro di dare gas. Poi a un certo punto fa stop con la mano. 
E’ lo spinterogeno, dice. Oppure: 
E’ la cinghia di trasmissione.
Ugolini non si sbaglia mai. 
Un altro dei nostri migliori clienti è Balducci, anzi il signor Balducci, che ha fatto l’accordatore al Conservatorio per oltre 40 anni. Balducci non è il tipo da darsi le arie ma ha l’orecchio assoluto!, cioè riconosce qualsiasi nota venga emessa, con qualsiasi strumento. Ogni tanto capita qualche San Tommaso che non ci crede e improvvisamente batte la vera sulla bottiglia da mezzo litro.
Do, dice Balducci.
L’altro tocca il bicchiere. 
Mi. 
Allora lo mettono alla prova. 
Prendono tre misure, oppure due misure e un bicchiere, e le toccano tutte e tre contemporaneamente per formare un accordo. 
Fa minore, dice Balducci senza esitazione.
Quando ha un po’ di tempo, il che capita di rado perché lavora sempre anche se è in pensione, si diverte così. Dopo aver chiesto il permesso a mia madre, prende dalla credenza 13 tra bicchieri e misure, dal litro al quartino, più un boccione d’acqua. Dopodiché versando l’acqua, aggiungendola e levandola, dosando e ridosando, in pochi minuti Balducci realizza una specie di xilofono (un idrofono, dice saputo il maestro Crivelli) che si suona con le forchette: una scala intera, compresi i semitoni. Dopo è un peccato buttare via l’acqua.
Balducci, gli dicono ogni tanto, racconta di Toscanini!
Eh, Toscanini… 
E fa una mossa con la mano a coltello, per dire che Toscanini coi suoi orchestrali era tremendo. Questa è l’ouverture.
Poi parte il racconto vero e proprio, di quella volta quand’era appena andato in pensione. Allora: in città arriva Toscanini per dirigere un concerto per pianoforte e orchestra. Alle nove di sera il teatro è pieno, l’orchestra sta provando nella buca; in mezzo al palco c’è un pianoforte a gran coda… 
Che marca era? (uno degli ascoltatori) 
… uno Steinway & sons [più che un pianoforte sembra una balena nera, una portaerei americana in mezzo all’oceano Pacifico] e gli orchestrali stanno provando tutti insieme, compreso il solista, quando le luci si abbassano, il pubblico fa silenzio, ed ecco che entra Toscanini, tutto impettito come un pinguino. Fa un inchino verso la platea, afferra la bacchetta bianca dal leggìo e parte. Il solista attacca con l’accordo iniziale ma Toscanini si mette a urlare come un matto:
No… NO! E’ scordato!
Gelo.
Come scordato?, azzarda il pianista che quasi non respira più, … ho provato l’intero pomeriggio.
Ma Toscanini salta giù dal podio, si dirige verso il pianoforte e pesta sulla tastiera con i pugni come un invasato: 
E’ scordato, non sente? E’ diventato sordo!? 
Prende la bacchetta e la fa in mille pezzi.
Così non posso dirigere!
E se ne va a grandi passi.
Chiama Balducci!, gli urla qualcuno dal loggione.
Chi è Balducci?, chiede Toscanini fermandosi.
Balducci è Balducci, risponde lo sconosciuto dall’alto.
Vanno di corsa a casa di Balducci, che sta per andare a letto, e gli spiegano la situazione. Balducci si riveste e in cinque minuti arriva sul palco con la sua borsa dei ferri, più da avvocato che da operaio. Tira fuori una chiave a stella, una sola, e si mette ad armeggiare allo Steinway. Due o tre tiratine alle caviglie, una carezza alla tastiera col panno di velluto: il lavoro è fatto. 
A posto!
Torna sul palco Toscanini, che prova lui stesso qualche accordo.
Il teatro trattiene il fiato. 
Un applauso per il signor Balducci!, dice Toscanini rivolto al pubblico.
E non è neanche vero che i nostri clienti siano solo uomini.
La Itala per esempio, la levatrice che mi ha lavato con l’acqua ghiaccia appena nato, capita spesso. Anche lei non è una che parli molto ma quello che dice è sempre misterioso e interessante. Vorrei chiedere anche a lei di farmi vedere i ferri del suo mestiere, ma temo che sia maleducazione. Secondo la logica dovrebbe avere una serie di leve di varia misura, tutte sterilizzate, magari d’argento o d’acciaio inossidabile. Una volta, che la borsa era mezzo aperta, ho intravisto un bollitore per le siringhe, ma quello l’abbiamo in casa anche noi, e poi una specie di forbice per l’insalata, ma lei ha richiuso subito e io non ho chiesto niente. Vorrei chiederle come fa a far nascere i bambini. Al cinema della parrocchia ogni tanto si vede qualcosa ma non si capisce granché. Nei film dei cow-boy, quando sta per nascere un bambino, dicono di far bollire dell’acqua, prendono una camicia e la tagliano a strisce. Il padre deve rimanere fuori e cammina avanti e indietro; poi improvvisamente si sente il pianto di un bambino, esce una donna tutta trafelata che dice maschio! oppure femmina! E tutti danno delle gran pacche sulle spalle del padre.
La Itala viene dopo il lavoro, quindi dopo che lei ha fatto nascere qualche bambino. Beve solo un chinotto e parla sempre sottovoce. 
Due gemelli!, ha detto una volta lasciandosi cadere su una sedia. Era esausta, sembrava che li avesse fatti lei. 
Un’altra volta ho sentito la parola travaglio: la signora, prima di partorire, doveva aver avuto un imbarazzo di stomaco, forse aveva mangiato troppo la sera prima: sardoni o trippa in pignatta o seppie coi piselli. E quando ho sentito podalico, sono andato in Biblioteca a controllare sul vocabolario e così ho capito che il bambino era nato coi piedi: la scelta migliore, ho pensato; anch’io del resto, quando ho imparato a fare i tuffi nel porto, le prime volte mi buttavo a candela, di piedi e turandomi il naso; solo con la pratica e dopo diverse panzate ho imparato a fare la buonanotte, cioè il tuffo di testa. 
Credevo di aver capito quasi tutto, ma poi la settimana scorsa la Itala mi ha confuso di nuovo le idee. 
Erano le nove di sera, avevamo finito di cenare e di lavare i piatti, stavamo per chiudere. E’ arrivata la Itala di corsa, ha ordinato il solito chinotto ma l’ha infilato nella borsa senza neanche stapparlo. Ha detto piano a mia madre che alla moglie del fornaio si erano rotte le acque. Io ho sentito e ho pensato confusamente a un danno, a una fiumana, a Mosè che attraversa il mar Rosso. Poi lei è andata via e noi abbiamo chiuso il rastrello.
La mattina dopo avevamo appena aperto, erano le sette e mezzo, c’erano tre-quattro operai dell’UNES che facevano colazione con la crescia brusca quando è ricomparsa la Itala, con una faccia che non le avevo mai visto. Si è messa a sedere vicino alla porta e ha ordinato un litro di vino nero, una misura esagerata anche per un uomo, figuriamoci per una donna astemia.
Io gliel’ho portato. 
Lei ha riempito un bicchiere e ha aspettato qualche secondo. Poi invece di bere si è messa a piangere da sola. Noialtri la guardavamo senza riuscire a dire niente.
L’ha perso, ha detto.
Poi ha tirato su col naso, ha pagato il litro e se ne è andata via lasciandolo sul tavolo.
Mia madre ha chiesto in giro se c’era qualcuno che lo voleva ma tutti hanno fatto di no con la testa e lei, piano piano, ha versato il vino nello sciacquatore, direttamente sopra il buco dello scarico: dove quello è scomparso gorgogliando.
(dicembre 2002)

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