Piero Benelli, medico della Vuelle e della Nazionale di volley: “Coronavirus, nella vita e nel lavoro niente sarà più come prima”

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6 maggio 2020

PIERO BENELLIPESARO – Una premessa: per rispetto di chi risponde, ma anche di chi legge, mi rivolgo all’intervistato dandogli sempre del lei. Una volta, era la prassi. Oggi tutti danno del tu a tutti. Non mi piace\. Il tu è una conquista reciproca, non un modo di dire.
Oggi, però, mi rivolgo con il tu al nostro intervistato, il dottor Piero Benelli, medico sportivo, docente nella Facoltà di Scienze Motorie dell’Università degli Studi Carlo Bo di Urbino, direttore di Fisioclinics Pesaro, medico della Nazionale di pallavolo maschile e della Victoria Libertas Pesaro. Un grande atleta al quale solo uno stupido boicottaggio – è spontaneo definire stupido l’intervento della politica nello sport – impedì di partecipare ai Giochi Olimpici di Mosca 1980. C’era stata l’invasione sovietica dell’Afganistan e l’Occidente, leggi gli Stati Uniti d’America e la Nato, che pure non si sono mai fatti mancare le invasioni e le intromissioni negli affari interni d’altri paesi, decisero di boicottare l’Olimpiade. Come? Con il trionfo dell’ipocrisia: “Partecipiamo, ma non partecipano gli atleti militari“.
Così Piero Benelli, azzurro di pentathlon moderno, appartenente al gruppo sportivo della polizia, le Fiamme Oro, restò a casa. La politica gli aveva rubato il sogno, comune a tutti gli atleti: andare ai Giochi, partecipare alla sfilata inaugurale, competere per una medaglia.
Quello che gli fu impedito da atleta, l’ha ottenuto da medico sportivo. Il dottor Benelli si è ripreso i Giochi con la Nazionale di volley maschile: tre presenze (Pechino 2008, Londra 2012, Rio de Janeiro 2016), due medaglie (bronzo a Londra, argento a Rio) e la speranza di fare meglio a Tokyo.
Conosco Piero da poco meno di 40 anni, da quando era allenatore di nuoto nella Vis Sauro Pesaro. Ci siamo ritrovati nel 1989, quando assunse l’incarico di medico sportivo della Scavolini Basket che pochi mesi prima aveva conquistato il titolo di campione d’Italia. Tra radio, tv e giornale, le mie giornate erano quasi tutte dedicate alla Vuelle. Allenamenti, partite, trasferte in Italia e in Europa, viaggi in pullman e in aereo al seguito della Vuelle, con la possibilità di avere un contatto quotidiano con Piero. La sua amicizia è un onore per me. È a lui che devo una tra le cose più belle della mia vita: il Cammino di Santiago. Nel 2016, in piena preparazione, a un mese dalla partenza per Saint-Jean-Pied-de-Port, paesino ai piedi dei Pirenei, dove inizia il Cammino Francese, rischiai di rinunciare per colpa mia: guai fisici da superallenamento. Le cure, fisiche e psicologiche – non dimenticherò mai la sua frase: “Tranquillo, Luciano, arriverai a Santiago de Compostela!” – mi fecero superare una dolorosissima fascite plantare.
Lo scorso 11 marzo, quando la V.L. Carpegna Prosciutto annunciò che due suoi tesserati erano risultati positivi al Covid-19 e imparai che uno era Piero, vissi un momento di grande sconforto. Ero addolorato per lui, ma, lo confesso, anche preoccupato per me. Pochi giorni prima, ancora una volta, mi ero affidato a Piero e a Fisioclinics. Il pomeriggio del 27 febbraio fui sottoposto a Risonanza magnetica e subito Piero mi visitò, consigliandomi cure e terapie. Poche ore dopo, partecipava a una cena che avrebbe provocato il contagio.
Dall’11 marzo, giorno in cui la Victoria Libertas rendeva ufficiale la positività dei due tesserati, si è dovuto attendere il 23 aprile per avere la notizia che anche il secondo tampone era risultato negativo e il dottor Piero Benelli aveva sconfitto il Coronavirus. Dopo giorni  vissuti nel segno di tristi notizie per la scomparsa di alcuni cari amici, finalmente una novità positiva. Domenica mattina, prima di incominciare una lunga intervista, Piero ha confermato di stare bene.
“Sì, mi sento recuperato al 100 per 100. Lunedì 27 aprile ho ripreso a lavorare”.
Il dottor Benelli nello studio in Fisioclinics visita un giocatore della Victoria Libertas

Il dottor Benelli nello studio in Fisioclinics visita un giocatore della Victoria Libertas

Quindi sei ritornato alla alacre quotidianità, a giorni che, visti gli impegni, dovrebbero durare almeno 30 ore.

“Più o meno”.
Quanto accaduto ha imposto stravolgimenti alla tua quotidianità?
“Assolutamente sì. Cambiamenti nei ritmi e nelle attività quotidiane. Intanto perché c’è meno gente in giro e si è ridotta l’attività sportiva. Io faccio il medico sportivo, fondamentalmente il medico riabilitatore, e in questo campo sono state interrotte un po’ di  terapie riabilitative, che devono riprendere nel rispetto di nuovi regolamenti. Prima di tutto abbiamo dovuto mettere a norma Fisioclinics, il nostro centro di riabilitazione, rispettando tutte le disposizioni impartite dalle autorità sanitarie. Ciò ha comportato, giustamente in questo momento, che i ritmi di lavoro calassero. Non solo ritmi più lenti, anche più attenti e mirati. Inoltre lo sport è fermo, anche se stanno ripartendo le discipline individuali, ma per alcune non è chiaro se riapriranno, e soprattutto come lo faranno. Sappiamo che ci si potrà allenare individualmente, rispettando alcuni accorgimenti: le linee guida e i protocolli che alcune federazioni sportive si sono date autonomamente, fermo restando che dovranno confrontarsi con le disposizioni dell’autorità sportiva, il Coni e il Ministero dello Sport”.
Nel frattempo ha destato scalpore e polemiche il documento stilato dal Politecnico di Torino.
“Un documento di quattrocentoquattro pagine in cui la pallavolo è risultata la disciplina più pericolosa per il possibile contagio”.
Una stima che ha  fatto infuriare Julio Velasco, mito dello sport mondiale, il protagonista numero uno della crescita del volley italiano con la generazione di fenomeni. Da giornalista sportivo che segue anche il volley femminile, mi sembra un’eresia.
“Volley e basket sono gli sport di cui mi occupo principalmente. Fra tutti gli sport di squadra, la pallavolo è uno dei pochi che non è di contatto. Invece non si può immaginare di giocare a calcio, pallacanestro e rugby rispettando il distanziamento, non avendo possibili traumi contusivi da contatto. Nel volley si gioca in due campi separati e il contatto fisico può avvenire sotto rete, quando si cade a terra dopo una schiacciata o un muro. La valutazione del Politecnico ha sorpreso tutti. Chi ha elaborato il documento si è difeso dalle critiche spiegando di avere lavorato sui dati forniti dalle singole federazioni sportive su come si svolge il gioco, dove si collocano gli arbitri e si posizionano i singoli giocatori. È spontaneo pensare che sarebbe stato necessario ascoltare qualcuno che capisce un pochino di sport e magari un filtro tra le risposte delle federazioni e le valutazioni del Politecnico. Salta subito agli occhi, anche del profano, che non è possibile che, dal punto di vista del contagio, il volley sia più pericoloso di calcio, basket e rugby, sport di contatto”.
Voi medici sportivi potevate essere un filtro importante: siete stati coinvolti?
“Non solo noi medici sportivi. Sarebbe bastato qualcuno che ha maggiore dimestichezza con lo  svolgimento delle attività sportive. Il documento del Politecnico è da rivedere”.
Piero BenelliSia il basket, leggi la VL, sia il volley, mi riferisco alla federazione, sono stati bravi a garantire il diritto alla tua riservatezza.
“Io sono stato messo subito in quarantena, mi hanno fatto il tampone e sono risultato positivo al Covid-19. La diagnosi è stata veloce, e così l’isolamento. Quando ho incominciato a convivere con la quotidianità della malattia, non ho pensato a ciò che accadeva fuori. Si sta abbastanza male e che fosse tutelato o meno il mio diritto alla riservatezza non era  la priorità. Ma la mia posizione è stata subito netta: non c’è niente da pubblicizzare e niente da nascondere. Per questo, quando la storia è terminata positivamente, ho accettato di rispondere alle domande dei giornalisti. Prima di tutto, però, e qui ritorno alla fase iniziale della malattia, ho provveduto ad avvertire chi era entrato in contatto con me nei tempi e nei modi che potevano avere favorito il contagio. E ovviamente ho informato l’autorità sanitaria. Confermo che da parte dei miei dirigenti sia di basket che di volley, c’è stato un grande rispetto del mio diritto alla riservatezza. In verità, questo ha comportato anche un po’ di allarmismo. Quando la Vuelle ha diffuso il comunicato sulla positività di due suoi tesserati, tutti hanno pensato ai giocatori. E da lì agli avversari affrontati nel periodo precedente. Bravi anche i giocatori, che, informati che si trattava di due dello staff esterno alla squadra, non si sono messi a caccia dei nomi. Ricordo che la notizia venne data in occasione della partita, non giocata, con Treviso”.
Ti sei accorto da solo che potevi essere vittima del contagio? È stata un’autodiagnosi oppure ti hanno informato i colleghi medici?
“No. Sinceramente sono stato sintomatico solo dopo essere messo in quarantena. Nella situazione dove presumibilmente sono stato contagiato, altre persone sono state male prima di me. Da lì i controlli e la quarantena ordinata a tutti. In quel momento, io stavo benissimo. Ho incominciato a stare male dopo tre-quattro giorni. Di giorno in giorno le autorità sanitarie mi chiedevano informazioni. Il monitoraggio dei possibili contagiati era costante. Quando ho cominciato ad avere tosse, febbre alta, dispnea, sono stato sottoposto al tampone, che è risultato positivo”.
Si può dire che è stata una fortuna che ti abbiano fatto fare la quarantena a casa?
“Da un certo di vista sì, ma non vorrei creare equivoci. È indubbio che stare a casa significa non entrare in un ambiente dove, essendoci altri pazienti ricoverati per Coronavirus, il rischio di contrarlo è elevato. I miei colleghi, encomiabili, hanno lavorato in maniera eccezionale. Per quanto riguarda i miei sintomi, sono stati impegnativi ma non così tanto da richiedere il ricovero in ospedale. Sono arrivato a trovarmi in una situazione al limite, ma consultandomi con i colleghi con cui mi sentivo in quei giorni, da Roberto Cardinali, che è il mio medico di famiglia, a Roberto Bracci, un amico, da Massimo Mancino e Giorgio Maniscalco, valutando la situazione quotidiana e come gestirla anche a livello farmacologico, ho ricevuto consigli utilissimi. Ne ho fatto tesoro e piano piano sono stato meglio”.
Sei andato a una cena con amici per trascorrere insieme una bella serata in compagnia, a parlare di tante cose e magari farsi una risata, e ti sei ritrovato a fare i conti con alcuni dei presenti che sono morti e altri, come te, contagiati. Come se ne esce psicologicamente?
“Hai individuato la dinamica di quella cena, di quella sera. Era un’occasione per ritrovarsi tra amici e colleghi. Una cena che facciamo, che facevamo ogni anno in un’occasione particolare. Un appuntamento che è stato sempre molto piacevole, tra persone con le quali si lavora e ci si confronta. Un momento importante fuori dai canonici incontri di lavoro. Se ci ripensi, puoi dirti: accidenti, se non ci andavo tutto questo non sarebbe successo. Una reazione istintiva, che però riflette un momento molto difficile, mai così complicato. Però si può anche pensare: se non succedeva quella sera a cena, poteva accadere da un’altra parte. La vita ti propone situazioni che non puoi prevedere. Io sono abbastanza fatalista. Contento di esserne venuto fuori, spero di rivedere presto amici e colleghi e andare a cena con loro, anche per esorcizzare questa tragedia che abbiamo insieme.  Il rammarico è per le persone, i colleghi e gli amici che non ce l’hanno fatta e non ci sono più”.
Le notizie che erano morti amici e colleghi ti arrivavano oppure ti eri isolato completamente? Come vivevi le tue giornate durante la quarantena?
“Le notizie arrivavano, ma ci sono stati alcuni giorni in cui ero abbastanza impermeabile a quanto accadeva. Ero così giù fisicamente che chiedevo poco. Questo virus mi ha dato una spossatezza mai avuta in precedenza. Ero stanchissimo sia fisicamente sia psicologicamente, tanto da non riuscire a concentrarmi su altro che non fosse la battaglia al Covid-19. Però in qualche maniera ero informato di quanto accadeva fuori dalla casa dove mi trovavo isolato. Sapevo delle situazioni difficili, di come la pandemia stava montando anche a livello locale, delle difficoltà che la collettività stava affrontando, ma anche delle persone conosciute che erano state coinvolte”.
Oltre alle cure farmacologiche, tanto riposo,  in quella che molti medici definiscono la “terapia delle lenzuola”?
“Nella fase più acuta, sì. Fondamentalmente stavo a letto e mi alzavo solo per le cose minime. Ero isolato dalla mia famiglia, così cercavo di aiutarmi, magari provando a leggere e a guardare un po’ di tv. Però, lo ripeto, con poca voglia, perché le energie mancavano. Poi, piano piano, recuperato un po’ di energie, ho ripreso a fare le cose normali, tanto che nella seconda parte della convalescenza ho fatto lezione agli studenti universitari, utilizzando il computer e internet. E ho riallacciato i contatti con la mia realtà lavorativa. Inoltre sono riuscito a impostare qualche programma, anche un progetto in relazione a ciò che ha comportato l’impatto con il Coronavirus. Tutto ciò è risultato di grande aiuto per trascorrere le giornate, per farmi sentire di nuovo tonico, e quindi a recuperare”.
Hai avuto paura di non farcela?
“Un po’ sì. Soprattutto nei giorni in cui sono stato peggio, ho fatto alcune riflessioni sulla paura. La paura di trovarmi in una situazione in cui non sapevo come poteva finire. Però anche in quei giorni ho avuto un minimo di lucidità, così da sembrarmi, ed è stato così, che i miei sintomi non fossero così gravi come quelli che mi riferivano di altre persone purtroppo morte, anche se alcuni valori, tipo la saturazione dell’ossigeno, stavano scendendo. La grande attenzione era a non farli andare ancora più in giù. Se aggiungi che per natura sono ottimista, sono riuscito sempre a essere moderatamente fiducioso di farcela”.
Rio  2016, Piero Benelli con Roberto Bolle

Rio 2016, Piero Benelli con Roberto Bolle

Piero, ci conosciamo da una vita, non ricordo quante interviste ti ho fatto, ma credo che mai mi sia venuta in mente una domanda. Ti anticipo che io non sono credente, avendo perso la Fede per mille motivi, soprattutto per colpe che io, provenendo da una famiglia cattolicissima, attribuisco alla Chiesa  romana. Eppure, durante le bellissime esperienze fatte durante i miei cinque Cammini di Santiago, ho provato una sorta di invidia per chi, senza esibirla, mostrava di avere Fede. E ho pensato che in un momento difficile la Fede può essere d’aiuto. Dunque, sei credente?

“No, sono ateo. Credo anch’io che possa esserci un sentimento simile all’invidia verso persone che hanno uno strumento in più rispetto a chi non lo ha. Ma se uno è arrivato a questa convinzione è perché ha pensato, ragionato e deciso di non credere, di non avere la Fede. Ho grandissimo rispetto per tutte le opinioni, ma io ho questa convinzione. Eppure ho tantissimi amici cristiani, cattolici, con i quali affronto i temi religiosi. Mi piace molto confrontarmi”.
Fra le tante vittime del Covid-19, c’è un tuo carissimo amico: Sergio Guerra. Un amico mi ha tenuto informato sulla sua vicenda e, oggettivamente, c’è qualcosa che non convince.  Mi hanno raccontato che Sergio è stato tenuto a lungo in casa con la febbre alta e con quelli che sembravano i sintomi del virus. Veniva curato con la Tachipirina e quando è stato portato all’ospedale era troppo tardi.
“Non ho elementi per giudicare perché quando ho saputo di Sergio era già intubato. A informarmi sulla situazione di Sergio è stato Dante Della Michelina. Siamo un gruppo cresciuto dai tempi del liceo. Eravamo una classe molto affiatata: al mattino a scuola, il pomeriggio insieme anche nel tempo libero, a giocare a calcio o ascoltare musica, e ogni tanto anche a fare i compiti. Anni divertenti e piacevoli, provando un affetto reciproco che è intatto da allora. In seguito la frequentazione si è fatta più frammentaria, però sempre uniti. Sergio, grande appassionato di musica, era un bravo chitarrista e suonava le canzoni che ascoltavamo insieme: quelle dei Beatles e dei Creedence Clearwater Revival. La classe aveva una squadretta di calcio abbastanza quotata nel liceo. Io ero il più scarso, Sergio abbastanza bravo. Ho mille ricordi che mi commuovono. Come le due precedenti telefonate di Dante, prima dell’ultima, tragica. Non dico che le notizie fossero confortanti, ma davano qualche speranza. Invece è sopravvenuto il peggioramento fatale”.
I medici italiani, come gli infermieri e altri operatori del soccorso, hanno pagato un prezzo troppo alto. Oltre 150 vittime. Ti sei fatto un’idea del perché?
“Non sono un esperto. Bisognerebbe analizzare attentamente questi dati e avere tutti gli elementi prima di dare giudizi che non mi sento di dare. La considerazione più banale è che ci siamo trovati di fronte a una situazione imprevedibile, a cui non eravamo preparati. Mi pare che nessuno al mondo si sia trovato preparato: non la Cina, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, non la Spagna e la Francia. Eravamo impreparati a una tragedia di questo tipo, a un virus che si espandesse  in maniera così travolgente e che ancora non conosciamo del tutto, dai tempi di contagio a se chi lo ha avuto è immune a possibili recidive. Abbiamo ancora tanto da capire, a incominciare se sono stati commessi errori o se comunque si poteva fare meglio. Quando si hanno tutti gli elementi, si può dire di avere sbagliato, ma oggi come si fa? Al momento sembra che la situazione stia migliorando, magari perché l’ondata si va affievolendo, ma anche per i provvedimenti sempre più mirati che via via si dimostrano più efficaci. Col senno di poi, ma così è facile, mi verrebbe da dire che sarebbe stata più opportuna una maggiore attenzione, seguita da altrettanta aggressività nell’affrontare le prime fasi della malattia.
Come?
“Facendo più tamponi e isolamenti a tappeto di chi presentava i sintomi del Covid-19 – in verità, con me è stato fatto – per non intasare gli ospedali, come è stato”.
Chi ha operato in prima linea ha alzato la voce – giustamente – contro i tagli alla Sanità Pubblica, che invece ha dimostrato capacità e qualità, operando in situazioni che dire difficili è un eufemismo. Però è successo che a medici, infermieri e soccorritori in prima linea non venivano fatti i tamponi, che mancavano, ma per i calciatori il problema era risolto in un attimo. Mi sembra una vergognosa ingiustizia.
“Per quanto riguarda il basket, alcune squadre volevano fare i tamponi a tutti i tesserati, ma non sono riuscite perché i tamponi mancavano per il personale medico, figuriamoci per gli sportivi. Non ho certezze, ma sembrerebbe che alcune squadre di altissimo livello abbiano avuto un trattamento preferenziale, dando il via alle polemiche”.
Poco più di due mesi fa mi dicesti che con la partecipazione ai Giochi Olimpici di Tokyo avresti chiuso l’avventura con la Nazionale maschile di volley. I Giochi sono stati posticipati. Tu cosa farai?
“A me piace chiudere i cerchi. Nella mia testa, il cerchio sarebbe stato chiuso a Tokyo 2020. Sarà così per alcuni giocatori con i quali ho incominciato la mia avventura azzurra. Visto il posticipo, se la Federazione confermerà lo staff che si è guadagnato la qualificazione, la mia intenzione è di partecipare”.
Un’incidenza fondamentale nelle proporzioni delle tragedie vissute tra Marche e Romagna va attribuita alle Finali di Coppa Italia di basket, ospitate a Pesaro, e alla Fiera della Birra, svoltasi a Rimini gli stessi giorni delle finali di Coppa Italia. Ovviamente chi le ha organizzate non poteva prevedere che sarebbero arrivati tanti portatori del Covid-19. Però resta un dubbio: leggendo l’ordinanza del Governo del 31 gennaio 2020 che dichiarava lo stato d’emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili, non sarebbe stato opportuno sospendere tutte le grandi manifestazioni italiane?
“Ho letto l’ordinanza e credo che, pure con qualche interpretazione, si riferisse a una possibile contaminazione dall’estero, soprattutto dalla Cina, con l’avvertimento di fare attenzione a possibili contaminazioni. Insomma, mirata a proteggere le frontiere. Il resto è abbastanza generico, quindi facilmente interpretabile. Non mi sembra che contenga elementi in grado di stabilire quali manifestazioni consentire, tanto è vero che anche gli altri campionati erano andati avanti. E così manifestazioni di altro genere. Solo un preveggente avrebbe potuto sollecitare un’applicazione restrittiva al massimo dell’ordinanza di fine gennaio. Certo, se fosse venuta in Italia una squadra cinese, l’ordinanza sarebbe stata da applicare”.
Piero con tutto lo staff della Nazionale italiana di pallavolo maschile

Piero con tutto lo staff della Nazionale italiana di pallavolo maschile

I campionati di basket e volley sono stati cancellati dalle due federazioni. Il calcio chiede di andare avanti. La tua opinione?

“La mia opinione di medico sportivo è che siamo davanti a una contraddizione, pure con tutte le garanzie e giocando, come si chiede, a porte chiuse. Per la situazione che stiamo ancora vivendo, credo ci siano tutti gli elementi per dire che questa stagione sportiva è finita. L’andamento della pandemia induce a ipotizzare che se ne potrà riparlare solo tra luglio e agosto, quando potrebbe essere possibile discutere su come ripartire. Sinceramente, la richiesta del mondo del calcio mi sembra una forzatura. Dietro ci sono considerazioni di ordine economico che riguardano gli sponsor e i diritti televisivi, ma anche i contratti dei tesserati. Mi fermo qui, non è il mio campo. Però, da medico, faccio due considerazioni: la prima generale, la seconda specifica. Anche l’Eurolega di basket vuole concludere la stagione. Sabato ho parlato con Daniel Hackett, che è a casa. Mi ha detto che da Mosca l’hanno invitato a tenersi in forma perché non si può sapere cosa succederà. Intanto l’Eurolega ha proposto di ospitare le squadre nello stesso luogo, per evitare viaggi, spostamenti, cambiamenti d’albergo. E giocare tutte le partite nella stessa sede. Se si ricomincerà, sia nel basket d’Eurolega sia nel calcio, lo si farà con soli 15-20 giorni di preparazione, disputando tante partite in pochissimo tempo. Ci si preparerà meno del solito per giocare più del solito. Quando si parla di tutela della salute degli atleti la voce riguarda anche gli infortuni. Se non si è preparati bene il rischio di , farsi male sarà notevole. Moltissime partite in pochissimi giorni rappresentano, oggettivamente, una situazione di rischio. Indipendentemente dal Coronavirus. Al riguardo, mi chiedo: è vero che si applicheranno protocolli ferrei da rispettare e i controlli degli atleti saranno costanti, continui, ma ipotizziamo che, magari dopo due-tre partite, emerga una positività al virus, cosa succederà? Si fermerà tutto e si sarà al punto di partenza? Obiettivamente, il rischio c’è. In questo momento, si sta lavorando nella logica della riduzione, siamo lontani dall’azzeramento del rischio, e non si può ipotizzare quando ci sarà”.
Non leggo i social, ma ho letto articoli e ascoltato servizi televisivi che raccontano una sensazione pericolosa: molti non vogliono capire, o fingono di non capire, che la vita è cambiata, che dal 20 febbraio in poi, giorno del primo italiano positivo al virus, la nostra vita non sarà più la stessa.
“Assolutamente! Niente sarà più come prima, dai rapporti umani a quelli lavorativi. Sarà importante mantenere le nostre personalità, non perdere gli affetti, le amicizie, il confronto con gli altri, ma il presente è cambiato già. È una delle considerazioni che hanno accompagnato il passaggio dalla prima alla seconda fase della malattia, quando ho capito che stavo meglio e avrei ricominciato. Ne ho avuto la conferma proprio quando ho ricominciato. Il pensiero cambia in tutti i campi, in tutte le situazioni, sia lavorative che delle relazioni personali. A me piace stare in compagnia, esprimo un atteggiamento abbastanza fisico, amo il contatto con le persone, a partire dalla stretta di mano, da abbracciare gli amici. Ma in questo periodo dovremo stare attentissimi e in seguito ricordarci di quanto sta accadendo per avere atteggiamenti meno superficiali. I tempi sono cambiati e noi dobbiamo cambiare con loro, a incominciare dalle modalità di lavoro, già diverse. Sono cresciuti in maniera esponenziale i contatti attraverso Skype, Zoom, GoogleMeet, piattaforme che consentono di confrontarsi a distanza. Credo che ci sarà un ulteriore sviluppo della telemedicina, che esiste già, ma avrà un potenziamento”.
Grazie, Piero, bentornato.

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