ROF 2020: “Vinta una grande sfida”. Vero, ma esagerate le cifre finali su presenze e stranieri

di 

20 agosto 2020

Il concerto di Juan Diego Flórez, il 16 agosto: tutto esaurito (Foto Amati Bacciardi)

Il concerto di Juan Diego Flórez, il 16 agosto: tutto esaurito (Foto Amati Bacciardi)

PESARO – La realtà e i sogni, potrebbe essere il titolo della conferenza stampa che si è svolta stamattina nella sala del Consiglio comunale.

Daniele Vimini, presidente del Rossini Opera Festival, ed Ernesto Palacio, sovrintendente, e il sindaco Ricci hanno fatto il bilancio dell’edizione numero 41 che si  è conclusa.
Dopo la presentazione di Giacomo Mariotti, responsabile dell’ufficio stampa del ROF, Daniele Vimini ha anticipato il tema caro al primo cittadino: “Non correremo il rischio di ripetere la conferenza stampa di apertura del Festival, quando il sindaco ci aveva – giustamente – rimproverato per avere messo poca enfasi al lavoro straordinario che stavamo mettendo a punto. Oggi metteremo più enfasi, anche supportati dai numeri. È stato un Festival inedito nella forma, ma straordinario nei risultati. Questi alcuni dei numeri che alla resa dei conti sono l’essenza di ciò a cui puntavamo quando abbiamo scelto di mantenere la tradizione annuale nonostante quanto accaduto: partiamo dal fatto che abbiamo allestito solo un’opera delle tre previste nel programma originale. Il ROF s’attesta abitualmente sulle sedicimila presenze. Quest’anno sono state 5.900. L’altro dato straordinario, in un anno poco propizio, è che le presenze dall’estero, a fronte del 66 per cento del 2019, sono del 33 per cento. Rispetto allo zero paventato è un numero incredibile. È vero che c’è stata una diminuzione, ma è lineare. L’elenco della provenienza è la stessa di sempre. La Francia è stabilmente al primo posto, seguita da Germania, Belgio, Austria, Svizzera, Regno Unito, Spagna, Israele, Stati Uniti, Hong Kong, Grecia, Finlandia, Lussemburgo e Cile. Molto nutrita anche la presenza di stampa straniera, già a partire dalla Petite messe solennelle. L’ultimo numero che voglio mettere in evidenza riguarda i lavoratori coinvolti: ci sono mancati i cori e abbiamo avuto due sole orchestre. La terza doveva essere quella della RAI. Eppure, rispetto ai 600 addetti degli anni scorsi, il Festival ha impiegato circa 300 persone, artisti compresi. Un contributo fondamentale alla ripresa del settore. Sono  numeri che danno grande soddisfazione. Non posso che ringraziare il sovrintendente Palacio, che nelle settimane, anzi nei mesi più difficili, è riuscito a tenere tutto sotto controllo, realizzando un programma credibile. Un altro numero da ricordare è uno zero, sì, zero pioggia! Non ci è dispiaciuto. I meriti di Palacio sono condivisi con la struttura, che giorno dopo giorno ha dovuto affrontare e vincere sfide nuove, a incominciare dall’allestimento della piazza, che ritengo possa essere un modello nazionale. E non trascurerei il rispetto delle misure anti Covid-19, che pure sono cambiate in corsa”.
“Ringrazio il presidente Vimini per le sue belle parole, che voglio estendere a tutto il nostro gruppo di lavoro, che ha dovuto operare in situazioni completamente nuove, addirittura inedite: disinfettare i palchi, i camerini, la stessa Piazza del Popolo. Novità che abbiamo dovuto imparare in fretta”, ha spiega Palacio, il cui intervento dedicato al settore artistico avrà spazio in un altro articolo.
A chiudere la conferenza è stato il sindaco, che notoriamente ha una stella polare: “Conta più apparire che essere”. Almeno parzialmente, Vimini lo ha preso sul serio.
“Provo soddisfazione, orgoglio ed esprimo un grande ringraziamento a tutto il ROF per essere riuscito a organizzare il Festival in un anno difficilissimo. Non era facile ripensare a un modello di Festival che negli ultimi anni aveva avuto un impianto fisso, un’impostazione collaudata, funzionale, vincente, che si è dovuta rivedere, in poco tempo. Riuscire a farlo mantenendo la grande qualità che contraddistingue il Festival è una sfida vinta. Anche per avere organizzato il Festival in grandissima sicurezza. Sapete bene quanto conti in questo momento in cui tanti eventi vengono rinviati e altri sono contestati. Il Festival si è svolto in condizioni di massima sicurezza sia per gli artisti sia per il pubblico. Abbiamo resistito e allo stesso tempo sperimentato. E i numeri sono superiori a quelli che immaginavamo, sia nella presenza straniera, consistente nonostante il periodo, sia in quella italiana, come ha detto il presidente degli albergatori. Ovviamente rimane un’estate negativa, visti i mesi in cui non si è lavorato, ma in agosto si è recuperato tanto. Come si suole dire, abbiamo limitato i danni, grazie anche al ROF. Ed è per questo che pensiamo anche all’autunno e all’inverno, perché vogliamo vivere di musica e di Rossini tutto l’anno. Il Festival rimarrà ad agosto, lo sarà per sempre, nostro biglietto da visita nel mondo, ma se riuscissimo a fare vivere di musica la città anche in altri periodi dell’anno, sarebbe un vantaggio per tutti, dal turismo locale agli artisti. Quindi, arrivederci a novembre: sarà un successo!…”.
Siamo da sempre sostenitori del Rossini Opera Festival. Girando il mondo abbiamo imparato che – l’abbiamo scritto più volte – Pesaro è conosciuta grazie a Rossini e Rossi (Valentino). Siamo fermamente convinti che, senza l’eredità del Cigno, Pesaro sarebbe molto più povera. Però, annunciare che le presenze sono state 5.900 quando il totale – con due rappresentazioni nel Teatro Rossini (180 posti a recita, ci hanno detto. Va bene, facciamo 200) e sei in piazza (680 posti disponibili) – se si fosse registrato sempre il tutto esaurito risulterebbe di 6.440 spettatori (1.000 nel Teatro Rossini, 5.440 in Piazza del Popolo).
Chi, come noi, con l’accredito stampa o acquistando il biglietto, ha seguito nove rappresentazioni (otto in piazza), non può non rimanere perplesso. Sia al primo dei sei Concerti in piazza (Olga Peretyatko, 9 agosto), sia nell’ultimo (Karine Deshayes, 19 agosto) la platea  – l’abbiamo stigmatizzato nella recensione di Peretyatko, lo faremo domani con Deshayes – presentava un quadro frustrante, soprattutto per le due cantanti, peraltro molto brave a “non vedere” i tanti vuoti. Solo per Flórez si è registrato un tutto esaurito, ma anche quella sera abbiamo notato qualche sedia vuota di troppo. Non per Jessica Pratt e neppure per L’ABC del Buffo. Dunque perché annunciare 5.900 presenze? Non dimenticando che la probabilità di una cifra tonda (5.900 e non 5.898) è praticamente impossibile. E non si capisce perché, al tempo del digitale, dove ogni cifra è sotto controllo, siano necessari gli arrotondamenti del botteghino. Se non, appunto, con l’invito di Ricci: “Mettete più enfasi nel raccontare il vostro lavoro”.
Siamo dell’idea che se anche gli spettatori fossero stati trecento per sera, sarebbe stato comunque un successo. Già l’idea di fare il ROF era vincente. Il merito di Vimini, presidente, e di Palacio, sovrintendente, di tutto il Popolo del ROF, dall’ufficio stampa all’ultima delle assistenti di camerino, dal più bravo dei tecnici alle maschere in teatro e in piazza,  è  innegabile, da applausi in piedi. Bravi, bravissimi e grazie di averci negato un “anno di vuoto”. Grazie di avere riempito il possibile vuoto con tanti spettacoli eccellenti. La Cambiale è stata bellissima. Il Viaggio eccellente. I sei concerti uno più affascinante dell’altro. Ecco perché non comprendiamo quel numero, 5.900 presenze.
Sarebbe bastato raccontare, quello che il comunicato stampa ha spiegato alla perfezione:
Si chiude questa sera con la quinta recita della Cambiale di matrimonio la 41esima edizione del Rossini Opera Festival, realizzata con un enorme sforzo organizzativo compiuto in condizioni proibitive e in tempi molto ristretti. La decisione di andare in scena è stata annunciata il 19 maggio e il lavoro di allestimento si è potuto avviare solo il 3 giugno, non appena finita la fase di smartworking, in un’Italia ancora chiusa agli spostamenti interregionali. La prima giornata di prove di regia in palcoscenico si è tenuta il 13 luglio, 40 giorni dopo. In poco più di un mese, quindi, è stato portato a termine un gigantesco volume di attività: la costruzione dell’allestimento dellaCambiale di matrimonio (300 metri cubi), trasportati con l’impiego di 5 bilici da 12 metri; la realizzazione di una pedana di 230 metri quadri che ha ricoperto tutta la platea del Teatro Rossini fino al livello del palcoscenico, così da consentire all’orchestra di suonare con il giusto distanziamento; la creazione di un’arena in piazza del Popolo, con palcoscenico da 330 metri quadri e buca d’orchestra da 140 metri quadri, nonché una platea sotto le stelle da 2.300 metri quadri nella quale svolgere gli altri concerti. Il tutto, rispettando tassativamente le norme di sicurezza poste a tutela della salute di artisti, maestranze e spettatori“.
Sinceramente, nutriamo dubbi anche sul 33 per cento di spettatori arrivati dall’estero. Ma dove erano nascosti? Sotto le sedie, dentro la fontana? Come scritto più volte, abbiamo ascoltato alcuni spettatori  parlare in francese, pochissimi in tedesco, ancor meno in inglese, a parte uno spettatore olandese ormai di casa a Pesaro. Non abbiamo incrociato un solo spagnolo, mentre – lo abbiamo scritto nella recensione del concerto di Antoniozzi, Bordogna e Corbelli – notata la nutrita presenza di melomani italiani, storici loggionisti che conosciamo praticamente da sempre. Ogni sera abbiamo scelto di entrare da una “porta” diversa, proprio per valutare presenze straniere. Erano una rarità. Mah… è evidente, meglio apparire che essere.

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>