Un libro alla settimana: Air, la storia di Michael Jordan narrata da David Halberstam

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13 novembre 2020

AirForse avete visto The Last Dance, il documentario diffuso da ESPN e Netflix. Oppure avete letto già il libro firmato da Roland Lazemby: Michael Jordan, la vita. O sapete tutto di un personaggio sportivo irripetibile, un campione unico. Se leggerete questo libro imparerete tante nuove cose su quello che, secondo molti, è il più grande.
Impossibile fare paragoni. The Goat, la capra, che è anche l’acronimo di The Greatest of All Time, il più grande di sempre, non esiste, non può esistere in uno sport di squadra. Meglio Messi o Maradona o Pelé? Un gioco inutile che piace solo ai giornalisti. Come si possono confrontare campioni di epoche diverse? Impossibile. Non è un caso che negli ultimi giorni sia emersa una risposta che Michael Jordan ha dato, ma non è apparsa nel docufilm che gli è stato dedicato.
Chi sarà il tuo successore? “Non è giusto essere paragonati ad altri, non si possono prendere in giro i tifosi“.
Poi, è vero, lo rivedi sul parquet, come Kobe o LeBron o Bird e ti viene spontaneo fare il paragone,  tutto a suo favore, ma ha ragione His Airness, sua altezza, uno dei tanti soprannomi appiccicati a Michael Jordan. Lui resta un giocatore unico, inimitabile, imparagonabile.
David Halberstam lo ha raccontato in maniera magistrale. Fra grandi ci si intende.
Halberstam è stato scrittore, giornalista, storico, conosciuto e apprezzato per il suo lavoro di corrispondente della guerra del Vietnam, ma anche per l’impegno narrativo a favore dei diritti civili. In seguito si è dedicato allo sport. Ci sarebbe piaciuto leggere un suo racconto sulla vita di Jackie Robinson, il primo nero a giocare nella Major League Baseball, la lega professionistica americana.
David Halberstam ha scritto di baseball, raccontando le grandi sfide tra i New York Yankees e Boston Red Sox. Curioso, lo scrittore era nato a New York City, ma si era laureato ad Harvard, a pochi passi da Boston.
Un giornalista vero, un uomo di grandi valori che non ebbe alcuna difficoltà a entrare in collisione con gli ufficiali americani che raccontavano bugie sulla guerra in Vietnam, che seguiva dal fronte, non da una scrivania sulla 43esima strada, allora sede del New York Times, di cui David, allora ventottenne, era corrispondente di guerra. John Kennedy chiese ai NY Times di sostituirlo, la direzione della Signora in Grigio (The Gray Lady), come è conosciuto il giornale, rifiutò. Un anno prima, nel 1961, era inviato in Congo per seguire la crisi di quel paese. Da lì andò direttamente a Saigon.
David Halberstam ha raccontato, sempre, con straordinaria chiarezza i fatti e le persone, gli eventi bellici e quelli sportivi, meritando il  Premio Pulitzer 1964.
Con la stessa passione e accuratezza con cui ha seguito i fatti e i misfatti del Vietnam, si è occupato  delle vicende sportive e degli idoli delle masse.
Il suo primo impegno fu The Breaks of the Game, la storia dei Portland Trail Blazers nella stagione 1979/80. Scritto nel 1981, il libro dedicò particolare attenzione a Bill Walton, il “rosso” che sostituì Jabbar a UCLA e in seguito giocò nei San Diego Clippers e  poi fu uno dei grandi protagonisti con i Boston Celtics.
In occasione delle Final Four 1991 a Parigi Bercy, cui prese parte la Scavolini, incrociai Walton nella sala partenze dell’aeroporto di Orly e riuscii a intervistarlo grazie alla comune amicizia con Don Casey, per qualche mese allenatore della Vuelle. Casey e Walton sono vicini di casa, a San Diego. Non più tardi di martedì ho ricevuto l’ennesima email dal coach con il quale intrattengo una fitta corrispondenza, aumentata prima, durante e dopo le elezioni presidenziali americane. Nell’ultimo messaggio, però, non esprimeva gioia per la vittoria di Biden, ma grande tristezza per la morte di Tom Heinsohn, per tante stagioni giocatore, poi allenatore, quindi telecronista dei Boston Celtics.
David Halberstam ha raccontato con The Education of a Coach anche uno dei miti dello sport statunitense: Bill Belichick, allenatore dei New England Patriots.
Nessun dubbio, però, che una delle sue opere più famose sia Playing for Keeps, giocando sul serio, che in Italia ha avuto come titolo Air, la storia di Michael Jordan, il libro che vi propongo questa settimana.
Air perché in Italia e nel mondo è il soprannome più  conosciuto di Michael Jordan, che ha dato questo nome a una linea della Nike, comprese le scarpe più  care e più vendute.
La traduzione di Alessandro Boggiani e Isabella Polli ci accompagna nel “mondo del numero 23″ osservato e raccontato da un grandissimo scrittore.
Il libro sembrava dimenticato, ma la serie su Netflix ha riportato Jordan dove merita di essere: al centro dell’attenzione.
Il miglior libro su Michael Jordan” ha scritto The Washington Post.
Questo è il mondo che Michael Jordan ha costruito e ci ha lasciato in eredità“, ha ribadito The New York Times.
Dopo avere finito di vedere The Last Dance, leggete questo libro” ha sostenuto la CBS.
Già, Michael Jordan, colui che – parole di Larry Bird – “non era un giocatore, ma Dio che aveva deciso di giocare a basket“.
Immenso. Come lo era David Halberstam, morto a 73 anni, in un incidente stradale a Menlo Park, in California, mentre andava a intervistare Yelberton Abraham Tittle Jr, ex quarterback dei Baltimore Colts, dei San Francisco 49ers e dei New York Giants, per un libro che avrebbe raccontato la finale del campionato 1958 tra i Colts e i Giants.
David era scampato alla guerra in Vietnam, ma ha perso la vita recandosi a raccogliere parole per l’ennesima straordinaria storia sportiva.
Grazie Michael Jordan, grazie David Halberstam.
Air, la storia di Michael Jordan (Adriano Salani Editore), 520 pagine, euro 16,80

 

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