Rossini, Pesaro e il ROF protagonisti alla straordinaria serata nel Teatro alla Scala

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10 dicembre 2020

MILANO – La bella Italia, quella dell’arte, della musica che ha fatto del nostro Paese il numero 1 al mondo, ma anche l’Italia della Storia, sì, con la maiuscola, che dovrebbe essere maestra di vita, ma talvolta ha allievi smemorati.
A ricordarcelo, le parole di Davide Livermore, che ha  curato la regia dell’evento che ha riproposto Milano al centro del mondo. Non la Milano da bere, quella ingorda, quella che pensa solo a fare i danee. Una Milano che, ancora una volta, ha dovuto fare i conti con il dolore. Dalla stagione del terrorismo a quella di tangentopoli, per fortuna contrastata dal pool di Mani pulite, a quella del Coronavirus che sta “uccidendo” non solo la gente. Anche la Cultura, l’arte, il cinema, il teatro e la musica sono vittime del Covid-19 e, ahimè, di scelte non sempre comprensibili del Governo.
Eppure la Cultura reagisce, cantando, suonando, regalando all’Italia e al mondo la gioia di “riveder le stelle“.
Una serata del 7 dicembre diversa, eppure con il classico appuntamento al Teatro alla Scala. Non più l’opera prima che inaugura la stagione del teatro progettato da Giuseppe Piermarini. Non i gala del dopo opera, con la sciura meneghina addobbata come l’albero di Natale. Sobrietà sembra la parole d’ordine, oggi per niente fuori moda anche nella capitale della moda.
Pure con qualche “fuori gioco”, a partire da Milly Carlucci che augura “in bocca al lupo” al direttore Riccardo Chailly, che fa pure peggio, rispondendo, con l’ignobile “crepi“.
Fa ancora peggio Bruno Vespa, che in un sorta di porta a porta del venditore che vuole conquistare i potenziali acquirenti, esclama: “Il Covid viene sconfitto, oggi“.
Carlucci ha un sussulto: “Verrà sconfitto!“. Alla coppia cha ha condotto la serata su Rai Uno, in una differita obbligata, ci sentiamo di ricordare che il Covid verrà sconfitto quando non farà più vittime tra i pazienti e il personale sanitario, e non ci sarà chi perde il lavoro, che si tratti di un barista o di un ristoratore, dell’istruttore di una palestra o di una piscina, di un cantante o di un musicista, di un attore o di una comparsa, di un tecnico delle luci o di un attrezzista.
L’Orchestra – 91 musicisti raccontano le cronache – in platea, con Chailly che dà le spalle ai cantanti ed incomincia il lungo, emozionante film che Davide Livermore, con il sostegno di Giò Forma per le scene e di Gianluca Falaschi per  i costumi, ha ideato per l’attesa serata. Scenografie digitali D-Wok. Luci di Marco Filibeck. Tutti da applausi.
In questo contesto, una parte importante l’hanno vissuta anche Pesaro e il ROF, soprattutto la musica, celestiale, di Gioachino Rossini, che ha chiuso l’evento.
Da Livermore, che al ROF ha riscosso i primi applausi nel 2010, curando la regia di Demetrio e Polibio, proseguendo nel 2012 Ciro in Babilonia, 2013 L’Italiana in Algeri. Ultima presenza, nel 2019, ancora Demetrio e Polibio. Già nel 2019, a collaborare con Livermore, D-Wok (Videodesign) e Gianluca Falaschi per i costumi.
Prima che le immagini, i suoni e le voci che partono dal cuore di Milano  raggiungano il resto d’Italia e del mondo, la Scala rende omaggio a  una delle sue più straordinarie interpreti, Mirella Freni, morta il 9 febbraio. La sua esecuzione, dolce, ma allo stesso tempo struggente di “Io son l’umile ancella” da Adriana Lecouvreur di Francesco Cilea, introduce una serata che sarà ricca di momenti appassionanti.
Fin dal primo, quando Maria Grazia Solano, attrice e cantante, che spazza il palcoscenico, esegue, a cappella, la prima strofa dell’Inno di Mameli. La seguono, accompagnati dall’orchestra, i lavoratori del Teatro. Hanno la mascherina, come il maestro Chailly e gli orchestrali. Decisamente toccante.
Massimo Popolizio accompagna alla scoperta del mondo dietro le scene, recitando Dopo la prova di Ingmar Bergman (1984).

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Luca Salsi, allievo dell’Accademia Rossiniana 2000
Una bella citazione di Ezio Bosso, musicista scomparso il 15 maggio, dà il la al concerto, che s’apre con il Preludio daRigoletto, di Giuseppe Verdi. Quindi entra in scena Caterina Murino che recita Le Roi s’amuse di Victor Hugo (1832). Parole che riecheggiano in “Cortigiani, vil razza dannata”, da Rigoletto, che Luca Salsi esegue in maniera superba. Il baritono di San Secondo Parmense, a poco più di 17 chilometri da Busseto, gioca in casa. Ma lui è bravissimo sia in casa sia in trasferta. Non è un  caso che nella stagione 2000, quando aveva 25 anni, partecipò all’Accademia Rossiniana, avendo, fra gli altri, come compagni di corso Mariola Cantarero e Nicola Alaimo.
Vittorio Grigolo, tenore, soffia e va volare una piuma prima di cantare “La donna è mobile”, da Rigoletto.
Entra in scena, e che scena!, Ildar Abdrazakov, il basso russo che il pubblico del Rossini Opera Festival conosce fin dalloStabat Mater del 2001 (con Ermonela Jaho, Daniela Barcellona e Juan Diego Flórez). Nel 2017 in suo concerto fu un delirio. Alla Scala, canta, con la sua stupenda voce, “Ella giammai m’amò” da Don Carlo di Verdi. Un treno coperto di neve, gli alberi innevati, soldati armati, il fumo bianco-grigio che sale al cielo. Abdrazakov entra nel vagone, che ospita un salotto, ma forse è una prigione. Lui beve e medita e si dispera per amore. Il treno sembra muoversi.
Lo stesso scenario è riservato a Ludovic Tézier, baritono marsigliese, che canta ancora Verdi: da Don Carlo, “Per me giunto è il dì supremo”.
Elīna Garanča canta “O don fatale”, ancora da Don Carlo. La scena è ancora il treno nella neve, la nevicata che imbianca il bosco, ma il mezzosoprano lettone canta dentro il salotto, nel vagone.
Michela Murgia racconta che l’opera non è riservata ai ricchi. Nei secoli, anche le classi meno abbienti erano innamorate della musica e del canto. Posso testimoniarlo. Un collega di mio padre, minatore come il mio genitore, conosceva tutte le opere a memoria e le cantava con voce bellissima. La polvere di carbone non aveva vinto la resistenza dei suoi polmoni, il piacere di cantare Verdi e Puccini, che allora erano i compositori preferiti. Ed è vero – come racconta Michela – che le trame delle opere hanno raccontato molto di più le vite degli emarginati che dei potenti. E gli autori hanno preso spesso le parti dei deboli, esponendo la prepotenza dei forti al giudizio sociale.  Basta pensare ai finali di molte delle opere buffe (solo buffe?) di Rossini. Ascoltando queste parole, ci è venuto subito in mente l’aria di sorbetto di Berta, “Il vecchiotto cerca moglie”, da Il barbiere di Siviglia, interpretata alla perfezione da Elena Zilio nel ROF di dieci giorni fa.
Da Pesaro a Milano, dal Teatro Rossini al Teatro alla Scala, perché ora è protagonista una voce meravigliosa, quella diLisette Oropesa: canta “Regnava nel silenzio”, da Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti. L’abbiamo ascoltata, applaudita, due anni fa, prima nel ruolo di Adina, poi in un concerto indimenticabile. Allora, il soprano di New Orleans, fu – scrivemmo – frizzante, esuberante, scatenata, travolgente, incontenibile. Il pubblico rimase senza fiato. Nella nostra memoria uno dei più grandi concerti della storia del ROF. Come la sua esibizione alla Scala, dove era all’attesissima protagonista diLucia di Lammermoor, saltata causa Coronavirus. La scena è bellissima. Non per caso il Corriere della Sera le ha dedicato la foto in prima pagina. Le proiezioni trasportano fino al palcoscenico la spiaggia, le onde del mare. Lisette Oropesa canta assecondata da figuranti con ombrello. Sembra un quadro di Magritte. Ovazione in piedi! Eppure lei canta anche seduta. E dire che è abituata a correre, che avere cambiato stile di vita – tanto sport e cucina vegana – le hanno propiziato uno straordinario salto di qualità. Che evidenzia quando balla prima di terminare il canto, con il fisico da modella, lei che  a 18 anni pesava 95 chilogrammi ed è stata capace di perderne 40.
Un’altra bella voce è quella di Kristine Opolais, altra cantante lettone, mezzosoprano, che interpreta “Tu? Tu? Piccolo Iddio” da Madama Butterfly di Giacomo Puccini. Le videoproiezioni propongono un gioco d’ombre, mai così azzeccato. Ancor più la scena del suicidio.
Dall’estremo oriente a Cinecittà. Rosa Feola, soprano, canta “Quel guardo il cavaliere… So anch’io la virtù magica” da Don Pasquale di Donizetti, circondata da comparse vestite da antichi romani, ma anche dalla fuoriserie cara a Dino Risi e al suo film Il sorpasso. Sullo sfondo, ora, non più gli studi di Cinecittà, ma la “città eterna”, dall’Altare della Patria e Castel Sant’Angelo, da San Pietro al Colosseo.
Dall’automobile alla stazione ferroviaria. In attesa del treno,  Juan Diego Flórez canta la bellissima “Una furtiva lagrima” daL’elisir d’amore di Donizetti. Doveva cantare, con Lisette Oropesa, nell’inaugurazione della stagione del Teatro alla Scala. Comunque interpreta un brano, assai famoso, del compositore bergamasco. Lo fa alla maniera che il pubblico del ROF e quelli di tutti i teatri del mondo conoscono. Da numero 1 dei tenori di belcanto. La scena è speciale. L’arrivo con un vecchio camioncino che porta la sua valigia, l’hanno allontanato. Attende il treno, come altre persone eleganti, lo avvicina una donna di strada che prova a circuirlo. Lui la respinge, lei lo saluta con un deciso Vaff…
Dai brani d’opera al balletto, da sempre una delle grandi prerogative del teatro milanese. È delizioso l’Adagio dal “Grand Pas de Deux” da Lo schiaccianoci di Pëtr Il’ič Čajkovskij.
Aleksandra Kurzak, soprano polacco, esegue “Signore, ascolta” da Turandot di Puccini.
Marianne Crebassa, mezzosoprano francese, canta, immersa tra acqua e fiori,”L’amour est un oiseau rebelle” (Habanera) da Carmen di Georges Bizet.
Ancora la musica di Carmen, ma con la voce di Piotr Beczala, tenore polacco, che interpreta “Le fleur tu m’avais jetée”, in un trionfo di colori rossi.
A seguire è la voce, che il Rossini Opera Festival attende d’applaudire, di Eleonora Buratto. Doveva essere protagonista di un concerto nel ROF 2018, ma fu obbligata a rinunciare, sostituita da Yolanda Auyanet. L’abbiamo ascoltata in uno dei tre concerti di Perpetual Rolex, che Juan Diego Flórez ha voluto si tenesse nel Teatro Rossini. La scena in cui canta Eleonora Buratto è suggestiva: sullo sfondo un quadro alla Hitchcock: tanti corvi sui fili elettrici. Lei esegue “Morrò, ma prima in grazia” da Un ballo in maschera di Verdi.
Ancora da Un ballo in maschera è George Petean, baritono romeno, che canta “Eri tu che macchiavi quell’anima”, dopo avere assecondato Eleonora Buratto.
Arriva il momento di un altro storico interprete del ROF, il tenore Francesco Meli, che manca da dieci anni, ma fu Contareno in Bianca e Falliero del 2005, anno in cui cantò anche nello Stabat Mater, ripetendosi nel 2006 (Torvaldo in  Torvaldo e Dorliska) e nel 2008 (Erisso in Maometto II). Nel 2009 partecipò alla Petite Messe Solennelle e nel 2010 fu protagonista di un  Concerto di Belcanto. Alla Scala ha cantato “Ma se m’è forza perderti” da Il ballo in maschera di Verdi, ambientato alla scrivania del presidente degli Stati Uniti d’America.
Arriva il momento di Benjamin Bernheim, tenore francese che da voce al Werther di Jules Massenet, “Pourquoi me reveiller?”. La sua interpretazione ci è sembrata magica.
Ritorna il balletto e a fare la parte più importante – come  potrebbe essere altrimenti? – Roberto Bolle, che danza in una piramide creata dal laser. Effetti attraenti.
A Carlos Álvarez, baritono spagnolo, è affidato “Credo in un Dio crudel”, da Otello di Verdi, interpretato davanti a un palazzo in fiamme.
“Gigante mi credea”: Domingo racconta il Covid-19
Si resta in Spagna, perché è il turno di Placido Domingo,  che canta il suggestivo “Nemico della patria”, da Andrea Chenierdi Umberto Giordano, che abbiamo molto apprezzato la scorsa estate eseguito da Nicola Alaimo in uno dei Concerti in piazza del Popolo organizzati dal ROF. “Gigante mi credea”, canta Domingo. Parole che inducono a riflettere, dopo avere letto che il tenore spagnolo ha avuto il Covid-19. “Un’esperienza terribile“, ha raccontato. Nel cielo grigio carico di nuvole scorrono le immagini di personaggi che hanno partecipato alla Storia, da Aldo Moro ucciso dai brigatisti rossi ai magistrati Falcone e Borsellino, fatti saltare in aria dalla criminalità organizzata, probabilmente con la collaborazione della “politica” asservita alla mafia. E ancora Gandhi, Giovanni XXIII, Greta, Mandela, Pertini…
Sonya Yoncheva, soprano bulgaro, un’altra protagonista dei concerti Rolex, che abbiamo ammirato dalla Staatsoper di Berlino, canta un brano di rara intensità, ambientato in  clima rivoluzione francese: “La mamma morta” da Andrea Chenier di Giordano.
Non potrebbe esserci altra immagine, se non quella di Castel Sant’Angelo, ad accompagnare la voce del tenore Roberto Alagna in “E lucevan le stelle” da Tosca di Giacomo Puccini. Stelle poco sfavillanti.
Marina Rebeka, soprano lettone, è stata lanciata dall’Accademia Rossiniana del 2007, quando fu anche Contessa di Folleville e Madama Cortese ne Il viaggio a Reims. Già da allora capimmo che stava nascendo una grande voce. Non è un caso che il ROF l’abbia voluta ancora nel 2008 (Anna in Maometto II), nel 2010 (Stabat Mater), nel 2011 (Concerto di Belcanto), nel 2013 (Guillaume Tell, Mathilde e in “D’amor sull’ali rosee. Omaggio a Verdi”. Alla Scala ha cantato “Un bel dì vedremo” da Madama Butterfly di Puccini, in un trionfo di sakura, la fioritura dei ciliegi, uno dei momenti più attesi ogni anno in Giappone, e nella delicatezza dei disegni con le ciminiere del piroscafo che lasciano la lunga scia di fumo.
Ancora a Piotr Beczala è assegnato un compito piacevole: “Nessun dorma” da Turandot di Puccini, che il tenore polacco esegue in un caleidoscopio di astri e colori.
E chi mai dormirebbe, sapendo che la chiusura del grande evento meneghino è con con la musica di Rossini, con una delle più straordinarie composizioni del Cigno: il Guglielmo Tell.
Come l’11 maggio 1946, dopo la caduta del fascismo
Prima, però, sono toccanti le parole, pure semplici, di Davide Livermore. Nel 1946 dopo la sconfitta del fascismo. Oggi per provare “…a riveder le stelle“.
Sullo sfondo un’immagine del 1946, del concerto diretto da Arturo Toscanini.
Arturo Toscanini – racconta il regista torinese, che esibisce una sciarpa granata, il colore del suo amato Toro – riapre il Teatro alla Scala, ricostruito a tempo di record per il concerto della Liberazione dell’Italia. È l’11 di maggio. I milanesi fanno la fila sin dal mattino per conquistare un posto. L’ovazione esplode all’apparire del Maestro. Molti sono commossi, piangono. Dopo quindici anni d’esilio per le sue idee contro il regime fascista, finalmente dirige Rossini, Verdi, Puccini, Boito, ridà voce all’Italia. La gente si ritrova insieme a teatro, e quella che non può entrare resta fuori ad ascoltare, commossa, la musica amplificata per le strade. È una festa di popolo, che va oltre gli anni della dittatura, delle leggi razziali, delle deportazioni, delle stragi di civili; oltre i dolore di un’intera generazione di giovani italiani massacrati in Russia, mandati là con le scarpe di cartone; oltre il sangue della guerra civile dopo l’8 settembre. Perché la musica va oltre le divisioni politiche. Unisce. Va oltre il dolore. Quel concerto era il concerto di tutti gli italiani. Quell’11 maggio 1946 Arturo Toscanini ha diretto per tutti gli italiani, anche per quei fascisti che quindici anni prima l’avevano picchiato, costringendolo all’esilio. Sotto il muro di Berlino distrutto, la gente dell’est e dell’ovest ascolta le note del violoncello di Rostropovich. Finalmente insieme. Questo fa l’arte: ci rende migliori, dà il senso alla nostra umanità. Tanto tempo è passato, ma, ieri come oggi, ancora una volta ripartiamo da  qui, dalla cultura, e dal Teatro alla Scala, perché in questo tempo così doloroso, per quanto diverso dal passato, sol con l’arte si può pensare, tutti insieme, di ritornare “a riveder le stelle“.
Le abbiamo riviste lunedì sera, e in agosto, ma anche a novembre, a Pesaro, grazie al ROF. E le abbiamo riviste grazie alle parole di Davide Livermore, al suo ricordo di Arturo Toscanini, che seppe dimenticare di essere stato picchiato dai fascisti e costretto all’esilio. Oggi, invece, troppe voci negano quel passato, festeggiano gli errori e gli orrori di quel regime. Insultano i diversi, talvolta li aggrediscono, protestano per la libertà che oggi mancherebbe, ma sono alleati, in Europa, dei regimi liberticidi. Chissà che le belle parole di Davide Livermore non li aiutino a riflettere, a ripensare a cosa accadde nel ventennio fascista, che qualcuno sogna di riproporre.
Tutto cangia, il ciel s’abbella,
L’aria è pura, il dì raggiante
L’arte, la musica, possono aiutare a essere migliori. A maggiore ragione ascoltando il brano che ha concluso il grande appuntamento scaligero.
“Tutto cangia, il ciel s’abbella”, dal Guglielmo Tell di Gioachino Rossini, con le voci di Eleonora Buratto, Rosa Feola, Marianne Crebassa, Carlos Álvarez, Juan Diego Flórez, Luca Salsi, Mirco Palazzi (un altro dei protagonisti del ROF, che quest’anno ha cantato nella Petite messe solennelle, omaggio di Pesaro alle vittime della pandemia.
Tutto cangia, il ciel s’abbella,
L’aria è pura, il dì raggiante,
La natura è lieta anch’ella.
E allo sguardo incerto errante
Tutto dolce e nuovo appar
Che il brano di Rossini ci sia propizio, è il nostro augurio all’Italia e al mondo.

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