Un libro alla settimana: Se niente importa (Perché mangiamo gli animali?)

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12 marzo 2021

9788860881328_0_0_626_75PESARO – Prima da bambino, poi da ragazzo, infine anche da adulto, mia mamma mi chiedeva sempre, se ero dai nonni o al campo degli scout o impegnato nel servizio militare o sposato, se avessi mangiato, quanto avessi mangiato, soprattutto che carne avessi mangiato.
Per lei, mangiare era doverosamente un primo, un secondo di carne (il venerdì pesce, visto che era molto religiosa) con contorno, frutta e, nei giorni festivi, dolce. In verità, da mio nonno il dolce era un piacere quotidiano, a patto di mangiare prima tanta carne.
Luciano, mangia la bistecca, fa bene!”. “Luciano, mangia il fegato, ti fa crescere”, “Luciano, senti che buono questo agnello”. E io che avevo mangiato la bistecca o la braciola di maiale o, con fastidio, il fegato, provavo disgusto di me stesso a mettere in bocca pezzetti di agnello, di quell’agnellino che magari avevo visto cibarsi d’erba del prato. Fingevo di mangiare, o inventavo una scusa per andare in bagno, oppure un improvviso mal di denti. Detestavo mangiare carne d’agnello e cacciagione. Fin da bambino ero contro la caccia, e se sei contro la caccia non puoi mangiare cacciagione. Non l’ho mangiata una sola volta in vita mia. Ma la carne cucinata da mia madre era obbligatoria.
Lei domandava quanto e cosa avessi mangiato, io rispondevo – sempre – pasta, carne, contorno e frutta. Soddisfatta, mamma augurava la buona notte. Le avevo detto una bugia, a fin di bene. Non volevo si preoccupasse. Ma avevo mangiato al massimo un secondo con contorno, spesso senza carne.
Martedì, davanti al computer, leggendo le notizie del giorno, mi sono imbattuto nella ricerca voluta da Lav (Lega Anti Vivisezione): L’insostenibile impatto della carne in Italia. Un documento che è la sintesi redatta da LAV della ricerca “Il costo nascosto del consumo di carne in Italia: impatti ambientali e sanitari”. La ricerca è stata realizzata da Demetra, Società di consulenza in ambito di ricerca scientifica sulla sostenibilità: è stato approntato un gruppo di ricerca formato da studiosi, ricercatori e accademici.
È ormai chiaro, e confermato da numerosi organismi internazionali, come il consumo di carne impatti molto sensibilmente sull’ambiente e sulla salute umana, oltre che sugli animali allevati per la tavola. Negli ultimi anni organismi scientifici ed economici hanno avviato importanti studi per rilevare come gli impatti ambientali e sanitari generino costi per la società in termini di perdita di benessere, mancata produttività e danni ambientali. Nello stesso tempo, il settore zootecnico si regge grazie a flussi continui di sussidi provenienti sia dall’Unione Europea che dai rubinetti dei sussidi nazionali.
Mi sono permesso di mandare la ricerca a parenti e amici. Poco dopo, mia figlia Alessia ha risposto consigliando di leggere un libro.
È il libro di questa settimana, che ho acquistato subito. Lo ha scritto Jonathan Safran Foer, saggista statunitense. Leggendo le prime righe ho ripensato alla mia infanzia dai nonni, alle domande di mia mamma.
Da piccolo passavo spesso il fine settimana a casa di mia nonna. Quando arrivavo, il venerdì sera, lei mi sollevava stringendomi in uno dei suoi abbracci soffocanti. E quando me ne andavo, la domenica pomeriggio, mi alzava di nuovo per aria. Solo molti anni dopo ho capito che mi stava pesando.
Mia nonna è sopravvissuta alla guerra a piedi nudi, frugando fra ciò che per altri era immangiabile: patate guaste, pezzetti di carne scartati e quel che restava attaccato agli ossi e ai noccioli della frutta. Quindi non le importava se coloravo fuori dai margini, purché tagliassi i buoni sconto lungo la linea tratteggiata. E ai buffet degli alberghi a colazione, mentre noi impilavamo cose su cose come erigessimo vitelli d’oro, lei preparava panini su panini e li avvolgeva nei tovaglioli, nascondendoseli nella borsetta per il pranzo. È stata mia nonna a insegnarmi che è sufficiente una bustina di tè qualunque sia il numero delle tazze che devi servire e che della mela si mangia tutto…
Nelle foreste europee mia nonna aveva mangiato per sopravvivere fino alla successiva opportunità di mangiare per sopravvivere.
In America, cinquant’anni dopo, noi mangiavamo ciò che volevamo. Le nostre dispense erano piene di cibo comprato d’impulso, di leccornie costose, di roba che non ci serviva. E passata la scadenza, buttavamo via le cose senza annusarle. Mangiare era un atto spensierato. Mia nonna aveva reso possibile quella vita per noi. Ma lei, di suo, non riusciva a scuotersi di dosso la disperazione…
Quando avevo nove anni, ci capitò una baby-sitter che non voleva fare male a niente. Fu così che mi rispose quando le chiesi perché non mangiava il pollo insieme a me e a mio fratello maggiore: “Io non voglio fare male a niente”.
“Fare male a che?” ripetei.
“Tu sai che il pollo è pollo, giusto?
Frank mi lanciò un’occhiata: Mamma e papà hanno affidato a questa scema i loro preziosi bambini?
Forse, o forse no, la sua intenzione era di convertirci al vegetarianismo – il fatto che le discussioni sulla carne tendano a farci sentire con le spalle al muro non significa che tutti i vegetariani facciano proselitismo -, ma essendo lei una ragazzina non aveva le inibizioni che molto spesso impediscono di raccontare con tutti i crismi questa storia. Senza drammi o retorica, condivise quello che sapeva.
Io e mio fratello ci guardammo con la bocca piena del pollo che aveva subito male, e pensammo contemporaneamente: “Com’è possibile che non ci abbia pensato prima e perché diavolo nessuno me l’ha detto?”Io posai la forchetta. Frank finì quello che aveva nel piatto e probabilmente, mentre sto scrivendo queste parole, si sta mangiando un pollo.
Mark Twain diceva che smettere di fumare è tra le cose più facili da fare. Io aggiungerei il vegetarianismo alla lista delle cose facili da fare. Non ricordo nemmeno quante volte diventai vegetariano negli anni delle superiori, perlopiù nel tentativo di rivendicare un’identità in un mondo di persone le cui identità  sembravano formarsi senza sforzo… E continuavo a pensare che fosse sbagliato fare del male agli animali. Il che non vuol dire che mi astenessi dal mangiare carne, solo che me ne astenevo in pubblico. In privato, il pendolo oscillava…
Poi Jonathan Safran Foer è diventato un paladino della difesa dei diritti degli animali. Il libro è un’accusa spietata. A molti non piacerà leggerlo. Ha commentato Moni Ovadia, attore, musicista, scrittore: “Se niente importa è un libro necessario”. Ha aggiunto John Maxwell Coetzee, scrittore sudafricano trapiantato in Australia: “Gli orrori quotidiani dell’allevamento intensivo sono raccontati in modo così vivido… che chiunque, dopo aver letto il libro di Foer, continuasse a consumare i prodotti industriali, dovrebbe essere senza cuore o senza raziocinio”.
Decidete voi se vale la pena di leggere questo libro. Io dico di sì.
Se niente importa (Perché mangiamo gli animali?), di Jonathan Safran Foer (Guanda)

 

Un commento to “Un libro alla settimana: Se niente importa (Perché mangiamo gli animali?)”

  1. EsseGi scrive:

    Io, seppur in quantità limitata, mangio carne e talvolta pesce… Ma ho una certa repulsione per coloro che affermano che non mangiano carne per una loro illuminata scelta ma poi si nutrono di pesce… Strana concezione il bovino o ovino o pollame soffre ma il pesce no… Oppure guai a parlar di carne animale ma poi hanno scarpe borse vestiti di pelle o poggiano le natiche su poltrone o divani di pelle…
    E così non amo questo loro senso di superiorità morale e intellettuale nel ritenersi dalla parte della ragione…
    Ma è un lungo dibattito che contrappone le due fazioni in una Italia divisa su tutto…
    Poi una volta divenuti vegetariani hanno il problema della frutta e verdura che sia biologica, a km zero, ecc ecc ecc dove tutto costa minimo 3volte tanto…
    La carne e pesce alla fin fine è pure una scelta economica… Lungo dibattito…
    Magari rifletterei prima di scrivere di guardar le scarpe o la cinta o i guanti o le stanze in cui vivono coloro che son anti-animalisti o vegetariani ecc ecc ecc…

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