Il sogno di Nicolas, giovane brasiliano, e di tanti ragazzi italiani: il calcio. Ma si è bravi anche a scegliere di studiare e aiutare la famiglia

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3 maggio 2021

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Nicolas con la maglia del Corinthians

PESARO – La zia Ana racconta la storia del nipote Nicolas, diciannovenne, cresciuto con un sogno nel cuore: giocare a calcio. Dove farlo se non nel Paese che vive di calcio, di futebol?

Le parole di Ana raccontano la bellezza di un rapporto – quello tra zia e nipote – molto forte anche se tra Pesaro e São Paulo, San Paolo, la metropoli di 12 milioni di abitanti capitale dell’omonimo Stato, la distanza è di 9.600 chilometri.
Ana vive a Pesaro, dove ha sposato Roberto, appassionato di basket. La coppia ha due splendidi bambini: Aurora e Andrea, gemelli.
La bella famiglia è il migliore antidoto alla saudade, la proverbiale nostalgia che accompagna i brasiliani, che siano cariocas, nati a Rio de Janeiro, o paulistas, come Ana e suo nipote Nicolas, mineiros, chi è di Mina Gerais (capitale Belo Horizonte), o candangos, la gente di Brasilia, la capitale dello Stato federale, o baianos, originari di Salvador, capitale dello Stato di Bahia.
Il legame tra Ana e la sua famiglia, tra la zia e il nipote è fortissimo.
Nicolas de Luca Domingos Perez, che ha appunto 19 anni, è iscritto al secondo anno della facoltà di Giurisprudenza, continua ad amare il futebol, ma la pandemia di Covid-19 gli ha indicato un’altra strada. Come è accaduto a tanti suoi coetanei di tutto il mondo. Anche il Brasile à stato colpito duramente dalla pandemia. Così Nicolas ha scelto di studiare e allo stesso tempo lavorare per dare una mano alla famiglia che ha fatto tanto per aiutarlo a vivere il sogno, la passione che accomuna tutti i giovani brasiliani.
“Quando Nicolas ha compiuto 12 anni, mia sorella ha fatto tanti sacrifici per portarlo a frequentare una Scuola Calcio, prima nel C.F.A (Centro di formazione di atleti) dell’Associação Portuguesa de Desportos, conosciuta da tutto il mondo del calcio come Portuguesa”.
È la squadra fondata dagli emigranti portoghesi. Per la storia, uno dei più grandi campioni cresciuti nella Portuguesa è Jair da Costa, semplicemente Jair, il calciatore paulista che ha fatto grande l’Inter di Helenio Herrera, conquistando tre scudetti e due Coppe dei Campioni. Jair era nel Brasile Campione del Mondo 1962, in Cile. Come lui, sono figli della Portuguesa altri due campioni del mondo: Djalma Santos nel 1958 in Svezia e Zé Maria in Messico 1970.
Una grande scuola, quella fondata dagli immigrati portoghesi, nessun dubbio. Ma la famiglia di Nicolas ha il cuore che batte forte per un’altra grandissima squadra di São Paulo.
“In seguito – aggiunge zia Ana – Nicolas è riuscito ad entrare nella scuola del Corinthians. Tutta la nostra famiglia è composta da grandi appassionati dello Sport Club Corinthians Paulista. Nicolas ha coronato il sogno di tutti noi”.
Pensate che il Corinthians è stato fondato nel 1910 dagli operai del quartiere San Francisco. In quel periodo, lo sport era molto elitario e a calcio giocavano soprattutto i figli degli immigrati inglesi e chi lavorava per le compagnie britanniche.
La scelta degli operai era anche una risposta di classe. Non è un caso che il Corinthians sia particolarmente amato dalla gente comune, anche grazie a un campione di cui parleremo fra poco.
Racconta la storia che in una sera buia illuminata solo dalle lampade a olio, in una stanza inRua dos Imigrantes, la strada degli immigrati, Joaquim Ambrósio, Carlos da Silva, Rafael Perrone, Antônio Pereira e Anselmo Correia fondarono il primo club  “popolare” della grande città.
Una scelta vincente. È lungo l’elenco di campioni che hanno indossato la maglia solo per caso bianconera. Inizialmente i soldi erano pochi, le maglie si usavano e si lavavano. Lava oggi e lava domani, il colore crema della maglia scolorì e diventò bianco. I pantaloncini erano neri. Fra i giocatori più celebri, Gilmar, il mitico portiere campione del mondo in Svezia 1958. E che dire di Roberto Rivellino, origini italiane, trasformato in Rivelino, che fece impazzire gli azzurri nel Mundial messicano (1970). In Italia, ha fatto una grande carriera Nelson de Jesus Silva, detto Dida. Il portiere campione del Mondo nel 2002 (Corea e Giappone) ha regalato una gioia immensa ai tifosi del Milan, parando il rigore di Trezeguet che ha garantito ai rossoneri la Coppa dei Campioni nella finale di Manchester (2003), contro la Juventus.
Non ha vinto il titolo iridato, ma a nostro modesto parere è uno dei più grandi nella storia delfutebol brasiliano: Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira, per tutti solo Sócrates. Laureato in Medicina, a confermare che cosa era il Corinthians per la gente che lavora e fatica, giunto in Italia, alla Fiorentina, il “Doutor” disse di non conoscere Rivera, ma di volere studiare Gramsci nella lingua italiana.  Purtroppo è morto giovane, a soli 57 anni. Sócrates fu uno dei fondatori del sistema passato alla storia  come Democrazia Corinthiana, l’utopia applicata a uno mondo conformista qual è il calcio. Lui era il portavoce del gruppo che decideva tutto, dagli allenamenti all’alimentazione.
Resta il ricordo, indimenticabile, del suo modo di giocare a calcio, soprattutto con il tacco. Era soprannominato anche O calcanhar que a bola pediu a Deus, il tacco che la palla domandò a Dio.
Potete immaginare la gioia di ogni ragazzo che entra nel settore giovanile del Corinthians e può ispirarsi a campioni così grandi, così carismatici.
“Nicolas ha giocato con quella maglia – racconta ancora Ana – perché è stato scelto, dopo una selezione molto rigida, per fare parte della formazione che partecipa ai campionati statali. Aveva una grande volontà di crescere e migliorare sia nel calcio che nella vita, nella speranza di diventare un giorno giocatore della prima squadra. Per lui è stato un sogno fare parte di un gruppo che rappresenta uno dei club più importanti del Brasile. Per noi è stato un grande orgoglio vederlo giocare con quella maglia che è cara alla nostra famiglia”.
Il tempo passava e Nicolas continuava a inseguire il sogno. E la famiglia, compresa la zia Ana dalla lontana Pesaro, a sognare con lui.
“Un giorno, però, Nicolas si è fermato a pensare che stava diventando grande. Voleva aiutare tangibilmente la famiglia, lavorare, ma allo stesso tempo studiare per garantirsi un futuro. Il sogno del calcio era sempre vivo, ma, tra un futuro incerto e una possibile delusione, ha preferito anteporre la famiglia”.
In Brasile, i giovani calciatori sono un’infinità. Pochi riescono a coronare il sogno, giocare in prima squadra e magari, in seguito, in Europa. Nicolas ha scelto il lavoro e l’università. Una scelta coraggiosa, ma giusta, come ha confermato l’uragano che si è abbattuto su tutti noi. La pandemia ha frenato, anzi fermato, il calcio giovanile cancellando il sogno di tanti ragazzi, in Brasile come nel resto del mondo.
E  lui ha scelto lavoro e università.
Nicolas non sogna più, lavora, studia, e anche così è l’orgoglio dei genitori Rubens e Flavia, di tutta la famiglia.
“È un bravissimo ragazzo – confida, con dolcezza e legittima soddisfazione,  zia Ana – che non nasconde la fierezza di avere fatto parte di un grande club che per un periodo della sua vita lo ha fatto sognare”.
“Per me è stato un onore giocare nel Corinthians. Realizzando il sogno di quando ero bambino, ho provato una grandissima felicità. È giusto sognare, ma arriva il momento che ci dobbiamo svegliare e correre dietro a un’altra opportunità che ci offre la vita”.
Belle parole, ancora più belle se dette da un giovane che può essere un esempio per tutti i coetanei, brasiliani ma anche italiani.

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