Un libro alla settimana: Pane Nero

di 

15 maggio 2021

Pane neroPESARO – Cercando un libro che mi aiutasse a scrivere un articolo, lo sguardo è stato attratto da una copertina di colore blu, di un blu profondo. In verità, più dal titolo che dalla copertina: Pane nero.
Il libro lo ha scritto Miriam Mafai, giornalista, scrittrice, fiorentina; con la a finale, per fortuna, che se si fosse trattato di un politico fiorentino avrei avuto subito la nausea.
Miriam Mafai, che è deceduta nel 2012, non ci avrebbe messo in imbarazzo; mai si sarebbe sognata di invidiare il costo del lavoro in un paese che tratta i lavoratori – per la maggior parte provenienti dai paesi più poveri della Terra – come schiavi.
Miriam Mafai, che ha partecipato alla resistenza antifascista, era dalla parte dei lavoratori, degli sfruttati, dei senza futuro, delle persone a cui è stata rubata  prima la dignità, poi la vita.
Da donna, era molto attenta alle altre donne, ai loro diritti e alle loro storie.
Pane nero racconta “donne e vita quotidiana nella seconda guerra mondiale“.
Prendendo in mano il libro, (ri)leggendolo, ho pensato che non amo La Repubblica, inteso come quotidiano, ma le ultime recensioni sono edite dal quotidiano che non mi piace più. Pane nero, però, quando La Repubblica non era finita nelle mani della Gedi degli Elkagnelli.
E ho pensato a Luana D’Orazio, la giovanissima mamma che, 75 anni dopo la Liberazione, è morta, vicino a Firenze, vittima di un infortunio sul lavoro. Per lei sono state spese tante parole, vuote purtroppo,  presto dimenticate, perché dopo Luana il “diritto al lavoro” ha causato altre vittime.
Le storie delle donna raccontate da Miriam Mafai si aprono con la storia di un’altra Miriam, che nel caso è Myriam. Chissà se a Benito Mussolini piaceva quella ipsilon nel nome della sorella più piccola di Claretta Petacci, la sua amante.
Era il 10 giugno 1940 e Da settimane – scrive Mafai – cortei di giovani percorrevano le strade gridando allegri “Tunisi, Nizza, Gibuti”. Da giorni… non si parlava che di questo: del giorno in cui finalmente l’Italia sarebbe entrata in guerra.
Silvia era una ragazza di Genova, ebrea. Le leggi razziali in vigore da un paio d’anni le vietavano di frequentare la scuola pubblica.
Ignobile. Ci pensino quelli che sognano un ritorno al Ventennio.
Zita era una ragazza di Cavriago, provincia di Reggio Emilia. Tutte le ragazze di Cavriago, appena potevano, partivano per la monda. Guadagnavano 14 lire e un chilo di riso al giorno e la domenica avevano diritto a cento grammi di carne dentro il brodo. Quella mattina la “capa” entrò in tutte le baracche e avvertì che il pomeriggio avrebbero smesso il lavoro un’ora prima. “Ci portarono a Scarampa per ascoltare il discorso del Duce: sapemmo così che l’Italia entrava in guerra contro la Francia”.
Sono piccoli passaggi delle storie di alcune delle donne raccontate da Miriam Mafai.
Se riuscirete a trovare questo libro, ve lo auguro, non mancate di leggerlo e capirete che da allora a oggi il cambiamento è stato incredibile, ma le donne, purtroppo, continuano ancora a morire di lavoro e di “amore avvelenato”.
Pane nero, di Miriam Mafai (La Biblioteca La Repubblica)

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>