Un libro alla settimana: Perché Buddha non aveva l’Alzheimer

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21 maggio 2021

PESARO – Una mattina di primavera del 2013 ricevetti una telefonata da mia mamma. Annunciava che aveva pagato i danni procurati in un incidente da me causato. Poche centinaia di euro, raccontò, soddisfatta di avere risolto il problema con un signore, “molto gentile che ti conosce bene e ha voluto risolvere la questione amichevolmente. Mi stava aspettando davanti a casa”.
Un truffatore.
Parlandole, capii che stava accadendo qualcosa. Pochi giorni dopo andò a casa della vicina e lasciò le chiavi del suo appartamento, all’interno della serratura; dovette intervenire un fabbro. In seguito, cucinò le patate sul fuoco della cucina a gas usando un contenitore di plastica della Tupperware. Ci preoccupammo molto.
Mamma era entrata in uno “mondo” tutto suo, un mondo di cui conoscevamo poco o niente.
Per la prima volta mi trovai a declinare una parola, Alzheimer, fino a pochi giorni prima letta distrattamente in un articolo di giornale o ascoltata in un film. Il cinema se ne è occupato più volte. Penso a Una sconfinata giovinezza di Pupi Avati, a  Away from HerLontano da lei, di Sarah Polley, tratto dal libro The Bear Came Over the Mountain (L’orso è venuto dalla montagna) di Alice Munro, la scrittrice canadese Premio Nobel 2013.
Mai  avrei pensato che l’Alzheimer stava piombando nella vita di mia madre, nella nostra vita. Cercai di imparare il più possibile per capire cosa attendeva mamma. Mi domandai se avevo fatto tutto per accorgermi di quanto stava accadendo.
Appresi che era una malattia diffusa più di quanto immaginassi.  Di frequente mi capitò di ascoltare altre persone che ne parlavano, raccontando della demenza senile che si era impadronita dei propri cari.
Il morbo d’Alzheimer colpisce milioni di persone.
Oggi che mamma non c’è più, ogni volta che leggo o ascolto il nome di questa malattia, provo un brivido, penso all’angoscia di chi ne è colpito, immagino la vita dei familiari.
Poche settimana fa mi ha attratto il titolo di un libro scritto dal dottor Shuvendu Sen: Perché Buddha non aveva l’Alzheimer.
Già, perché? E perché mia madre, e tante altre persone lo hanno avuto, lo hanno? E cosa bisogna fare per prevenirlo? E si può lottare contro questa malattia che ti sorprende all’improvviso, e sorprende  anche i tuoi cari?
Il libro che ha scritto il dottor Shuvendu Sen è un’opportunità importante, oserei dire imprescindibile, per provare a sconfiggere, per quanto è possibile, la demenza senile.
Ho sorriso, pensando alle parole che iniziano con  il cognome del dottor Sen: senescenza, senetta senettute, senile, senilismo, senilità, senio, senno. Mi sono venute in mente anche sensibilità, sensibilizzare…
È doveroso sensibilizzassi al problema Alzheimer. Non possiamo e non dobbiamo farci trovare impreparati di fronte a una chiamata come quella che ricevetti una mattina del 2013.
Il dottor Shuvendu Sen e il suo libro possono darci una mano per capire, prevenire e possibilmente vincere una sfida angosciante, terribile.
Un capitolo del libro è dedicato alla prevenzione: un tesoro. Scrive Sen: La prevenzione è la madre di tutte le cure.
È incredibile pensare a quante risorse intellettuali, emotive e finanziarie abbiamo investito da allora (dai tempi di Ippocrate; ndr) e continuiamo a destinare alla cura della sofferenza umana. Eppure investiamo così poco nel comprendere la nascita di una malattia e nell’affinare la capacità di prevenirla prima che si manifesti in modo esplicito.
Poi un’accusa: Le notizie peggiori arrivano dai Centers for Disease Control and Prevention (Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie; ndr). Stando agli annunci ufficiali, “in media, gli operatori sanitari si puliscono le mani meno della metà delle volte che sarebbe necessario. Per ogni giorno considerato, circa un paziente su venticinque presenta almeno un’infezione associata alle cure che gli sono state prestate… Questo ci dovrebbe servire come impietoso promemoria: finché non si tornerà a fare tesoro delle pratiche di base della prevenzione, le radici della nostra sofferenza  non saranno estirpate.
Ci sembra che una buona opportunità per prevenire il morbo d’Alzheimer e le altre demenze senili possa essere la lettura del libro del dottor Sen.
Ogni capitolo, fin dall’introduzione, è uno stimolo ad apprendere. Il suo racconto delle “stranezze” della paziente Lisa Wolfe ha rimandato al racconto di mia zia, moglie del fratello di mia madre, l’unico rimasto di una famiglia assai numerosa.
“Tua mamma è venuta a pranzo da noi. Abbiamo parlato del passato, raccontato tante storie. Era felice di condividere tanti ricordi con il fratello. Ma quando lui ha lasciato la tavola, tua madre mi ha detto: Però, signora, è incredibile quante cose quest’uomo sappia di me”.
La portammo a una visita neurologica. Il medico, molto gentile, le sottopose diverse domande, a incominciare dalla data del giorno. Non mancò di proporle la tabellina. Lei s’offese. “Ma come si permette? a scuola ero una delle più brave in matematica”. Però i conti non tornavano con le sue risposte.
Scrive il dottor Sen: A differenza di altre malattie che generano determinati tratti organici, l’Alzheimer ha a che fare con la memoria, la più raffinata e la più fragile delle nostre facoltà… E mentre lo stress può essere gestito, l’umore migliorato, la crescita fermata, l’emorragia arrestata e un coagulo eliminato, la memoria non può essere ripristinata con una bacchetta magica.
Ma perché Buddha non aveva l’Alzheimer?
Verso la metà degli anni Cinquanta, i ricercatori Das e Gastaut studiarono sette yogi indiani che praticavano un tipo di yoga chiamato Kriya Yoga. Le loro osservazioni sull’attività elettrica dei cervelli di questi soggetti sarebbero poi state considerate le prime di una infinita serie di risultati tra i più affascinanti a cui la comunità medica avrebbe assistito per molto tempo a venire.
Come non essere curiosi? A maggiore ragione dopo avere letto: Come sottolineerò anche nel resto del libro, le ricerche hanno iniziato a dimostrare che la meditazione può riattivare i circuiti cerebrali producendo effetti positivi non solo su mente e cervello bensì sull’intero organismo, con uno strabiliante miglioramento delle connessioni cerebrali che coinvolge anche gli assoni, che collegano le varie aree del cervello.
Le filosofie orientali e il Buddhismo contro le demenze senili, contro l’Alzheimer, ma anche i farmaci e il feticismo mercificatorio della medicina moderna. Magari non piacerà a tutti, visto il periodo che stiamo vivendo, ma non c’è niente di peggio che dare tutto per scontato senza leggere, porsi domande, avanzare dubbi.
A proposito di domande: il dottor Sen ne ha una davvero interessante:
Possiamo utilizzare le alterazioni della personalità come marker (molecola la cui comparsa o le cui variazioni segnalano la presenza di fenomeni di varia natura, anche patologici; ndr) clinico dev’imminenza dell’Alzheimer?
La risposta:
perche-buddha-non-aveva-lalzheimer-236561Attualmente abbiamo una certa comprensione dell’ampia gamma di manifestazioni cliniche che questa malattia può presentare, ma non abbiamo contezza alcuna della tempistica… A parte la perdita di memoria, che rappresenta il fulcro della patologia, la perdita delle funzioni d’esecuzione è una manifestazione comune, anche se non è qualcosa scolpito nella pietra… Di fatto però, con il progredire della malattia, l’abilità di compiere azioni complesse viene seriamente compromessa.
Altri segni e sintomi compaiono in modo casuale, quasi come una vendetta impietosa.
La disprassia, l’incapacità di compiere movimenti intenzionali appresi, esordisce molto dopo nella malattia, quando ormai memoria e linguaggio sono gravemente danneggiati. Riesci ad abbottonarti la camicia? Come usi il pettine? Come accendi il ventilatore?
Alle considerazioni del dottor Sen, ne aggiungerei una che, memore di quanto accaduto a mia madre, potrebbe essere fondamentale per la sicurezza dei nostri cari, soprattutto di quelli che vivono soli: l’accensione della cucina a gas, il pericolo che potrebbero correre e fare correre, vista l’incapacità di ricordare il funzionamento della stessa. Quando ci accorgemmo che lasciava il fornello acceso, che cucinava utilizzando contenitori non adatti alle fiamme, non perdemmo ulteriore tempo e le mettendo a disposizione una badante.
Scrivendo che il libro potrebbe non piacere a tutti, mi riferivo a chi è tifoso assoluto della medicina tradizionale.
Il dottor Sen è critico nei confronti degli ultras della scienza.
Inebriata dal fragore assordante del successo, la scienza ha però mancato di scorgere l’avanzare silenzioso della trappola che le incombeva. Ha riposto cieca fiducia nella chimica che ha creato. 
Attenzione: il dottor Sen non è uno stregoneTutt’altro.
Non sono certo un leader di frontiera o un  whistleblower (segnalatore di illeciti; ndr). Negli ultimi trent’anni ho praticato la medicina clinica, che si poggia sulla triade diagnosi-trattamento-prevenzione e i farmaci da prescrizione o senza prescrizione sono il fulcro legittimo e indiscutibile di molte cure. Eppure, anche da questo trono di potere sale in me qualche riserva crescente e, come mine vaganti a ogni angolo, tali riserve nascono proprio dal modo in cui oggi attuiamo la nostra pratica medica.
Mi fermo qui, ma prima vorrei anticipare che la lettura del libro è fonte inesauribile di conoscenza e apprendimento. Pagine dopo pagine, rimanendo al secondo capitolo, possiamo leggere: “L’accidentato viaggio della psichiatria”,  “Il decennio del cervello”, “Resistenza e malattia mentale”, “Alzheimer e farmaci: la tragedia continua”.
Sen affronta poi la Meditazione: la scienza alla base di un arte senza tempo, che tra l’altro contiene una pagina che mi è piaciuta molto: I benefici della calma.
Visto che viviamo a Pesaro, Città della Musica, e di Gioachino Rossini, il libro presenta un’altra pagina intrigante: L’effetto Mozart. Inizia una lunga parte dedicata all’approccio sperimentale tra musica e Alzheimer.
È ovvio, però, che – protagonista nel titolo – sia Buddha a richiamare l’attenzione. Arriva così la parte che Sen dedica a Medicina e spiritualità: il legame mancante.
Ne sono profondamente convinto: le parole del dottor Sen e i racconti dei suoi pazienti possono aiutare le famiglie che sono alle prese con queste malattie ad avere un approccio innovativo con una patologia sempre più diffusa, purtroppo.
Perché Buddha non aveva l’Alzheimer, di Shuvendu Sen (Terra Nuova Edizioni)

 

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