È morto Graham Vick, regista sublime, il Rossini Opera Festival gli dedica l’edizione 2021

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17 luglio 2021

Graham Vick durante le prove di Semiramide, nel 2019, la sua ultima presenza al Rossini Opera Festival (Foto Amati Bacciardi)

Graham Vick durante le prove di Semiramide, nel 2019, la sua ultima presenza al Rossini Opera Festival (Foto Amati Bacciardi)

PESARO – A due giorni dal primo appuntamento legato al nome di Rossini, anche Pesaro è attonita nell’apprendere una triste notizia giunta da Londra.

Se ne è andato oggi, a 67 anni, nella capitale inglese, Graham Vick, uno dei più grandi registi della storia della lirica. Era nato a Birkenhead, sulla sponda ovest del fiume Mersey, quella opposta a Liverpool. E pure essendo cittadino del mondo era innamorato di Liverpool e della sua storia, a incominciare dal calcio; era un grande tifoso dei “Reds”, lui “red”, rosso, nell’anima e nel cuore.Le sue regie, definite – a torto, crediamo noi – sperimentali e anticonformiste, hanno diviso, ma erano ricche di messaggi. Come altri grandi registi inglesi, pensiamo subito a Ken Loach, Vick si è sempre schierato dalla parte dei deboli, degli oppressi, quindi osteggiato dai “signori e  dai servi dei signori”.
Lo disse, anzi lo urlò il 16 agosto 2013, nella Sala della Repubblica del Teatro Rossini, raccontando il “suo” Guillaume Tell: “In quest’opera ci siamo tutti noi che sfruttiamo gli altri”.
Era una Sala granita in ogni ordine di posti. Noi la raccontammo così:
Ci piace pensare, però, che i merito sia stato degli ospiti, ad iniziare da un’emozionante Graham Vick. Hanno ragione, Michele Mariotti e Celso Albelo, da noi intervistati, e non ce ne sarebbe bisogno: Vick è un regista geniale, soprattutto ricco di idee e ideali. Certamente non è banale. Ascoltarlo è stato emozionante, come vedere le sue opere. Le sue parole sono un inno alla giustizia, all’eguaglianza, alla libertà, anche se lui – vero laico – ha detto, a fine conferenza: “la libertà è come Dio, nessuno sa se esiste”. Non vi serbi blasfemo, perché se al mondo in tanti avessero le idee, gli ideali, del regista di Liverpool, il mondo sarebbe migliore.
Graham Vick è nella storia del Rossini Opera Festival, che lo ha ricordato subito nella pagina Facebook:
La Direzione, i dipendenti e i collaboratori del Rossini Opera Festival piangono la scomparsa di Graham Vick, uno dei maggiori registi del mondo del teatro e della lirica contemporanea, che a Pesaro ha firmato alcuni tra i più significativi spettacoli della storia della manifestazione. In ricordo dell’uomo e dell’artista, all’amico Graham è dedicata l’edizione 2021 del ROF.
Vick esordì a Pesaro nel 1994, con l’allestimento de L’inganno felice. Nel 1997 curò la regia di Moïse et Pharaon, uno spettacolo grandioso, commovente. Quattordici anni dopo fu il regista di Mosè in Egitto. Nel 2013 propose un indimenticabile Guillaume Tell, tornano a Pesaro due anni dopo ancora per   L’inganno felice. Infine nel 2019, la sua ultima presenza, la regia di Semiramide. Stava male, aveva fortissimi dolori alla schiena. Se ne è andato, ma rimarrà per sempre nella storia del ROF, per le sue regie, per le sue idee, per le meravigliose conferenze nell’ambito delle “guide all’ascolto”.
Era legatissimo al ROF, come racconta Gianfranco Mariotti, l’uomo che ha regalato alla città un Festival che ha reso il nome di Pesaro famoso nel mondo.
Il primo sentimento che provo per l’improvvisa scomparsa di Graham Vick è quello di incredulità, tanto l’idea della morte sembra estranea ad un personaggio come lui, capace di rigenerarsi all’infinito all’interno di un inesauribile estro visionario. Vick è stata una delle presenze più importanti della storia del ROF, dove ha firmato spettacoli ciascuno a modo suo memorabili. In particolare voglio ricordare Mosé in Egitto del 2011, cui fu assegnato il Premio Abbiati come migliore spettacolo dell’anno, accompagnato come fu da un diffuso dibattito civile di grande intensità e di cui vado ancora oggi orgoglioso. Con Graham scompare uno dei più grandi, completi e colti uomini di teatro dei nostri tempi, cui va oggi il mio pensiero riconoscente per la preziosa amicizia di cui mi ha fatto dono.
Non solo con Gianfranco. Vick aveva un legame speciale con Michele Mariotti. Come non ricordare le emozioni vissute nell’Adriatic Arena nell’agosto 2013:  Vick alla regia e Michele Mariotti a dirigere Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna. A proposito del teatro felsineo, la collaborazione tra il direttore d’orchestra pesarese e il regista inglese ha prodotto , nel gennaio 2018, una delle più belle, emozionanti  La Bohème della storia. Leggete alcune delle parole che Roberto Mori ha dedicato a quella Bohème riproposta pochi giorni fa da Rai 5.
All’apparenza sono bravi figli di papà, studenti ben educati e simpatici, indossano jeans strappati e felpe, ma il nichilismo che li attanaglia, sottraendo loro progetti e prospettive, li porta a un individualismo esasperato, a cercare lo sballo o a drogarsi per anestetizzare il dolore, in qualche caso a prostituirsi per una dose. A differenza dei loro coetanei di fine Ottocento, ma anche dei loro stessi genitori e dei loro nonni (presumibilmente ex sessantottini), non hanno ideali né utopie: sono in balia di una casualità priva di direzione e orientamento, figli di un’epoca di “passioni tristi”, che li rende analfabeti emotivi. Non sanno assumersi responsabilità morali e rimuovono la paura della morte e l’angoscia del nulla rifugiandosi nell’indifferenza e nell’egoismo, come dimostra la loro reazione di fronte all’agghiacciante fine di Mimì, assistita con evidente disagio, quasi con fastidio e, in ultimo, abbandonata da tutti. Anche da Rodolfo, che scappa spaventato lasciandola a terra coperta da un telo bianco.
Non è esattamente la fine prevista da Puccini, è vero. Ma Vick, portando in scena il disagio e l’immaturità dei ragazzi di oggi, fa una scelta coerente dimostrando di sapere leggere in profondità i segni dei tempi. Se avesse proposto un finale lacrimevole e consolatorio, come da tradizione, avrebbe realizzato una delle tante Bohème attualizzate e scontate che si vedono di frequente a teatro. Nell’edizione bolognese, invece, tutto è costruito con logica e rigore drammaturgico, nella consapevolezza che esiste una frattura insanabile tra la fine dell’Ottocento e la nostra epoca.
Caro Graham, consentici di salutarti con il coro che hai amato tanto, che non è di Puccini o di Rossini, ma quello che canta la Kop, la curva più calda di tifosi “Reds”: You’ll never walk alone!, non camminerai mai solo.

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