ROF, l’allestimento di Moïse et Pharaon firmato da Pizzi incanta gli spettatori della prova generale

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7 agosto 2021

PESARO – È grande l’attesa per l’inaugurazione del Rossini Opera Festival, che dopo l’edizione 2020 vissuta tra il Teatro e Piazza del Popolo, ha ritrovato un altro dei luoghi imposti dall’incapacità della politica di rispettare le promesse. Quella che allora era l’Adriatic Arena e oggi è la Vitrifrigo Arena doveva essere una soluzione passeggera. Insomma, giusto qualche anno… invece si è tornati lì. Per fortuna, è il caso di sottolineare, perché altrimenti, senza l’Auditorium Pedrotti e il PalaFestival, che prima o poi diventerà PalaGodot, pardon, PalaScavolini, o Auditorium Scavolini – dipenderà dagli eventi che ospiterà  – per il Festival sarebbe stato un disastro.
Però, il luogo è lontano mille miglia dalle teste degli spettatori, e, crediamo, anche dei protagonisti.
Insomma, dal 2006, salvo appunto la parentesi dell’anno scorso imposta dalla pandemia di Coronavirus, il cuore del Festival batte lontano dal cuore della città.
Voi direte: anche il Pala De André di Ravenna sembra nel deserto. Sembra. Intanto ha un bel parcheggio davanti, e comunque ha un accesso che, rispetto all’Astronave pesarese, sembra un percorso teatrale. Invece, la Vitrifrigo Arena, pure circondata da un grande centro commerciale e altre attività, sembra abbandonata nel deserto. Spazio ideale per ambientare la fuga di Moïse e degli ebrei che vogliono recuperare la libertà.

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Una serata senza acqua da bere e cibo
In un’opera che pulsa nell’acqua, compresa quella del Mar Rosso che si apre al passaggio degli esuli, la beffa è che per gli assetati spettatori della prova generale andata in scena venerdì sera non c’era a disposizione un bar esterno, ma neppure una macchina che distribuisce bevande. Le lamentele sono state unanimi. Anche perché l’opera è incominciata circa 10 minuti dopo le 19 e si è conclusa – grazie anche ai lunghi applausi che erano scoccate le 23 e 16.
Chi gestisce la Vitrifrigo Arena ha fatto il classico buco nell’…acqua. Però, ci è stato detto che l’errore non si ripeterà già da lunedì sera, quando, appunto, a inaugurare la 42esima edizione del Rossini Opera Festival sarà Moïse et Pharaon, con Giacomo Sagripanti sul podio dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai e del Coro del Teatro Ventidio Basso, e regia, scene e costumi di Pier Luigi Pizzi, con la collaborazione di Massimo Gasparon alle luci e le coreografie di Gheorghe Iancu.
In coda per i controlli anti Covid-19
L’inizio in ritardo sulla tabella di marcia (ore 19) potrebbe essere dipeso dalla lunga coda all’entrata causata anche dal controllo della “certificazione verde” (scusate, l’inglese lo lasciamo ad altri). Che comunque è sembrata scorrere bene, anche se il distanziamento era inesistente. “Ma tanto siamo tutti vaccinati“, ha commentato una signora. Bene, speriamo che le autorità preposte ne tengano conto anche quando si tornerà alla Vitrifrigo Arena per godere di una altra ricchezza pesarese: la pallacanestro.
Era solo una generale, ma non sono mancate le presenze eleganti. La sensazione è che anche, o forse soprattutto, un’opera sia un segnale di ritorno al passato, con l’auspico sia un messaggio di ottimismo per il futuro.
La lettura del Moïse et Pharaon può essere anche questa.
Non è un caso che, in compagnia di Paola Pierangeli Tittarelli, onnipresente presidente di Tanti affetti, Amici del Rossini Opera Festival, sia arrivata la senatrice a vita Liliana Segre, che durante un intervallo ha conversato amabilmente con Pier Luigi Pizzi. Probabilmente, i due si sono ritrovati sul San Bartolo, nella villa della presidente che ha ospitato a cena protagonisti e invitati.
Anche Fedez al Gala del 22 agosto?
Pare che la sera del 22 agosto, a fine festival, dopo il Gala a cui presenzierà il presidente della Repubblica Mattarella, a casa Tittarelli sarà ospite Fedez.
Ieri sera, fra i tanti in sala, abbiamo notato la presenza di Dmitry Korchack, cantante e regista russo più volte protagonista al ROF.
Mattatore l’anno scorso, era in platea anche Carlo Lepore,  il bravissimo basso napoletano che ha scelto di abitare a Pesaro.
Dopo una stagione, quella del 2020 segnata dal Covid-19, che l’ha visto presente solo negli spettacoli all’aperto, è tornato in sala Gianfranco Mariotti, presidente onorario del ROF. A pochi passi suo figlio Michele, ormai uno dei più famosi direttori d’orchestra.
Fra chi ha scelto di vivere a Pesaro, pure essendo lombardo, Paolo Bordogna, salutato da tanti spettatori che l’hanno applaudito per i recenti successi.
Dieci minuti di applausi per tutti
Un trionfo per Buratto e Berzhanskaya
Gli applausi sono il pane che ciba gli artisti.  Venerdì sera hanno fatto il pieno. Dieci minuti, secondo più secondo meno, cronometrati allungando la serata, già lunga, ma anche il piacere di avere assistito all’ennesima grande regia curata, con scene e costumi, da Pier Luigi Pizzi.
Pizzì… Pizzì… bravò, bravò“, avrebbero applaudito i francesi, certificando che un’opera che sentono loro dai tempi della grandeur napoleonica.
Come illustra il ROF, “L’opera capitalizzò il fascino per l’Egitto suscitato dalla spedizione di Napoleone e dagli studi sui reperti e i monumenti ritrovati, unitamente all’interesse del pubblico verso il tema religioso. Basata sul racconto biblico, con libertà e senza seguirne l’ordine cronologico, l’opera fu indicata come oratorio ed eseguita in prossimità della Settimana santa con un successo trionfale. I posti nei palchi si esaurirono velocemente, e l’opera, ritenuta originariamente un lavoro stagionale (meglio adatto alla Quaresima), rimase in cartellone per tutta l’estate e l’autunno del 1827, e per buona parte del 1828“. A proposito di Quaresima: è questa che ha ispirato il colore viola con cui Pizzi ha vestito Vasilisa Berzhanskaya? In una sera il Maestro ha cancellato le fobie che arrivano dal Medioevo e impedivano di usare incolore dei paramenti quaresimali nelle rappresentazioni teatrali. O forse perché il viola – dicono – mette pace, rilassa e infonde coraggio. Quello che serviva agli ebrei in fuga dal Faraone. Belli gli altri colori, soprattutto quelli dei costumi azzurro Italia.
Il Moïse ventiquattro anni dopo quello di Vick
Confessiamo che eravamo rimasti incantati dal Moïse et Pharaon firmato da Graham Vick, ricordando la serata del 9 agosto 1997. Il regista inglese, purtroppo scomparso poche settimane addietro, aveva utilizzato al meglio il grande spazio del PalaFestival (il dito batte dove il tasto duole). La fuga degli ebrei immaginifica. Ci tiriamo fuori, però, da un confronto fra grandi registi. Vick era Vick, Pizzi è Pizzi. Ventiquattro anni di distanza e luoghi diversi impediscono un gioco caro ai giornalisti, soprattutto sportivi, ma anche ai critici musicali. “Ma quella sera in quel ruolo cantò… vuoi mettere con questa?“, “Ma quel direttore diede un’impronta diversa“, “Ah, quella regia è indimenticabile, mentre questa…“.
Ci incantò Vick, a suo modo, ci ha incantato Pizzi, facendo scorrere senza un sussulto una serata che è sembrata lieve, malgrado tante ore nel “deserto” senza bere un bicchiere d’acqua.
C’è solo un aspetto su cui dissentiamo con Pizzi: presentando il suo lavoro, ha detto: “Preparatevi a qualcosa di claustrofobico, ai lager,  ai soldati egizi, all’internamento di un popolo“. Non abbiamo provato claustrofobia. Semmai respirato, anche nei momenti più cupi, voglia di libertà. Merito del Maestro, che ha disegnato un quadro dopo l’altro, con i protagonisti sempre a proprio agio, come in un film di cui conosci la fine, ma attenti con curiosità di vedere la scena successiva.
Alla vigilia, Pizzi era parso un po’ preoccupato dalla scena del passaggio del Mar Rosso. “Un osso duro” aveva annunciato. Ci è sembrato che sia stata superata brillantemente, come quella che – attraverso le luci curate da Massimo Gasparon – ha annunciato i cattivi presagi per gli egizi: la pioggia sulla terra di meteoriti in fiamme.
“Una regia semplice, minimalista”. Ben vengano

  Durante il primo intervallo, dopo avere osservato le tipiche geometrie “pizziane”, i commenti che più si sprecavano erano di “una regia semplice, minimalista“. Ben vengano, se sono così curate, attente, meticolose. Stringendo: c’è tutta la mano di Pizzi in questo Moïse et Pharaon.

Sono tante le scene in un’opera di quattro atti che alla fine ti rendi conto durano un attimo. Accade dall’inizio, da Dieu de la paix, Dieu de la guerre, alla fine, al cantique, Chantons, bénissons le Seigneur.
In verità, il primo atto non sembra lasciare particolari tracce, fino al finale, quando il pubblico sembra sciogliersi. E arrivano gli applausi. Che in seguito registrano il successo personale di Eleonora Buratto e  Vasilisa Berzhanskaya, salutate da vere e proprie ovazioni che a un certo punto si sarebbe potuto cambiare il titolo dell’opera: Anaï et Sinaïde.
Eleonora Buratto (Anaï) ha cantato con decisione coniugata a emozione, emozionando ed emozionandosi. Una partecipazione sincera, affettuosa, triste e allo stesso tempo gioiosa. Sentimenti ormai rari. Bravissima.
Vasilisa Berzhanskaya ha ribadito, una volta di più, di essere una stella del firmamento operistico. Fin dal concerto dell’Accademia Rossiniana 2016 e dal successivo Viaggio a Reims, il mezzosoprano russo, alla prima vera partecipazione al ROF, ha confermato qualità uniche. A un certo punto con la sua voce copriva il coro, l’orchestra, ma senza che alcuno provasse fastidio; ascoltarla era un piacere.
Se le voci femminili sono state predominanti, quelle maschili hanno proposto una coincidenza a dire poco curiosa: nel 1997 era stato Michele Pertusi a dare la propria voce a Moïse. Da un basso di Parma a un altro basso nato nella città ducale: Roberto Tagliavini.  Nella prima parte ci era sembrato un po’ impacciato, ma con lo scorrere del tempo, dell’opera, è diventato un Moïse autorevole, con la voce di un grande condottiero.  Applausi meritati anche per lui.
E così per Erwin Schrott, che avrà presto occasione di confermare le grandi qualità con il concerto del 21 agosto.
Applauditi anche Andrew Owens (Aménophis) Alexey Tatarintsev (Éliézer), Matteo Roma (Aufide), Monica Bacelli (Marie) e Nicolò Donini (Osiride/Voix mystérieuse).
Il ROF 2021 propone il ritorno di una orchestra di assoluto valore qual è la Sinfonica Nazionale della Rai, ben condotta da Giacomo Sagripanti e sostenuta dall’ottimo Coro del Teatro Ventidio Basso (maestro Giovanni Farina).
E il balletto? Magari lungo, ma bello
Infine, un pensiero al balletto ideato da Gheorghe Iancu. Onestamente, vista la lunga serata senza  acqua e senza  cibo, ci è sembrato un po’ lungo, ma era il balletto che si è voluto proporre e ed è stato un balletto bello da vedere. Già nella fase iniziale il battesimo di Horus nella piccola piscina, si era intravista la qualità dei protagonisti, che in seguito hanno occupato la scena meritando più applausi. È doveroso citarli, partendo dal già citato – da Pizzi – Gioacchino Starace e Maria Celeste Losa, primi ballerini; Frank Lloyd Aduca, Davide Bastioni, Samuele Berbenni ed Emanuele Chiesa, ballerini solisti. Un omaggio anche ai mimi, incominciando dal bambino Massimo Marzola, quindi Matteo Bruno, Fabrizio Coppo, Pierpaolo Di Carlo, Giampaolo Gobbi, Giovanni Imbroglia, Gino Potente, Federico Ruiz e Alessandro Trazzera.
La prima di lunedì 9 sarà trasmessa in diretta su Rai RadioTre. Le tre repliche si terranno il 12, 16 e 19 agosto.
In un’edizione dedicata a Graham Vick, ci sia consentito un altro ricordo: Paolo Fabbri. Rileggere nel libretto di sala la storia del soggetto dell’opera firmata dall’illustre semiologo riminese scomparso un anno fa è stato tornare indietro negli anni, nella storia del ROF.

 

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