Un libro alla settimana: Shoeless Joe

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14 agosto 2021

9788896538005_0_536_0_75PESARO – Joe “senza scarpe”. È il significato del titolo del libro scritto dal canadese William Patrick Kinsella. È un vecchio libro (prima pubblicazione nel 1980) che ha ispirato uno dei film più belli dedicati allo sport.
Gli americani hanno mille motivi per farsi detestare, ma ne hanno anche qualcuno per farsi amare. Fra questi, gli sport a stelle e strisce – baseball, basketball e football -, la letteratura sportiva e il cinema che racconta storie di sport.
Uno di questi film è Field of dreams, il campo dei sogni, che in italiano, come capita spesso, è stato stravolto in L’uomo dei sogni. È vero che il protagonista è un uomo, Ray Kinsella, interpretato da Kevin Costner, ma prima ancora di lui il personaggio vero è un campo… di baseball ricavato in un campo di granturco, di mais.
Siamo in Iowa, nel Midwest, terra di infiniti campi di mais.
Nella notte fra giovedì e venerdì, in leggero ritardo sull’orario previsto, anche per fare terminare la diretta della sfida tra Boston Red Sox e Tampa Bay Rays, si è giocata una gara unica, ai limiti dell’impossibile per le nostre vedute sportive: una partita della stagione regolare della Mlb (Major League Baseball), il  campionato professionistico, tra i Chicago White Sox e i New York Yankees.
Le immagini che arrivavano da Dyersville, raccontavano la prima sfida tra professionisti giocata in Iowa. Sì, lo stato di cui si parla nel film: “Siamo in Paradiso?“. Ray Kinsella risponde: “No, in Iowa“.

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I giocatori di Chicago e di New York sono sbucati dal campo di mais, ed è sembrato che il tempo si fosse fermato al sogno – realizzato – di Ray, agricoltore dell’Iowa, la cui fattoria è immersa in un immenso campo di mais. Una sera Ray sente una voce: “Se lo costruisci, lui verrà“. Una sera, due sere, più sere. Ray capisce che deve costruire un campo di baseball, perché, se riuscirà a farlo, Shoeless Joe tornerà a giocare.
Shoeless Joe (Giuseppe senza scarpe, perché una volta, con i piedi pieni di vesciche causate dalle scarpe nuove, se le tolse e giocò scalzo) è il nomignolo di Joseph Jefferson Jackson, giocatore di baseball squalificato a vita con altri sette giocatori dei Chicago White Sox: erano accusati di essersi venduti  le partite. La squadra di Chicago fu chiamata, con disprezzo, i Black Sox, le calze nere.
Un libro bellissimo, da cui è stato tratto un film ancora più bello. Forse uno dei più belli di sempre sulle storie del baseball.
Da qualche anno la Mlb coltivava il sogno di giocare nel campo costruito da Ray. La partita era in programma lo scorso anno, ma la pandemia la cancellò.
Si è giocata giovedì sera, ora del Midwest, in uno stadio che ha ospitato ottomila spettatori. Fra questi, Kevin Costner, altrettanto emozionato.
Da appassionato di baseball e di storie di sport, ho provato una lunga grande emozione vedendo i giocatori arrivare passando tra le piante di mais. Ho pensato che, almeno per una sera il baseball poteva chiamarsi maisball. Il tabellone era aggiornato come una volta, con i numeri nei cartelli, le squadre sedute sulle sedie all’esterno, non nella panchina seminterrata dei nuovi stadi. È stato come rileggere Shoeless Joe, un libro che consiglio a tutti gli innamorati dello sport.
Non conoscete il baseball? Pazienza. Spero non lo detestiate, come ha scritto Alessandro Baricco, che è privo di curiosità e ciò non depone a favore di uno scrittore.
Con buona pace di Baricco, niente racconta l’America meglio del baseball. Anche le storie di football sono emblematiche, talvolta più avvincenti, ma niente più del “batti e corri” fotografa l’America dei grandi campioni e dei giocatori sconosciuti, dei vincenti e di quelli che sembrano avere perso nello sport e nella vita.
Pensate a Philip Roth, uno dei più grandi scrittori americani del secolo scorso, che ha scritto l’immensa Pastorale americana che racconta “lo Svedese”, Seymour Levov, giocatore di baseball, una famiglia del New Jersey che possiede una fabbrica di guanti; gente benestante, che esplode quando una figlia entra in un gruppo che contesta con le bombe la guerra in Vietnam e la segregazione razziale.
La partita di giovedì notte? Hanno vinto i Chicago White Sox, purtroppo per chi scrive. Sono tifosissimo degli Yankees, tanto da essere allo Yankee Stadium, nel Bronx, quando vinsero l’ultimo titolo (era il 4 novembre 2009) e da allora si è fermi a 27 World Series vinte, corrispondenti ad altrettanti titoli mondiali. Gli americani sono molto presuntuosi, ma in questo caso non sbagliano.
È stata una sfida degna del libro e del film. Gli Yankees perdevano 4-7 quando è iniziato l’ultimo attacco, la parte alta del nono inning (chiamatela, se volete, ripresa). A un passo dal baratro, prima Aaron Judge poi Giancarlo “nessuno può stopparlo” (come lo presenta, in italiano, il telecronista della Tv di casa) Stanton l’hanno ribaltata con due fuori campo da altrettanti punti: 8-7 per New York. Salvo che, nell’ultimo attacco, le Calze Bianche sono riuscite a rispondere con un fuori campo da 2 di Tim Anderson: 8-9 il risultato finale.
Una gara incredibile, con risvolti umani degni del film. L’allenatore dei CWS, il paisà Tony La Russa, che non vedeva l’ora di giocare la partita di Dyersville, ha dovuto lasciare la squadra perché in Florida era in programma il funerale di suo cognato, marito della sorella.
Storie da film, da libro. Che amiate o no il baseball, se non siete come Baricco, dovete procurarvi  Shoesless Joe e leggerlo. Il campo dei sogni di Ray può diventare anche il vostro.
Shoeless Joe, di William Patrick Kinsella.

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