Un libro alla settimana: Dopo il traguardo

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19 novembre 2021

PESARO – La rubrica di questa settimana doveva essere quasi in diretta. Avevo preparato anche il titolo: pu24.it alla presentazione del libro di Alex Schwazer. Un libro  che ho letto in pochi giorni.
Purtroppo, non ho avuto il piacere di partecipare alla prima presentazione di Dopo il traguardo, la storia sportiva, ma anche non sportiva, di Alex Schwazer, campione olimpico nella 50 km di marcia ai Giochi di Pechino 2008, campione europeo nella 20 km di Barcelona 2010, medaglia di bronzo nella 50 km dei mondiali di Helsinki 2005 e Osaka 2007.
Negli ultimi giorni è stato notevole lo spazio dedicato ad Alex e alla sua storia fatta di straordinarie vittorie, di una rovinosa caduta (il doping emerso durante i Giochi di Londra 2012), l’incredibile rinascita (grazie  al sostegno e all’affetto del professor Sandro Donati, il nemico numero uno di chi si dopa, soprattutto di chi induce alle scorciatoie chimiche), l’imboscata che ha fermato quella che era una meravigliosa resurrezione (il successo in Coppa del Mondo a Roma 2016).
Ho letto articoli bellissimi di giornalisti che non si sono fermati alla “verità ufficiale” propinata da Wada, l’ente mondiale che dovrebbe contrastare il doping, e da World Athletics, la federazione internazionale di atletica leggera. Come purtroppo è accaduto a SkySport, che non ha battuto ciglia quando, intervistando il direttore generale della Wada, Oliver Niggli, si è sentita dire che “il processo sportivo è stato rigoroso, più di quello penale”. Il processo sportivo archiviato in poche ore in uno studio legale di Rio de Janeiro, più rigoroso di un’inchiesta durata cinque anni e seguita da un magistrato meticoloso come il gip di Bolzano, Walter Pelino? E la giornalista di SkySport genuflessa davanti a un personaggio così spudorato da affermare che Sandro Donati non aveva mai collaborato con Wada.
Pagina 155 di Dopo il traguardo…
Una sera di gennaio, a cena, Donati mi ha confessato di essere stato lui a segnalare il mio caso alla Wada nel luglio del 2012. Lo aveva insospettito il fatto che per un mese io restassi solo in Germania, senza compagni e senza tecnico. Ci aveva visto giusto, naturalmente. Dunque, l’uomo che mi stava aiutando a rientrare nel mondo dello sport – in modo trasparente e pulito – era lo stesso che mi aveva smascherato prima di Londra. Non è stata una rivelazione  shock, per me, perché in fondo lui stava facendo il suo lavoro. Ero io a sbagliare, allora. Anzi semmai scoprivo di essergli doppiamente riconoscente, perché quando lo avevo contattato, pochi mesi dopo lo scandalo, Donati mi aveva teso una mano. Non mi ha mai detto: “Stammi alla larga, dopato”. Mi ha ascoltato, ha voluto conoscere la mia storia. E mi ha offerto il suo aiuto.
Chissà se il signor Niggli leggerà queste parole. Leggerle gli farebbe bene. Potrebbero essere utili anche agli odiatori di professione che hanno il cuore e il cervello intrisi di veleno e ancora oggi rifiutano di leggere la storia di Alex, che può essere un esempio positivo per chi cade ma vuole risorgere. Purtroppo, c’è tanta gente, nello sport e nell’informazione, che preferisce urlargli: “Stammi alla larga, dopato”.
Nel libro, tra le pagine 153 e 154, Alex racconta il suo approccio al professor Donati.
Durante la conferenza stampa del febbraio 2013 – dopo la sentenza  che mi ha inflitto gli ultimi tre mesi di squalifica – ho tirato fuori il suo nome, dicendo pubblicamente che mi sarebbe piaciuto avere lui al mio fianco, come coach. Un azzardo. Una mossa non concordata. “Le medaglie che ho vinto sono pulite”, ho dichiarato. “E voglio dimostrare che si può vincere senza doping”.
Il giorno dopo, Donati ha risposto al mio appello si è detto disponibile. Voleva che rispondessi ad alcune domande, in particolare si Pechino. Se lo avessi convinto, mi avrebbe affiancato. Ci siamo visti una prima volta a Milano e una seconda a Roma, e abbiamo parlato a lungo.
Sandro Donati è sempre stato un bastian contrario. Si è opposto all’emotrasfusione molto prima che venisse bandita dai regolamenti e ha denunciato lo scandalo del salto di Evangelisti ai mondiali di Roma del 1987, misurato con il trucco. È stato definito un guru  antidoping, ma è stato anche emarginato da gran parte dell’ambiente  sportivo italiano, proprio per la sua fermezza. Per questo volevo ricominciare con lui, e per questo ho fatto di tutto per convincerlo: perché avevo bisogno di una guida tenace per costruire un progetto innovativo, basato sulla massima trasparenza. 
Donati ha dettato le condizioni.
La prima: controlli a sorpresa  in qualsiasi momento. Niente privacy, dunque, e niente finestra oraria, grazie alla quale è possibile farla franca con le microdosi. La seconda: le analisi dovranno essere condotte da uno staff medico indipendente, non legato al mondo dello sport. La terza: dovremo avvalerci di una squadra di alto livello, composta da gente fidata.
Ho accettato subito.
ASAspettando la presentazione ufficiale di giovedì a Milano, ho letto diverse interviste ad Alex. Quelle che mi sono piaciute molto le hanno firmate due Turrini: Leo per Il Resto del Carlino e Davide per FQ Magazine (Il Fatto Quotidiano).
Con questa curiosità mi sono avvicinato alla presentazione ufficiale, ospitata nella Sala Biancamano del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo Da Vinci di Milano.
Con Alex, il direttore di Tuttosport, Xavier Jacobelli, una delle (poche) voci autorevoli che si sono levate a tutela della credibilità del percorso di recupero che il marciatore sudtirolese ha condiviso con il professor Donati.
Jacobelli, al contrario di colleghi asserviti, non ha esitato ad alzare la voce critica nei confronti di Valentina Vezzali, sottosegretaria allo sport, anche lei accondiscendente con Niggli, fino a dimenticare il  suo ruolo istituzionale che l’avrebbe dovuta spingere a difendere il giudice Pelino, irriso da Wada e World Athletics. Il titolo: Vezzali, conosce Alex Schwazer? L’articolo: “E la manipolazione delle provette di cui è stato vittima Alex Schwazer, come ha scritto nero su bianco il gip di Bolzano, Walter Pelino, scagionando l’azzurro dall’accusa di doping? E i comunicati Wada contro l’ordinanza di un tribunale italiano? Li ha letti, Vezzali? Ha letto questo passo? “La mancanza di equità e di un giusto processo è evidente. Ma chi caspita è la Wada per ergersi a giudice del giudice di Bolzano? E come mai Vezzali, membro del governo del paese fra i primi finanziatori della Wada, non solo ha amabilmente interloquito con il dg della sera che attacca un coraggioso magistrato italiano, ma non ha speso neppure una parola  in difesa di Schwazer? Lo sa Vezzali che Schwazer ha vissuto cinque anni d’inferno, pure non avendo commesso il fatto?”.
Mentre Jacobelli presentava, giovedì sera, il libro di Alex Schwazer, Valentina Vezzali – che, è evidente, non ama informarsi – incontrava il presidente dell’Agenzia mondiale antidoping, Witold Banka, e il direttore generale, Olivier Niggli. “Si è trattato di un incontro proficuo – ha detto Vezzali -. Abbiamo ribadito l’importanza di avviare campagne educative e promozionali sulla tutela della salute e sulla lotta al doping, anche in vista dei Giochi olimpici e Paralimpici Milano Cortina 2026”. Continuando a ignorare, la Wada e l’esponente del governo, una sentenza di un magistrato italiano.
Anche di questo mi sarebbe piaciuto parlare con Jacobelli, ma un tragico incidente che ha interrotto la linea ferroviaria tra Parma e Milano e ha bloccato per ore il treno partito in tarda mattinata da Pesaro, mi ha impedito di raggiungere in tempo Milano e di partecipare alla presentazione del libro. Ci proverò in una delle prossime occasioni, magari già il 25 a Roma, con la partecipazione di Novella Calligaris, o il giorno dopo, a Rovereto, o il 10 dicembre nella bellissima Merano.
Giovedì sera, però, ormai sulla strada di casa in compagnia della sua manager e di Giuseppe Sorcinelli,  Alex e i suoi due grandi amici ringraziati più volte nelle pagine di Dopo il traguardo, hanno trovato il tempo per telefonarmi e salutarmi. Alex mi ha chiesto un giudizio sul libro. Gli ho espresso la convinzione che sia una biografia vera, sincera, senza trascurare alcuna delle pagine fra le più imbarazzanti. Il libro si legge con piacere, il racconto scorre bene. Non mancano i momenti di grande dolore, di profonda tristezza, ma anche quelli divertenti, come quando Alex scrive che alla prima uscita con Carolina le rovesciò un bicchiere sui jeans, completamente bagnati.
Non sono mancati i momenti divertenti anche giovedì sera, a Milano. Alex ha strappato risate e applausi raccontando la storia di un amico che ha ordinato il libro su Amazon, ma gli ha telefonato per dirgli che al posto del libro gli era arrivato un pacco contenente alcune penne. “Come è possibile?”, mi ha chiesto. Gli ho risposto: “Stai a vedere che la Wada…”.
In ultima di copertina Alex racconta così il suo lavoro che ha potuto contare sulla consulenza di Martino Gozzi e sulla splendida foto di copertina firmata dal re dei fotografi dell’atletica, Giancarlo Colombo.
Questo libro è un resoconto sincero, schietto, fedele di ciò che mi è capitato. Non è la confessione di un diavolo e neppure l’apologia di un angelo. Chi vuole leggere la biografia di un uomo senza peccati ne deve scegliere un’altra, non la mia”.
Dopo il traguardo, di Alex Schwazer (Feltrinelli)

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