Un libro alla settimana: Delitto e castigo

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6 maggio 2022

01-05-22Unlibro-DelittoPESARO – Un titolo che s’addice a quanto accade dal giorno dell’invasione russa in Ucraina.
La storia di Rodiòn Romànovič Raskòl’nikov è ambientata a Pietroburgo, la città di Putin, dove il giovane studente universitario, espulso dall’ateneo, uccide una vecchia usuraia, Alëna Ivànovna, ma anche la sorella di lei, Lizaveta, che ha la colpa di essere l’unica testimone del delitto.
Rodiòn Romànovič Raskòl’nikov vive in ristrettezze economiche, non può mantenersi agli studi, però i soldi rubati all’avida usuraia non gli cambiano la vita; anzi, la peggiorano.
Nascosti i soldi sotto una roccia, il giovane s’abbandona ai pensieri più cupi, tormentato dai rimorsi e da quella che sembra una scissione della propria personalità. Teme di essere arrestato, vive nella paura, aggravata dal peso dell’omicidio. Lo salva un’altra donna, Sof’ja Semënovna Marmeladova, detta anche Sònečka, perché tutti russi hanno un vezzeggiativo con cui essere chiamati, che, bella anche nell’anima, è costretta a prostituirsi per mantenere la famiglia. Quando muore il padre di lei, un ubriacone, Rodiòn – generoso almeno una volta nella vita – aiuta la famiglia di Sònečka, meritando il ringraziamento della giovane.
È lei che salverà Rodiòn, prima convincendolo a fare una scelta che da solo mai avrebbe fatto: costituirsi. Poi seguendolo in Siberia, dove è mandato a espiare la pena. Quella Siberia che Fëdor Michajlovič Dostoevskij ha conosciuto davvero, tra il 1850 e il 1854, quando viene arrestato e condannato per partecipazione ad associazione sovversiva.
Per  Raskòl’nikov cominciò un periodo strano: come se a un tratto davanti a lui fosse calata la nebbia e l’avesse rinchiuso in un isolamento gravoso e senza via d’uscita. In seguito, già molto tempo dopo, ricordando questo periodo indovinò che la sua coscienza doveva  essersi offuscata, a tratti, e che ciò era durato, con qualche intervallo, fino alla catastrofe finale.
Un pensiero di un secolo e mezzo fa, sembra quasi un cattivo presagio. Però, da una parte e dall’altra, ovviamente la più negativa è quella che invade, sembra una corsa alla resa dei conti finale. E chi, come il professor Orsini, che già nel 2018, invitato dal Senato, ammoniva su ciò che ci attendeva, è sbeffeggiato, irriso, vilipeso.
Chi ragiona con il proprio cervello non ha diritto di cittadinanza.
Così la Luiss (acronimo, nel caso umoristico, di Libera università internazionale degli studi sociali) gli ha chiuso l’Osservatorio perché l’Eni – che normalmente fa affari solo con paesi “democratici” quali Egitto, Qatar, Arabia Saudita e Azerbaigian – ha interrotto la sponsorizzazione, ma continua a fare dirigere la sua scuola di giornalismo a Gianni Riotta, autore – su la Repubblica, che pure in passato ha intascato i soldi di Putin – di un clamoroso falso sui putiniani d’Italia, una vera e propria lista di proscrizione che non ha fatto intervenire l’Ordine dei Giornalisti, sempre pronto a mettere sull’attenti chi non segue i corsi d’aggiornamento.
Sì, è davvero curioso: in Italia è proibito essere il professor Orsini, che solo chi è disonesto può accusare di essere a favore di Putin, ma si possono ospitare mogli e fidanzate, trasformate in portavoce dei militari de Battaglione Azov.
Ora, se è comprensibile che mogli, fidanzate, mamme e sorelle difendano i loro congiunti, gli organi d’informazione italiani dovrebbero spiegare chi sono i loro mariti, fratelli, figli.
Bruno Vespa ha concesso una puntata di Porta a porta al racconto di queste donne; SkyTg24, che ci fa vergognare di pagare ogni mese 46 euro, ha intervistato una delle mogli. Non c’è un quotidiano che non abbia pubblicato i loro racconti strappalacrime. Intervistare tutti è giusto, ma possibile che nessuno di questi organi d’informazione abbia spiegato esattamente, correttamente, cosa è il Battaglione Azov?
Basta una ricerca e appaiono documenti, che – al contrario di ciò che dicono le signore ucraine – non sono frutto della propaganda della Russia, ma di un’organizzazione che si chiama Nazioni Unite. Per carità, l’Onu non è una santa, basti pensare a cosa hanno combinato i caschi blu in Bosnia, dove molti di loro, in particolare gli olandesi, hanno gestito ogni sporco affare, compreso quello della prostituzione, mentre, a casa, mogli e fidanzate, sorelle e mamme, raccontavano con orgoglio che i loro congiunti erano nella martoriata Bosnia a difendere i diritti umani dei bosniaci.
Però il 15 febbraio 2016, l’Ufficio delle Nazioni Unite per l’Alto Commissariato per i Diritti Umani ha pubblicato il Rapporto sulla situazione dei diritti umani in Ucraina.
Un rapporto in cui il Battaglione Azov è citato alcune volte. E sempre per comportamenti stile “nazi”.
La prima citazione è a pagina 18, paragrafo 49:
Un uomo con disabilità mentale è stato oggetto di trattamenti crudeli, stupro e altre forme di violenza sessuale da 8 a 10 membri dei battaglioni Azov e Donbas nell’agosto-settembre 2014. La salute della vittima è successivamente peggiorata e l’uomo è stato ricoverato in un ospedale psichiatrico.
Seconda citazione nel paragrafo 59:
Un residente di Mariupol è stato arrestato da tre militari del battaglione Azov il 28 gennaio 2015 per aver sostenuto la Repubblica popolare di Donetsk. Portato nel seminterrato della scuola di atletica leggera n. 61 a Mariupol, è stato trattenuto fino al 6 febbraio 2015, continuamente interrogato e torturato. Si è lamentato di essere stato ammanettato a un’asta di metallo e lasciato appeso ad essa. Secondo quanto ha riferito, è stato torturato con scariche elettriche, maschera antigas e sottoposto a  “simulazioni di annegamento” (waterboarding caro ai torturatori della CIA; ndr) ed è stato anche picchiato nei genitali. Di conseguenza ha confessato di aver condiviso informazioni con i gruppi armati sulle posizioni dei posti di blocco del governo. Solo il 7 febbraio è stato portato alla SBU Mariupol, dove è stato ufficialmente detenuto.
Se fossero ancora vivi Al Capone e Totò Riina e si schierassero contro Putin, diventerebbero idoli del pensiero unico del giornalismo italiano.
L’Ucraina ha chiesto alla Spagna l’estradizione di un cittadino ucraino, Anatoly Shariy, che da anni vive in Catalogna. La sua colpa? Non essere schierato con il governo Zelens’kyj…
If I was a Russian opposition member, instead of a Ukrainian one, all European media would be interviewing me and there would be protests for the persecution I am a victim…”, ha dichiarato Shariy a CatalanNews.
“Se fossi un oppositore della Russia, anziché dell’Ucraina, sarei intervistato da tutti i media europei che protesterebbero per la persecuzione di cui sono vittima…”.
Invece, accade il contrario, per la felicità della stampa italiana che si è lanciata all’assalto di Shariy.
Ogni giorno di più abbiamo la conferma della fondatezza delle parole di Orwell, pubblicate nella rubrica del 15 aprile scorso, sulle censura in Inghilterra durante la guerra:
Il fatto sinistro per quanto riguarda la censura letteraria in Inghilterra è che essa è in larga misura volontaria. Non è espressamente proibito dire questo o quest’altro, ma non “va fatto”.
Peggio della censura c’è l’autocensura. Almeno in questo il giornalismo italiano è all’avanguardia. Non è un caso che World Press Freedom Index, che ha valutato lo stato del giornalismo mondiale, ha fatto precipitare l’Italia al 58° posto (nel 2021 era al 41°) nella classifica mondiale. Fra i punti che squalificano l’informazione italiana, uno dovrebbe indurre tutti a riflettere.
… i giornalisti italiani godono di un clima di libertà. Ma a volte cedono alla tentazione di autocensurarsi, o per conformarsi alla linea editoriale della propria testata giornalistica, o per evitare una denuncia per diffamazione o altre forme di azione legale, o per paura di rappresaglie da parte di gruppi estremisti o criminalità organizzata.
Però tutti, Draghi in testa, scatenati contro Rete 4 che ha intervistato il ministro degli Esteri russo, Lavrov. Un’intervista con poche domande e poche risposte vere.  “Un comizio”, ha commentato Draghi, un esperto della materia, visto come sono le sue conferenze stampa in cui la domanda più perfida è: “Buon giorno, presidente, che domande preferisce?”.
Ricordo un’intervista, di circa un’ora, di RaiNews all’allora presidente del Consiglio Renzi, ancora nel PD. Un comizio, senza alcuna domanda, imbarazzante. E sì che c’era solo  – scusate il gioco di parole – l’imbarazzo sulla scelta dei temi.
Proteste dei difensori della libertà? Un paio, non di più.
E che dire delle celebrate interviste, fra sorrisi e sguardi trasognati, di Fabio Fazio ai potenti della terra? Ne cito una, quella, in perenne adorazione, a Papa Francesco. Una grande occasione per parlare delle pedofilia, delle “aggressioni sessuali” nelle parrocchie, in Italia e nel mondo, del silenzio, complice, del Vaticano e dei Papi. Nessuna domanda. Tanto che qualcuno ha  ironizzato: “Che incenso che fa”.
A proposito di “che incenso che fa”, leggete la rassegna stampa di mercoledì per rendervi conto di cosa sia il giornalismo italiano.
Mario Draghi è stato a Strasburgo e ha tenuto un “discorso all’Europa”. L’aula era praticamente vuota, come mostrano le fotografie, ma il Corriere della Sera cosa fa? Pubblica la foto del “discorso del deserto”? No, quella con i pochi europarlamentari presenti, soprattutto italiani, che si fotografano con Draghi e racconta che “(Draghi) è colpito dall’accoglienza dei deputati nazionali…trascorre ore intense ed è intenso anche il messaggio che lascia alla riflessione dell’Assemblea con sede in Francia”.
Magari, via Zoom, avrebbe avuto più ascolti. Però – racconta il Corrierone – “(Draghi) si fa il segno della croce sotto le navate della monumentale cattedrale di Strasburgo, dove chiede di sostare alla fine della visita”. Per farsi avvolgere da altro incenso.
La Repubblica va ancora più in alto: “Come sanno fare i veri statisti”. A Strasburgo lo ignorano, ma forse lui guardava così in alto che non si è accorto delle sedie vuote. Però, leggendo la prima pagina del quotidiano degli Elkagnelli, abbiamo imparato che è in uscita il nuovo libro di Carlo Calenda e pensato che siamo degli emeriti ignoranti a scrivere di Dostoevskij quando in giro circolano altri capolavori…
Tornando ai giornali della “famiglia”, La Stampa titola in prima pagina Dottrina Draghi per l’Europa. Più o meno Dio.
Adorazione a Bruxelles, rivolta in Italia, dove PD e Italia Viva esplodono contro Rete4, il giornalista Giuseppe Brindisi e Lavrov. Enrico Letta s’indigna – “Un’onta per l’Italia!” –  però ignora, o fa finta, che negli Stati Uniti d’America non hanno battuto ciglia sull’intervista fatta da CNN a Peskov, portavoce di Putin. Con la differenza, fondamentale, che Christiane Amanpour le domande le ha fatte.
PD e Italia Viva hanno scatenato anche il Copasir, che si occupa dei servizi segreti, contro Brindisi e Rete4. Ma che c’azzecca?, direbbe Di Pietro, con una televisione?
Ci fosse stato il Copasir, al tempo, un grandissimo giornalista ebreo, Giulio De Benedetti, non avrebbe intervistato Hitler.
È proprio vero, in Italia siamo come i buoi (della censura) che danno del cornuto all’asino (Putin).
Con mio grande dispiacere, un amico mi ha accusato di essere benaltrista.
È benaltrismo essere indignati per vedere in Tv personaggi che esibiscono alla giacca  la bandiera dell’Ucraina, eppure mai hanno messo quella palestinese o curda o yemenita? Per apprendere che squadre di basket scendono in campo con la maglia che ha i colori della bandiera ucraina, ma non hanno mai pensato di fare altrettanto con le bandiere di popoli vittime di altre guerre che sono in corsi da decenni, non da alcuni mesi? Siamo campioni del mondo di doppiopesismo
Rivendico, per fortuna con altri, il diritto di ricordare che in corso non c’è solo una guerra, che tutte le vite sono uguali.
Sono, da sempre, contro le guerre, contro tutte le guerre, aborro l’uso delle armi. Mi permetto di proporre un paragrafo del mio libro, spero di prossima pubblicazione, sui Cammini di Santiago.
È dal 1984, quando, in trasferta a Madrid con la Scavolini Basket, visitai il Museo de Arte Reina Sofía, che desideravo andare a Gernika. Nel Reina Sofía rimasi attonito davanti al quadro di Pablo Picasso, al suo urlo di dolore per la strage.
Il meglio del Cammino di Santiago è nelle parole e nel comportamento di due giovani tedeschi che vanno a visitare il Museo della Pace, realizzato per non dimenticare la strage. Un’incursione con la partecipazione di 31 bombardieri e 16 caccia che, secondo il governo basco, provocò la morte di 1.654 persone innocenti.
Quando i due giovani tornano in albergo sono molto colpiti. 
– Proviamo vergogna per quanto causato dai nazisti, da noi tedeschi -, dicono.
Diretto a Bilbao, parto presto, alle prime luci dell’alba, e passo davanti al palazzo che ricorda il bombardamento, l’orrore della guerra. Una tragedia immane che non è servita da lezione, la stupidità umana è sotto gli occhi di tutti. Però le parole dei due giovani tedeschi sono una speranza in più per un mondo migliore.

Queste parole sono online dal 15 settembre 2019, nel diario del Cammino del Nord su pu24.it.

Prestuplénie i nakazànie, se qualcuno non s’offende per averlo scritto in russo – titolo originale  Il delitto e la pena -, è probabilmente – con Guerra e pace – uno dei più grandi romanzi russi di tutti i tempi.
La prefazione è di Natalia Ginzburg, il saggio introduttivo di Leonid Grossman, la traduzione  di  Emanuela Guercetti.
Destino e castigo, di Fëdor Michajlovič Dostoevskij (Einaudi)

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