Un libro alla settimana: Alex Ferguson

di 

13 maggio 2022

090422FergusonPESARO – Dopo settimane dedicate alla letteratura russa, che i criottini del pensiero unico vorrebbero cancellare, il libro  di  oggi racconta la vita di uno degli allenatori che hanno fatto la storia del calcio: Alex Ferguson. Che poi, trattandosi del boss, come vengono chiamati gli allenatori oltre il canale della Manica, allenatore è diminutivo rispetto al lavoro fatto da Ferguson e da altri colleghi. Un vero e proprio manager che sceglie i giocatori, li allena e li schiera in partita.
L’ultima di copertina non ha dubbi: Alex Ferguson è il più grande allenatore nella storia del calcio inglese. Per i meriti sportivi è stato nominato baronetto – e chissà come ha accolto, nel suo intimo, la nomina, essendo, da socialista dichiarato, sempre schierato con la classe lavoratrice – tanto che ormai lo chiamano Sir Alex.
Orgogliosamente scozzese, nato a Govan, il quartiere operaio di Glasgow, quello dove sorgono i cantieri navali, dopo le stagioni da calciatore nei Rangers, la squadra del cuore, appese le scarpette al classico chiodo, sceglie di restare nel calcio e diventa allenatore. Prima sulle panchine di due piccolo squadre, l’East Stirlingshire e il St. Mirren, poi su quella, assai più importante, dell’Aberdeen, città da dove partono i traghetti per le isole Shetland e le Orcadi e mollano gli ormeggi i pescherecci.
Alex Ferguson fa buona pesca ad Aberdeen, tanto da richiamare l’attenzione di una delle grandi del calcio europeo: il Manchester United Football Club, più semplicemente ManUnited.
Nell’Old Trafford, il Teatro dei Sogni, e ovunque in Inghilterra e in Europa, Ferguson costruisce una storia che non ha eguali, nel calcio, ma anche in altri sport del Vecchio Continente: resta alla guida dei Red Devils, i diavoli rossi, per ventisette straordinarie stagioni.
Storie possibili solo negli sport americani. Jim Boeheim allena la squadra di basket della Syracuse University dal 1976 e quest’anno è a quota 46 stagioni. Nella prima stagione della sua lunga carriera allenò l’ex pesarese Roosevelt Bouie.
Coach K, al secolo Mike Krzyzewski, è rimasto sulla panchina dei Blue Devils di Duke dal 1980 a un paio di mesi fa, quando è stato eliminato nella semifinale del campionato Ncaa dalla University of North Carolina.
Nella NBA, il coach più longevo è Gregg Popovich che dal 1996 guida i San Antonio Spurs.
In Europa, il record appartiene a Guy Roux, allenatore dell’Auxerre, calcio francese, dal 1961 al 2005: 44 anni. Secondo è Willie Maley, Celtic Glasgow, dal 1897 al 1940. L’unico italiano fra i primi dieci è Vittorio Pozzo, che allenò la Nazionale azzurra dal 1929 al 1848.
È il 1986 quando Alex Ferguson prende possesso dell’ingombrante panchina, sostituendo un altro scozzese: Ron Atkinson. Per gli appassionati di curiosità, prima dell’era Ferguson il Manchester United aveva vissuto un’altra straordinaria epoca, quella segnata da Mutt Busby, anch’egli scozzese, alla guida dal 1947 al 1958 e ancora per qualche mese nel 1970/71. Busby vinse capace di vincere 5 campionati inglesi, 2 Coppe d’Inghilterra,1 Charity Shield e 1 Coppa dei Campioni. Oggettivamente, un’eredità pesante. Alex Ferguson ha fatto addirittura meglio, aggiungendo ai tre titoli e alle 4 Coppe di Scozia, la vittoria di 13 campionati inglesi, 5 Coppe d’Inghilterra, 4 Coppe di Lega, 10 Charity Shield, 2 Coppe dei Campioni, 1 Coppa Intercontinentale, 2 Coppe delle Coppe e 2 Supercoppe europee.
Numeri straordinari, irripetibili, eppure non bastano per raccontare la grandezza dell’allenatore, che si è ritirato nel 2013, al termine dell’ennesimo successo nel campionato inglese,  e dell’uomo.
Quasi tre decenni fa, percorsi quel tunnel fino al terreno di gioco per la mia prima partita casalinga, nervoso e intimidito. Salutai lo Stretford End e,  giunto al centro del campo, fui presentato come il nuovo allenatore del Manchester United. Ora mi trovo a camminare sullo stesso prato, del tutto a mio agio, stavolta per dire addio.
Incomincia così la prefazione al libro, che pure è di otto anni fa, ma sono contento di presentare alla vostra attenzione. Un grande personaggio, la sua vita, la storia, può aiutare a dimenticare quelle di uomini piccoli che stanno provando a rovinare le nostre vite.
Se dovessi riassumere in un risultato che cos’è il Manchester United sceglierei quello della mia ultima partita, la numero 1.500: West Bromwich Albion – Manchester United 5-5. Pazzesca, fantastica, divertente, eccessiva.
Se stai andando a vedere il Manchester United sei pronto per i gol e per il dramma. È un test per il tuo cuore. Non sono riuscito a recriminare per avere buttato via in nove minuti il vantaggio per 5-2: ho anche cercato di apparire infastidito, ma i giocatori si sono accorti che fingevo. Ho detto loro: “Un gran bel saluto da parte vostra!”.
Non mancherà qualcuno che potrebbe commentare: facile vincere con una grande squadre, ancor più facole raccontare i successi. Non è così. Ferguson non dimentica le sconfitte.
Guardando indietro, penso anche alle sconfitte, non solo ai trionfi: ho perso tre finali di FA Cup contro Everton, Arsenal e Chelsea; ho perso tre finali di Coppa di Lega contro Sheffield Wednesday, Aston Villa e Liverpool; e due finali di Champions League contro il Barcellona. Sapersi riprendere. Anche questo fa parte della storia del Manchester United. Ho sempre tenuto a mente che non c’erano solo vittorie e trionfi
A volte le sconfitte sono il risultato migliore, e reagire alle circostanze avverse è una qualità: dimostri forza anche nei periodi bui. Avevamo questo motto: è solo un altro giorno nella storia del Manchester United. In altre parole, reagire faceva parte della nostra vita. Se ti limiti a subire le sconfitte, puoi stare certo che continueranno ad arrivare.
In Scozia, il motto del clan Ferguson è Dulcis ex asperis, ovvero migliore dopo le difficoltà. Questo ottimismo mi è stato utile nei trentanove anni da allenatore di calcio.
Anni fa lessi un articolo su di me che diceva: “Alex Ferguson ha fatto grandi cose nella vita, nonostante provenga da Govan”. La conferma – è il mio commento – che, non solo in Italia, spesso i giornalisti non hanno anima e non conoscono il rispetto per le persone.
Aggiunge A.F.: La trovai una frase offensiva: è proprio perché sono partito dal quartiere dei quartieri navali che ho ottenuto i miei successi nel calcio. Le radici non dovrebbero mai essere un ostacolo per il successo, e un’origine modesta può essere un vantaggio piuttosto che una difficoltà… L’origine operaia di molti miei giocatori non è stata loro d’ostacolo; al contrario, spesso ha rappresentato uno dei motivi del loro successo.
Nei miei anni sul campo, sono passato dal gestire giocatori che guadagnavano 6 sterline a settimana a vendere Cristiano Ronaldo al Real Madrid  per 80 milioni di sterline.
Ho ricevuto una lettera da un tizio che scriveva che nel 1959-60 lavorava nei cantieri a Govan e andava regolarmente in un pub, e si ricordava di un giovane attivista che  passava lì con un barattolo per le monete  a raccogliere fondi per il sindacato, pronunciando discorsi che invitavano alla protesta. Tutto ciò che ricordava era che questo ragazzo giocava nel St.Johnstone. La sua lettera terminava con una domanda: “Eri tu?”… mi tornò in mente di quando andavo nei pub della nostra zona a raccogliere fondi per lo sciopero
Nei miei primi anni a Manchester diventai amico di Mel Machin, allenatore del City, che fu licenziato non molto tempo dopo che ci sconfissero 5-1.  La ragione, se ben ricordo, fu che Mel non sorrideva abbastanza.  Se allo United avessero applicato lo stesso metro, sarei stato licenziato molto tempo fa.
Un passo indietro, siamo nel 1974…
Nell’ottobre 1974 andai a lavorare al St. Mirren, fase successiva della mia formazione. Il primo giorno, in una foto del Paisley Express, si vedeva il capitano che faceva un gestaccio alle mie spalle. Il lunedì successivo lo chiamai e gli dissi: “Se vuoi puoi andare via a costo zero. Qui non c’è posto per te, non giocherai”.
Perché” chiese lui.
“Tanto per cominciare, fare le corna alle spalle dell’allenatore non è un comportamento da giocatore esperto, né da persona matura. Da un capitano esigo maturità, e quello è stato un gesto da ragazzino. Devi andartene”.
Alex Ferguson è stato allenatore fin da ragazzo. Si potrebbe dire che è nato allenatore.
Una qualità che avevo, quando iniziai ad allenare, era che sapevo prendere una decisione; questo non  mi ha mai spaventato, nemmeno quando da bambino dovevo scegliermi la squadra. Anche allora davo indicazioni: “Tu gioca qui, tu là”, dicevo. Willie Cunningham, uno die miei primi allenatori, diceva: “Sai, sei una dannata seccatura”. Parlavo di tattica con lui e gli chiedevo: “È sicuro di sapere cosa sta facendo?”.
“Una seccatura, ecco cosa sei”, rispondeva.
Ferguson è noto per le sue sfuriate. Nel libro racconta quella, diventata famosa, con David Beckham.
Il confronto tra di noi, che fece parecchio scalpore, avvenne durante i quinto turno di FA Cup contro l’Arsenal, all’Old Trafford, nel febbraio 2003, in cui perdemmo 2-0.
La mancanza di David in quella partita fu che non si preoccupò di tornare in difesa in occasione del secondo gol dell’Arsenal; si limitò a  corricchiare, e l’avversario lo distanziò. A fine partita glielo dissi, e come al solito David non accettò le mie critiche; forse stava cominciando a pensare che non aveva più bisogno di tornare indietro e inseguire l’avversario, ma erano proprio quelle qualità che lo avevano fatto diventare quello che era.
Era a quattro metti da me, sul pavimento c’era una fila di scarpe. David imprecò, io andai verso di lui e mentre mi avvicinavo diedi un calcio a una scarpa che lo colpì giusto sopra l’occhio: lui si scagliò contro di me, ma i giocatori lo bloccarono. “Siediti”, gli dissi. “Puoi discutere quanto ti pare. Hai deluso la tua squadra”.
Lo chiamai il giorno dopo  per fargli vedere il video della partita, e non volle comunque ammettere il suo errore. Stava seduto ad ascoltarmi senza dire una parola. Niente.
“Capisci di cosa parli, capisci perché te lo dico?”.
Non mi rispose.
Il giorno dopo la sua storia era sui giornali. La fascia per i capelli con cui David apparve in pubblico metteva in evidenza la ferita provocata dalla scarpa. Fu in quei giorni che dissi al consiglio che David doveva andare via, e i membri che mi conoscevano sapevano quale era il mio messaggio: quando un giocatore del Manchester United si sentiva  al di sopra del suo allenatore, doveva andarsene. Ho sempre detto: “Nel momento in cui l’allenatore perde la propria autorità. La squadra non esiste più; finiscono per gestirla i giocatori, e iniziano i guai”.
Da non perdere il racconto sul Beckham schiavo della pubblicità, dei media.
Il libro è una lezione continua sia per gli allenatori, sia per i giocatori, ma anche per gli appassionati.
Alex Ferguson, la mia vita (Bompiani)

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>