Rof in festa per Pier Luigi Pizzi, il regista in calze rosse, e i suoi quarant’anni nella storia del Festival

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24 agosto 2022

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Foto di Amati Bacciardi

PESARO – Calze rosse, umorismo infinito, straordinaria memoria, la proverbiale cultura senza farne sfoggio, al contrario di politici logorroici laureati alla Google University. In poche parole, Pier Luigi Pizzi che domenica sera, pure nella desolante visione dei tanti, troppi vuoti nel teatro allestito nella Vitrifrigo Arena, ha ricevuto il meritato omaggio del Rossini Opera Festival e della città.
Non ci riferiamo alla cittadinanza onoraria, nel caso giusta, dovuta per tutto ciò che Pizzi ha fatto, a incominciare dall’ambientamento de Il barbiere di Siviglia in alcuni degli angoli più suggestivi di Pesaro. Mischiare la cittadinanza onoraria ai veri maestri, quali Pizzi, con quelle assegnate ai presunti tali, rischia di trasformare il riconoscimento nelle lauree honoris causa, che ormai non si negano a nessuno.
Tra rondò e tournedos, andata in scena domenica sera, ha fatto rivivere la storia del Rossini Opera Festival. I festeggiamenti per i 40 anni al Rof di Pier Luigi Pizzi sono il giusto riconoscimento a uno degli artefici dei successi del più grande evento della storia della città, che però continua a non scaldare il cuore a molti. Più corretto sarebbe scrivere che lo scalda a pochi, a dispetto della Città della Musica, slogan che conferma la passione per l’apparire più che per l’essere. Ma questo merita un discorso a parte.
Rossini, il cibo e l’autoimprestito
Ventidue presenze in quarantatré edizioni, praticamente una su due, con tredici nuovi allestimenti e nove riprese che non erano mai una fotocopia.
A tal proposito, Pizzi ha regalato una chicca al pubblico presente: “Rossini amava mangiare. E del cibo non scartava niente. E neppure della musica”. Ecco spiegato l’autoimprestito, evidenziato in un’edizione che ha in cartellone Il viaggio a Reims e Le Comte Ory.
Indovinata la scelta di rivivere la sua esperienza – “Ma sono pronto a ricominciare” – dialogando con Luigi Ferrari, dal 1992 al 2000 direttore artistico del Rof, quindi nel periodo in cui Pizzi ha proposto Maometto II (1993, riallestimento della produzione del 1985), Guillaume Tell (1995), Tancredi (1999).
Di tanti palpiti
Pizzi debutta al Rof il 27 agosto 1982: Tancredi.
Diego Matheuz dà il via alla serata dirigendo l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai nella sinfonia del capolavoro rossiniano. Sullo sfondo l’immagine dell’indimenticabile Lucia Valentini Terrani a cavallo. Lei era un mito, ma la vita non è stata riconoscente come avrebbe meritato, non solo per la bellezza dei personaggi che ha interpretato e per la sua voce.
Scorrono immagini che sono nella storia delle Festival e che Massimo Gasparon, che ha curato allestimenti e luci, ha scelto con affetto, riportandoci indietro nel tempo. Impossibile non provare emozione per chi ha vissuto tutta la storia del Rof. Grazie di cuore, Massimo.
E come non commuoversi ascoltando la bellissima voce di Maria Kataeva, mezzosoprano russo (ancora una volta grazie al sovrintendente Palacio per non avere seguito la stupida strada di colleghi che hanno azzerato i rapporti con artisti russi) che ha cantato la cavatina di Tancredi “Tu che accendi questo core… Di tanti palpiti”, seguita dal Coro del Teatro Ventidio Basso con  “Muore il prode”. I due finali, il tragico e il lieto, bocciarono o esaltarono l’opera di Rossini. Maria Kataeva canta la Cavatina finale “Amenaide… serbami tua fé…”. Chiude il secondo finale “Fra quai soavi palpiti”, con ancora il mezzosoprano russo, Maria Laura Iacobellis, Aya Wakizono e Matteo Roma. Altri palpiti… altre emozioni.
Mi manca la voce… ma non al Rof
Lo scorrere del tempo, delle edizioni, porta al Mosè in Egitto, nuova produzione nel 1983, con la presenza di un’altra figura indelebile, Daniela Dessì. Allestimento ripreso nel 1985. Ferrari ricorda l’ironia di Rossini, ribadita da Pizzi: “Fece cantare a un quartetto Mi manca la voce“. Allora i protagonisti furono i tenori Giuseppe Fallisi, Aronne, e Rockwell Blake, Osiride, e i soprani Daniela Dessì, Amaltea, e Cecilia Gasdia, Elcìa. Domenica sera abbiamo ascoltato Maria Laura Iacobellis, Aya Wakizono, Dmitry Korchak e Matteo Roma, ai quali non è certo mancata la voce.
La serata scivola via con delicatezza, tra i bellissimi brani e le parole sapienti di Ferrari e Pizzi. Una lezione di storia della musica, di aneddoti, mentre sul palco s’alternano i protagonisti della serata. Fra questi, Maria Kataeva e Monica Bacelli, ringraziate dalla direzione del Rof, per avere sostituito pure all’ultimo momento Vasilisa Berzhanskaya, reduce dall’apprezzato concerto in coppia con Giuliana Gianfaldoni.
I tifosi francesi invadono Pesaro
Tra magnifiche voci e immagini del passato, si ascolta Le Comte Ory, messo in scena nel settembre 1984 nel Teatro Rossini. “Un’opera per i francesi, i parigini”, ricorda Pizzi, tralasciando di raccontare che, trentotto anni, fa assistemmo al primo vero esodo europeo verso Pesaro. Dalla Ville Lumière arrivarono al Rof i grandi tifosi del regista marchigiano d’adozione. Non solo Pesaro, anche Ancona, Ascoli, Fano, Fermo, Macerata e Senigallia – scusandoci se ne dimentichiamo qualcuna –, hanno avuto l’onore di ospitare i suoi allestimenti, comprendenti la prosa.
Dunque, Giorgio Caoduro canta l’Aria Raimbaud “Dans ce lieu solitaire” e il coro esegue “Buvons, buvons soudain!…” con Caoduro, Matteo Roma e Manuel Di Pierro. Pizzi e Ferrari sono circondati dalle suore.
Maometto II, un sì bel giorno
Una delle opere più amate dal pubblico del Rof è senza dubbio Maometto II. Aya Wakizono canta la preghiera di Anna “Giusto Ciel, in tal periglio”, il coro “Dal ferro, dal foco” e Manuel Di Pierro la Cavatina Maometto “Sorgete: in sì bel giorno”, nella storia per la superba interpretazione di Samuel Ramey, che Pizzi fece cantare in piedi, sugli scudi sostenuti dalle comparse. Una scena è per sempre. Una delle tante idee geniali del regista milanese di nascita, ma cittadino del mondo.
Bianca e Falliero e il caldo a capo… Horne
Era il 23 agosto 1986 e un altro tempio rossiniano apriva le porte a una nuova regia di Pier Luigi Pizzi, ormai indiscusso  protagonista dell’appuntamento pesarese, tanto che non mancò chi lo definì con affetto il Pizzi Opera Festival. Nell’Auditorium Pedrotti andava in scena Bianca e Falliero. Gianluigi Gelmetti sul podio a dirigere The London Sinfonietta Opera Orchestra e un cast stellare: Ambrogio Riva era Priuli; Chris Merritt, allora il vero Chris Merritt, Contareno; Giorgio Surjan, Capellio; Falliero la sublime Marilyn Horne; Bianca era Katia Ricciarelli, con Pippo Baudo che fremeva fuori scena; la fanese Patrizia Orciani dava voce a Costanza, Ernesto Gavazzi a Pisani, Diego D’Auria nel doppio ruolo di Ufficiale e usciere. A rendere ancora più elevata la qualità delle voci il Coro Filarmonico di Praga diretto da Lubomír Mátl.
Anche trentasei anni fa l’estate era caldissima. Quella serata di più. In platea, soprattutto, ma anche nelle balconate, resistere fu un’impresa. Alcuni spettatori si sentirono male. Altri, pure davanti alla bellezza del melodramma, lasciarono la sala. Quasi tutti fecero ricorso al ventaglio o ai libretti, che pure pesavano 210 grammi. Ne custodiamo gelosamente uno nella nostra biblioteca. Marilyn Horne, che come i colleghi indossava abiti sontuosi, opulenti, raffinati come tutti i costumi di Pizzi, ma pesanti, insorse, e bloccò la musica. Il mezzosoprano statunitense invitò gli spettatori a smettere con il fruscio dei ventagli che metteva in difficoltà i cantanti. “Se volete, facciamo cambio d’abiti”, fu più o meno il senso. E per la rappresentazione fu come superare in barca a vela capo… Horne. Ferrari e Pizzi sorridono, pensando a quella sera, e applaudono, come tutti, Maria Laura Iacobellis, lanciata dall’Accademia Rossiniana 2018, alla quarta presenza a Pesaro, che dà voce all’Aria Bianca “Teco resto: in te rispetto”.
Il balletto del Guillaume Tell e Buratto
Siamo all’opera manifesto del cambiamento nella musica, che Gianfranco Mariotti definì epocale. Qualcuno scrisse che Guillaume Tell anticipava il futuro. Pensando che la prima rappresentazione ebbe luogo il 3 agosto 1829 nel Teatro dell’Opera di Parigi, raramente in quarantatré edizioni abbiamo ascoltato una musica così all’avanguardia, così sorprendente, così imponente.
Ancora oggi i brani più famosi del Tell sono utilizzati nelle colonne sonore dei film e nella pubblicità.
Scrisse Alberto Zedda, presentando l’opera ai giovani che s’accingevano a vederla per la prima volta:
Questo estremo capolavoro di Gioachino Rossini (l’ultimo da lui composto, forse il più bello), non è soltanto uno splendido monumento musicale, ma si rivela opera rivoluzionaria per concetti che anticipano i grandi temi coi quali la vostra generazione dovrà confrontarsi“.
Parole di saggezza, che dovrebbero essere lette e meditate dai giovani di oggi, ai quali, in vista delle prossime elezioni, i politicanti si rivolgono con parole mielose, annunciando chissà quali miracoli da parte di chi, con leggi inique, ha fatto di tutto per togliere il futuro a chissà quante generazioni, assicurandolo solo a chi è garantito.
Pizzi ha raccontato a Luigi Ferrari e a chi era in sala che la bellezza dell’allestimento nel PalaFestival, per anni il vero cuore pulsante del Rof, prima che amministratori poco avveduti (ed evitiamo giudizi più pesanti) facessero trascorrere quanto meno diciotto anni di reclusione alla struttura culturale e sportiva, fu agevolata dal balletto, integrale, con le coreografie di Heinz Spoerli. “Potemmo contare sulla partecipazione di una straordinaria Stella, Alessandra Ferri”, ha ricordato Pizzi.
Per la cronaca, dopo una prova chiusa al pubblico, il Popolo del Rof si lasciò andare a un applauso spontaneo che emozionò la ballerina.
Non solo lei. Il balletto ebbe per protagonisti anche  l’altra étoile, José Manuel Carreño, e il Ballet Nacional de Cuba fondato da Alicia Alonso. Per fortuna, allora non ci furono idioti a scrivere che i cubani erano venuti a spiarci.
Era il 12 agosto 1995 e Pesaro restituiva al mondo un capolavoro.
L’interpretazione di Eleonora Buratto scatena l’ovazione della Vitrifrigo Arena dopo l’esecuzione del Récitatif “Ils s’éloignent enfin; j’ai cru le reconnaître” e la Romance Mathilde “Sombre forêt, désert triste et sauvage”.
Altrettanta emozione per il sestetto “Tout change et grandit en ces lieux”, protagonisti Buratto, Iacobelli, Wakizono, Korchak, Caoduro e Giorgi Manoshvili che, con il sostegno del Coro, danno voce a Guillaume, Hedwige, Jemmy, Mathilde, Arnold, Walter.
La pietra del paragone
La pietra del paragone apre la seconda parte, con Aya Wakizono, e Di Pierro nel ruolo del Conte, nella Cavatina Clarice “Quel dirmi, oh Dio! Non t’amo… Eco pietosa su queste sponde”.
La figuraccia del giornalista
Poi la scena è tutta di Iacobellis nell’esecuzione dell’Aria Cerere “Ah non potrian resistere”, da Le nozze di Teti e di Peleo, andata in scena con ben cinque rappresentazioni nel Teatro di Verzura di Villa Caprile. Era la stagione 2001. Confesso che fu l’unica edizione che mi spinse a criticare Pier Luigi Pizzi. Non per colpa dello spettacolo, tutt’altro. Pizzi domandò di leggere le interviste prima di pubblicarle. Risposi all’allora ufficio stampa che non se ne parlava proprio. Rifiutai. Forse il regista si “vendicò”, collaborando con il correttore automatico del mio computer, che non riconobbe Teatro di Verzura, trasformandolo in Teatro di Verdura. Una figuraccia colossale.
Fu straordinario, invece, il successo per i tecnici del Festival che allestirono una scala in legno, dalla statale Adriatica a Villa Caprile. Poi inutilizzata.
I baci di Rosina al suo regista
Aya Wakizono, cantante molto amata da Pizzi, ed è un sentimento reciproco, visto che il mezzosoprano giapponese manda baci al regista ogni volta che lascia la scena, si cimenta in uno dei brani preferiti:  l’Aria di Rosina “Contro un cor che accende amore”, con Matteo Roma nel ruolo di Almaviva. Ovviamente alla festa per Pizzi non poteva mancare Il barbiere di Siviglia. E Giorgio Caoduro piace molto nella cavatina Figaro. “Largo al Factotum”.
Des cieux où tu résides
Come il Guillaume Tell, il Moïse et Pharaon, ou Le Passage de la mer Rouge, è un’altra opera francese, presentata per la prima volta a Parigi nel 1827. La prima pesarese risale al 1997, regia di Graham Vick, un altro protagonista della storia del Festival che purtroppo non c’è più. L’allestimento di Pizzi è dell’anno scorso. Di Pierro, Buratto, Bacelli, Roma e il coro cantano la Prière “Des cieux où tu résides”.
L’omaggio di Pizzi a Mariotti e Zedda
La degna conclusione del programma era affidata al meraviglioso inno di speranza che è “Dal tuo stellato soglio”, la preghiera dal Mosè in Egitto, sostituita con il coro del Moïse, altrettanto struggente.
Il 43° Rossini Opera Festival saluta, accompagnato dagli  applausi, compresi quelli ideali dei tifosi assenti, a un personaggio inimitabile, con la sensazione che alle fine il regalo lo abbia fatto Pizzi, del quale ci piace ricordare le parole che hanno aperto la serata. Le ha dedicate a Gianfranco Mariotti, il deus ex machina del Rof, che lo volle a Pesaro nel lontano 1982, e ad Alberto Zedda, fantastico compagno di viaggio. Che bella cosa la memoria.
E pensando ad Alberto Zedda come non ricordare che fra i protagonisti di Tra rondò e tournedos ci fossero allievi dell’Accademia Rossiniana, oggi dedicata al Maestro scomparso: Maria Laura Iacobellis, Aya Wakizono, Giorgi Manoshvili e Matteo Roma. Anche questa è la grande storia del Rossini Opera Festival che dà appuntamento al 2023.

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